Quanto denaro spediscono a casa gli stranieri che lavorano in Italia? 

Solo nel 2018 i soldi spediti nelle loro terre natali dagli stranieri residenti nel nostro Paese ammontavano a quasi 6 miliardi di euro, quanto lo Stato ha speso per la digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche. Le rimesse record dei bengalesi e il mistero di quelle cinesi: perché i soldi inviati a casa da questi lavoratori sono essenziali per la vita di più del 10% della popolazione mondiale. In collaborazione con Giornalettismo 

Il flusso delle rimesse dal nostro Paese

Ogni giorno un bambino o un anziano si svegliano in un Paese povero e sanno che il loro benessere dipenderà da denaro che proviene da oltre confine. Un flusso che in Italia, solo nel 2018, ha riguardato quasi 6 miliardi di euro.

Per la precisione 5.8 miliardi di euro secondo i dati di Bankitalia, circa 6.2 miliardi secondo le elaborazioni della Fondazione Leone Moressa, basati sull’elaborazione degli stessi dati sull’indice dei prezzi al consumo. Sono i soldi che gli stranieri, che lavorano in Italia, hanno inviato lo scorso anno nei loro paesi di origine.

Somme pari allo 0.35% del nostro PIL che, se da un lato testimoniano l’impatto positivo di molti stranieri sulla nostra economia, dall’altro rappresentano una risorsa essenziale per la vita e il benessere di molti abitanti di quello che, nello scorso secolo, si sarebbe chiamato “Terzo Mondo”. 

Secondo l’Ifad, quasi il 75% delle rimesse mondiali vengono infatti utilizzate per acquistare alimenti, coprire le spese mediche ed educative, sostenere mutui e affitti. Un flusso che si intensifica nei periodi di crisi in cui i fondi inviati dai connazionali all’estero sono essenziali per difendersi dagli effetti di carestie o disastri naturali, prevenendo così disastri umanitari di vaste dimensioni.  

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Ma, se le risorse sembrano consistenti, negli anni si è registrato in realtà un calo netto di queste rimesse. Dagli oltre 7 miliardi di euro inviati a casa nel 2011, si è passati ai 5 miliardi di euro del 2017. Una dinamica che sembra l’ennesimo riflesso della grande crisi che si è abbattuta in questi anni sulle nostre economie.  “Gli stranieri in Italia hanno risentito fortemente della crisi, essendo impiegati prevalentemente in settori molto esposti come l’edilizia e la manifattura.
 
Il tasso di occupazione degli stranieri è sceso dal 66,9% del 2004 al 58,3% del 2013, per poi tornare al 61,2% nel 2018. Un’oscillazione superiore a quella subita dai lavoratori italiani. Per questo è diminuita anche la disponibilità finanziaria” sottolinea Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione Leone Moressa,  istituto di studi e ricerche nato per monitorare l’impatto delle dinamiche della presenza degli stranieri sul nostro territorio. 
 
E se lo slogan di molti sovranisti è sempre stato “Aiutiamoli a casa loro”, lo scorso governo gialloverde è stato il solo in Europa, e uno dei pochi al mondo, a tassare le rimesse degli stranieri residenti. La nuova imposta dell’1.5% verso i soldi inviati all’estero attraverso i money transfer, introdotta nel dicembre 2018, su cui pende un parere negativo dell’Antitrust, potrebbe di fatto scoraggiare in futuro i flussi di denaro e i finanziamenti verso le aree più svantaggiate del pianeta o spingere verso versamenti poco “tracciabili”.
 
 
Il record di spostamento di risorse finanziarie verso i Paesi di origine spetta nel 2018 ai bengalesi. Con oltre 700 milioni di euro inviati verso la nazione di origine, il Bangladesh è la terra che ha beneficiato maggiormente delle rimesse provenienti dal nostro Paese. Secondo stime della Fondazione Moressa, in media ogni bengalese ha inviato più di 450 euro al mese verso la terra natale. Seguono, per quantità di rimesse, paesi come Romania, Filippine, Senegal, Pakistan, India, Marocco e Sri Lanka. 
 
