Lega, il Veneto felix e il capitano Salvini di fronte a un bivio

Fuori dal Veneto felix la Lega non se la passa troppo bene. La leadership salviniana arranca: la catastrofe nella, fatale, crisi d'agosto 2019; il declino elettorale; lo scacco del progetto del "partito nazionale", testimoniato, più che dal mancato sfondamento in quel che resta dell'Italia un tempo rossa, dalla pesante battuta d'arresto a Sud. Le inchieste sui famosi 49 milioni di euro "evaporati", che avranno una probabile, imbarazzante, accelerazione.

Il tutto mentre il riesplodere della pandemia alimenta una richiesta di protezione e stabilità. In questo senso, la gestione dei diversi modelli regionali, in particolare sul versante della sanità, non avvantaggia la Lega. Se la "seconda ondata" tornasse a colpire duramente, il partito, con la solita eccezione veneta, che Salvini ormai vive come una minaccia alla sua leadership, non potrebbe scaricare sul governo il nuovo fallimento: se non altro perché la Lega guida direttamente o è nella maggioranza in 15 Regioni. La stessa Lombardia, guidata da un Fontana in difficoltà anche sul piano delle inchieste che lo coinvolgono personalmente, non reggerebbe una replica del disastro di febbraio. La conferma del fallimento di un modello sanitario fondato sui poli d'eccellenza a scapito della medicina del territorio, andrebbe a toccare il cuore della costituency elettorale leghista.

Il fattore "C" , Covid, è un problema enorme per Salvini, che non può certo fare il barricadero mentre il paese rischia un nuovo lockdown. Difficile anche continuare a respingere l'accesso al Mes: anche le Regioni governate dalla Lega ne avranno bisogno. Tanto più se la maggioranza giallorossa, vinta l'ultima resistenza dei sempre più frastornati e indeboliti cinquestelle, lo portasse in dote come trofeo.

Salvini è, dunque, a un bivio: non cambiare nulla o ridisegnare la strategia. La discussione sulle alleanze in Europa è la prima cartina torna sole in questo amletico logorarsi. Nella Lega ci sono due linee in tema. Quella di Giorgetti, che converge con le posizioni di Zaia, decisa a aprire al Ppe in Europa, abbandonare i sovranisti e fare del partito il centro della destra italiana, è del tutto alternativa. Difficile che il leader possa avallarla senza subire un ulteriore appannamento della sua già consunta leadership. Da qui la resistenza a abbandonare i sovranisti, a lasciare a destra spazio alla Meloni. Come testimonia l'incontro con gli ortodossi europarlamentari leghisti. Ma non sarà certo un viaggio in capitali europee come Budapest o Vienna, a trarlo dal vicolo cieco in cui si è infilato. Non è verso l'antica e nostalgica Mitteleuropa che il Capitano fuori rotta dovrebbe dirigersi, ma verso l'Europa prussiana dove regna Merkel. La via brandenburghese è, però, sbarrata dalla sua stessa figura. Non basta abbandonare la felpa per la cravatta per cambiare. A Berlino il lasciapassare sarà concesso solo a un leader leghista che rappresenti una discontinuità politica.

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