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Alessia Piperno ricorda la prigionia nel carcere di Evin a Teheran: “Sono stati i giorni più duri della mia vita”

La travel blogger è tornata a Roma dopo 45 giorni di prigionia il 10 novembre. Lo sfogo su Instagram: «Libertà non scontata, vicino al popolo dell’Iran»

CATERINA STAMIN
Aggiornato alle 2 minuti di lettura

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«Sono fortunata, siamo fortunati, e credetemi non è scontato. Come non lo è la nostra libertà». Alessia Piperno torna a parlare al suo pubblico su Instagram. E lo fa aprendo una scatola di drammatici ricordi. Racconta, in un lungo post affidato al social, della prigionia nel carcere di Evin, a Teheran. «Oggi è lunedì, oggi in prigione si faceva la doccia, domani è martedì, ci sono i cinque minuti d’aria». La giovane, travel blogger romana di 30 anni, è tornata a casa dopo 45 giorni di prigionia il 10 novembre scorso. «Ho trascorso la mia detenzione in una cella con sei persone, è stato difficile ma non sono stata maltrattata», sono state le uniche parole che era riuscita a dire appena sbarcata all’aeroporto militare di Ciampino (Roma). Da allora è rimasta nella sua abitazione ai Colli Albani, stretta nell’abbraccio dei suoi genitori. 

(ansa)

Oggi torna a parlare su Instagram, dopo quasi tre settimane dalla liberazione, un gesto che appare non solo come uno sfogo, un tentativo di liberare e condividere dei ricordi che la tormentano, ma anche uno sforzo di riacquisire la sua perduta quotidianità. Il precedente post risaliva al 28 settembre scorso, quando Alessia aveva annunciato il suo «settimo viaggio» nel giorno del suo trentesimo compleanno. Poi il silenzio. A cui nessuno che conoscesse la giovane era abituato. 

Alessia, come si descrive lei stessa, è una «viaggiatrice solitaria», in viaggio «dal 2016, lavoro da remoto», «faccio sempre quello che mi salta in testa», spiega nella bio di Instagram. Aggiungendo: «Non è forse questa la libertà?». Raccontava i suoi spostamenti sui social quasi quotidianamente, aggiornando i suoi follower sulle tappe dei viaggi e le emozioni che le regalavano. Utilizzava quella piattaforma quasi come un raccoglitore di pensieri e chi la seguiva – quasi 70mila persone – la incoraggiava ad andare sempre più lontano. 

(ansa)

Oggi, dopo precisamente due mesi dall’ultima volta, Alessia è tornata su Instagram ad affrontare i suoi pensieri e renderli pubblici: «Nei primi gironi di settembre andai a visitare per la prima volta nella mia vita una prigione a Teheran – racconta -. Si trattava del carcere di Ebrat ormai diventato un museo, ma che una volta era utilizzato dalla polizia segreta di Savak per torturare i detenuti. Rimasi tra quelle mura diverse ore, cercando di immaginare la paura che si viveva all’interno di quelle celle».

«"Le urla dei prigionieri si sentivano per tutta la prigione”, così mi raccontò la mia guida – prosegue il post –. In qualche modo sembrava come se quelle grida fossero ancora scolpite nei muri e che viaggiassero tra quei corridoi. “Esistono ancora prigioni così in Iran?», domandai alla mia guida. Lui sospirò. “Purtroppo si, la prigione di Evin, che si trova proprio nella parte nord di Teheran”. Sentii i brividi corrermi su tutto il corpo senza lontanamente immaginare che 21 giorni dopo sarei stata anche io una detenuta proprio in quella prigione». 

È a questo punto che la giovane ricorda che «non avevamo fatto nulla per meritarci di essere rinchiusi tra quelle mura» e ammette che «siano stati i giorni più duri della mia vita». «Ho visto – è la conclusione –, subito e sentito cose che non dimenticherò mai e che un giorno mi daranno la forza per lottare con il popolo iraniano».

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