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Considerevole, se rapportato alla presenza fisica sul nostro territorio, i soldi che i senegalesi hanno inviato a casa; ogni cittadino dello stato africano ha spedito, lo scorso anno, più di 300 euro al mese verso la sua terra natale. 
 
Inspiegabile invece, il calo delle rimesse verso la Cina, passate dai 2.7 miliardi del 2012 ad appena 21 milioni di euro del 2018. Un’evidenza sulla quale Di Pasquale non si sbilancia: “Vi sono diverse ipotesi: una è quella di maggiori investimenti in Italia, ad esempio nelle imprese. Può dipendere però anche dall intensificarsi dei controlli su transazioni irregolari. Non è da escludere che parte di quelle transazioni abbia trovato altre vie, ancor meno tracciabili”
 
Rimanendo in Italia invece, il record, per flusso verso l’estero spetta al nord Italia e alle aree più produttive del Paese. La Lombardia in particolare, con più di 1,3 miliardi di rimesse verso l’estero, è stata la regione italiana dalla quale gli stranieri hanno inviato più soldi nel corso del 2018. Seguono il Lazio, con quasi 1 miliardo di euro, L’Emilia Romagna (538 milioni di euro), il Veneto (500 milioni) e la Toscana (481 milioni di euro). 
 
 
Il primo paese del mezzogiorno per rimesse è invece la Campania con oltre 370 milioni di euro inviati verso l’estero e la Sicilia (223 milioni di euro). 
 
Per quanto riguarda invece le province, il primato dei soldi spediti dai lavoratori stranieri verso l’estero spetta a Roma, con oltre 800 milioni di euro. Seguono Milano, Napoli, Torino, Brescia, Firenze, Bologna, Genova e Bergamo. 
 
Significativi i flussi che, dalla provincia di Roma si dirigono verso Bangladesh e Filippine, mentre variegato il flusso delle rimesse che da Milano si spostano verso le Filippine e Bangladesh, ma anche Sri Lanka, Perù ed Ecuador. E gli spostamenti di denaro sembrano spesso essere il riflesso di specifiche realtà territoriali ed esigenze produttive legate al territorio come nel caso dell’emigrazione ecuadoriana a Genova, di quella indiana a Latina, di quella afghana nel bresciano. 
 
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“L’immigrazione segue (quasi) sempre le cosiddette catene migratorie: i primi immigrati in una certa area geografica e settore produttivo attirano i loro connazionali, se non addirittura familiari. In Italia vediamo bene questo fenomeno: determinate nazionalità si sono concentrate in alcune province e specializzate in determinati settori - precisa Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione Leone Moressa- . Il caso più famoso è quello del tessile a Prato, ma abbiamo anche le comunità Sudamericane in Liguria o dell’Est Europa in Veneto. Nelle grandi città, poi, vi sono contemporaneamente diverse comunità. Le rimesse seguono naturalmente – grossomodo – gli stessi percorsi.”
 
 
È uno degli stereotipi chiave dei successi elettorali degli ultimi anni. La destra sovranista lo agita da anni come uno spauracchio e i dati delle rimesse, se letti superficialmente sembrerebbero confermarlo: ma è vero che gli stranieri starebbero rubando il lavoro ai nostri connazionali? Scorrendo i dati forniti da enti di studio, come l’Istituto Moressa, sembrerebbe invece il contrario, ovvero che gli stranieri sono ormai essenziali alla sopravvivenza di interi reparti produttivi. E quindi, indirettamente, anche a preservare il lavoro di molti italiani. 
 
“Oggi in Italia abbiamo 2,5 milioni di occupati stranieri, pari al 10,6% del totale. Il contributo al PIL italiano è di quasi 140 miliardi, pari al 9% del PIL. Inoltre, italiani e stranieri fanno lavori diversi e sostanzialmente complementari. Anche negli stessi settori, gli stranieri svolgono prevalentemente lavori manuali, mentre gli italiani sono principalmente lavoratori qualificati. La manodopera immigrata è particolarmente rilevante in alcuni settori come agricoltura, cura e assistenza, manifattura” spiega Di Pasquale. Affermazioni che sembrano essere confermate dai dati diffusi da Bankitalia. 
 
