Il capo clan: “Mafia? No, soltanto contrasto dello Stato”

Così parlava in carcere Antonio Giuseppe Trigila, che dalla cella continuava a gestire gli affari dell’organizzazione criminale

SIRACUSA. «Loro dicono per mafiosità, invece io sono un contrasto dello Stato!…che cosa significa contrasto dello Stato?». Così parlava in carcere Antonio Giuseppe Trigila, anziano capo dell’omonimo clan mafioso di Siracusa che, nonostante la lunga detenzione, continuava a seguire in prima persona gli affari del clan. Quella frase l’ha detta alla nipote per spiegarle perchè, nonostante l’età e il carcere, continuava a gestire il suo gruppo criminale, anche grazie ai parenti, a partire da moglie e figlia. Il particolare emerge dall’operazione «Robin Hood» con cui polizia, carabinieri e Guardia di Finanza nella notte hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Catania su richiesta della Dda. Undici le persone arrestate, tra loro gli stessi familiari di Trigila, che a sua volta l’ordinanza l’ha ricevuta in carcere. Il clan, spiegano gli investigatori, impegnato ad «acquisire in modo diretto o indiretto il controllo e la gestione di attività economiche, si è assicurato una posizione dominante nei comparti del trasporto su gomma di prodotti orto-frutticoli, della produzione di pedane e imballaggi e della produzione e commercio di prodotti caseari, influendo e alterando le regole della concorrenza».

Partita nel 2016 e conclusasi due anni dopo, l’inchiesta ha accertato che Trigila dirigeva dal carcere il clan attraverso moglie e figli ma anche alcuni uomini di fiducia. Era proprio uno dei figli, incaricato di far eseguire gli ordini che arrivavano dal padre in carcere, a gestire il clan, con «la penetrazione del tessuto economico del territorio, con aziende capaci di alterare le regole della concorrenza e di acquisire una posizione dominante grazie al nome dei Trigila, il terreno di elezione grazie al quale conseguire illeciti profitti». Prima di lui, la figura di riferimento era stata quella di Giuseppe Crispino, reggente del clan fino al suo arresto, nel 2018, che raccoglieva e distribuiva i soldi per le famiglie dei componenti del clan reclusi, custodiva le armi, gestiva le attività più importanti.

I settori più battuti, nella zona Sud della provincia di Siracusa e in parte di quella di Ragusa, erano quelli dell’intermediazione nel settore del trasporto dei prodotti agricoli, nelle estorsioni agli imprenditori economici, nell’acquisizione di fondi agricoli per poter richiedere i fondi europei. Senza disdegnare la «solita», redditizia attività del traffico di droga. Ai trasportatori che volevano lavorare senza le costrizioni del clan, uno degli arrestati, conosciuto come «U caliddu», così si rivolgeva: «Ma chi ve l’ha data questa autorizzazione? Io sto prendendo i bins e gli sto dando fuoco ora stesso, subito. E qua non ci deve entrare nessuno, se prima non ve lo dico io, perché il padrone (...) sono io».

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