"Che fai, mi cacci?". Ma questa volta a dirlo è Renzi

«Che fai, mi cacci?». Ve lo ricordate Gianfranco Fini, reduce dallo scandalo della casa a Montecarlo, volto teso e cravatta rosa, in piedi in mezzo alla sala puntare il dito contro Berlusconi che arringava le truppe del Popolo della libertà? Non era d’accordo su niente, rivendicava il diritto al dissenso contro la linea imposta dal Cavaliere e azzardò il braccio di ferro: fu costretto ad andarsene. Dieci anni dopo ecco il bis, con altri protagonisti. Oggi è Renzi che non ci sta e sfida l’alleanza di governo quasi con le stesse parole: «Se vogliono cacciarci, ce lo dicano». Ci risiamo. E non sappiamo come andrà a finire.
 
Il guaio è che la partita si gioca su un campo molto scivoloso, che ci tocca tutti: prescrizione e ragionevole durata del processo, istituto giuridico divisivo il primo, araba fenice la seconda. Finora la discussione non ha brillato per sottigliezza di pensiero, piuttosto per questioni di principio. Specie da parte del M5S che ne ha fatto una bandiera, come il taglio dei parlamentari o il reddito di cittadinanza. Il fronte si è spaccato tra garantisti e giustizialisti, avvocati e pm, ma raramente si è entrati nel merito, che è assai tecnico e complesso.
 
Nonostante la riforma Bonafede sia già in vigore e dal primo gennaio la prescrizione cancellata dopo il primo grado di giudizio, le trattative per calmare le acque e mettere al sicuro il governo e tutelare il provvedimento non si sono mai fermate. Fino al compromesso raggiunto due giorni fa tra Pd, M5S e Leu grazie alla mediazione di Conte: la prescrizione scatterà dopo il secondo grado di giudizio solo per i condannati due volte, e maggiori tutele saranno previste per chi sarà stato assolto in secondo grado. Ed è a questo compromesso che Renzi ha detto no, che non lo voterà, anzi che si batterà per cancellare del tutto la riforma. E ha sfidato gli alleati a fare a meno di lui. Convinto che senza Italia Viva la maggioranza non abbia i numeri, almeno al Senato. Ora, nel braccio di ferro la prescrizione non c’entra più, o almeno non si parla solo di questo. Renzi vuole dimostrare che il Pd, complice Conte, è succubo dei 5 Stelle, e che insomma la patente del riformismo ce l’ha solo la sua Italia Viva. Ma intanto lo scontro ne fa un protagonista, e questo conta molto, specie alla vigilia di una appetitosa tornata di nomine pubbliche. Il caso vuole però che anche un redivivo Di Maio stia cercando di conquistare un suo spazio politico, e ha scelto di farlo chiamando di nuovo i grillini alla piazza, stavolta contro i vitalizi dei parlamentari. In mezzo ai due fuochi c’è il premier, e non sarebbe da meravigliarsi se prima o poi Renzi e Di Maio ne chiedessero la testa. Insomma il paradosso italiano mostra stavolta due soci di fatto, Renzi e Di Maio, battersi ogni giorno contro il governo che hanno voluto cinque mesi fa. 
 
E così andremo avanti. Almeno fino a quando Matteo e Giggino ci diranno cosa vogliono fare da grandi. E da che parte stanno: di qua o di là? 
 
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