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Come è intuibile dal grafico sopra, senza stranieri gli italiani si troverebbero sprovvisti di domestici, mentre sarebbe forse impossibile trovare badanti disposti ad assistere anziani e malati. Ma non solo, interi reparti produttivi come: pesca, pastorizia, agricoltura, artigianato, manifattura e logistica sarebbero fortemente a rischio. 
 
E italiani e stranieri divergono anche per titolo di studio. La maggior parte dei lavoratori italiani sono in possesso di un diploma di scuola media superiore (47%) contro il il 37.2% degli stranieri, mentre anche la percentuale di laureati italiani è molto differente da quella degli stranieri presenti sul nostro territorio (21.3% contro 12.6%).
 
Ma non solo, la presenza di lavoratori stranieri, come spesso ribadito, è uno dei migliori antidoti al cosiddetto “inverno demografico”. Gli italiani in età lavorativa sono calati dal 2004 a oggi da 36.8 milioni a 34.7. La presenza dei lavoratori stranieri ha di fatto arginato questo fenomeno, mantenendo il volume complessivo della forza lavoro sopra i 38 milioni, con ricadute positive immediate sulla nostra economia e sul nostro sistema pensionistico.
 
 
 
Più degli investimenti stranieri, più di quanto fa la cooperazione. I numeri delle rimesse degli immigrati contribuiscono in maniera determinante allo sviluppo di ampie aree del mondo. Nel 2018 gli immigrati hanno inviato qualcosa come 529 miliardi di dollariverso le aree più svantaggiate del pianeta, lo rende noto l’Ifad, l’agenzia dell’ONU dedicata allo sviluppo agricolo dei paesi membri. Una cifra che è ben tre volte superiore ai fondi destinati allo sviluppo e agli investimenti. Un trend che, secondo i dati della Banca Mondiale, dovrebbe essere in piena ascesa anche nei prossimi anni.
 
“Rispetto agli Aiuti Pubblici allo Sviluppo, che finanziano progetti di cooperazione gestiti da autorità locali o organismi internazionali, le rimesse vanno direttamente alle famiglie. Dunque, se hanno lo svantaggio di non consentire economie di scala (investimenti), dall’altra parte consentono di soddisfare bisogni primari che altrimenti sarebbero difficilmente coperti come le spese sanitarie” spiega Enrico Di Pasquale,  ricercatore della Fondazione Leone Moressa, che aggiunge: “In alcuni paesi, in particolare, le rimesse ricevute dall’estero sono una delle fonti principali di reddito: esse valgono oltre il 20% del PIL in Moldavia, oltre il 10% in Albania e Ucraina, quasi il 9% nelle Filippine.” 
 
Secondo la Banca Mondiale, i paesi che nel 2019 godranno maggiormente, a livello globale, dei benefici delle rimesse sono India, Cina, Messico, Filippine ed Egitto. 
 
 
Ma uno dei problemi allo spostamento di soldi verso i paesi più svantaggiati è sicuramente il costo delle commissioni. Se per spostare soldi verso i Paesi del G7 si paga appena il 2% di commissioni, questa percentuale sale 7% per i flussi verso il resto del mondo.
 
Le cause? Il cartello esercitato dalle agenzia di money transfer, che impediscono di fatto un ribasso delle imposte sugli spostamenti di denaro e l’atteggiamento di sospetto dei paesi occidentali che vedono, negli spostamenti, il rischio di attività illecite come il terrorismo internazionale o il riciclaggio di denaro sporco.
 
Quel che è certo è che 1 persona su 9 al mondo beneficia di questo flusso di denaro per sopravvivere. E le rimesse dei lavoratori stranieri in occidente, o nei paesi più industrializzati, sono ormai un volano imprescindibile per lo sviluppo delle aree del pianeta più svantaggiate. Il modo più pratico e immediato, al di là degli slogan, per finanziare realmente lo sviluppo e prevenire vere e proprie catastrofi umanitarie.