Zuckerberg a Roma: il sovrano, i sudditi e l'occasione mancata di fare domande

Un momento del Townhall Q&A alla Luiss

Riflessioni controcorrente sulla visita italiana del fondatore di Facebook, accolto come un capo di Stato. Una passerella mediatica che lo ha tenuto lontano da critiche e questioni scomode

Criticare i sovrani del nostro mondo connesso è sempre più difficile. E la passerella di Mark Zuckerberg in Italia, tra le visite al Papa e Palazzo Chigi e l'intervento alla Luiss, non fa che confermarlo. Il fondatore di Facebook è ormai il quarto uomo più ricco al mondo, con un fatturato in continua crescita e la responsabilità di gestire i pensieri e le vite di 1,7 miliardi di persone nel globo.

Eppure non sembriamo apprezzare fino in fondo che essere padroni delle reti sociali significa, oggi, essere padroni del mondo; e che consentire loro di fare ciò che vogliono trasforma cittadini e utenti in schiere di sudditi. Così i giornalisti finiscono per raccontare l'evento nell'università capitolina senza porre domande, lasciando che una foto di Zuck e consorte su Instagram - proprietario, lo stesso Zuck - causi un "finimondo", come ha scritto Luca De Biase, pur se totalmente innocua.

La visita italiana di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook

E gli studenti non vogliono o non possono portare alcuna reale sfida alla weltanschauung del fondatore, limitandosi a trattarlo con il misto di accondiscendenza ("in Italia il fallimento è una brutta parola", dice una ragazza in perfetto aziendalese, "ma so che a Facebook la cultura è diversa") e invidia dei futuri imprenditori di fronte a un imprenditore di successo.

Ma Zuckerberg è molto di più. Se la moglie può candidamente raccontare, come riporta il Sole 24 Ore, di aver evidenziato al Pontefice la "comune missione di aiutare chi ha bisogno", e se il tutto avviene mentre il marito annuncia 500 mila euro per il terremoto - ma in sconti pubblicitari! - si comprende che è necessario un bagno di realtà: Facebook è, prima di ogni altra cosa, un'ideologia. Una macchina da influenza sociale, umana, economica e politica, capace di orientare e manipolare il modo in cui concepiamo noi stessi e il mondo.

Perciò quando abdichiamo allo spirito critico ricevendone il leader come un capo di Stato, e necessariamente benevolo, rinunciamo alla possibilità di esercitare un qualsivoglia controllo su quell'influenza. Possibile non ci fosse alcuna domanda "scomoda" tra le tante raccolte su Facebook e in sala, a parte una - timida, ma nel contesto coraggiosa - sul social network come forma di alienazione dalle reali forme di socializzazione (risposta: "se pensassi di aver rovinato la comunicazione umana, cambierei Facebook")?

Singolare, perché ce ne sarebbero molte. "Portare Internet a chi non ce l'ha", come vorrebbe Zuckerberg in Asia e Africa, non è una strategia per esportare Facebook? Dove vanno esattamente i milioni di dollari promessi da Zuck e Priscilla in "beneficenza", ma raccolti tramite una fondazione for profit? E perché il creatore del web, Tim Berners-Lee, non ama Facebook se la sua missione è realizzare "un mondo più aperto e connesso"? Forse, suggerisce John Naughton sul Guardian, perché Berners-Lee sa benissimo che il "giardino recintato" di Facebook è ben altro dall'idea di libertà e condivisione paritaria a cui ha cercato di dare vita negli ultimi 25 anni.

Zuck dice poi ai ragazzi di "osare", ma dimentica che se cercassero di farlo sulla sua piattaforma finirebbero probabilmente  per trovarsi profilo e pagine chiuse d'imperio, a causa di regole sulla libertà di espressione mai del tutto chiarite. Nessuna di queste problematiche ha visto la superficie, nelle scorse ore. L'evento, del resto, era pensato per essere poco più che autopromozione, propaganda, e tale è stato. Ma allora dove si pongono, a chi? Il problema del resto è ormai strutturale. Lo scrive chiaramente il Nieman Lab in un rapporto pubblicato a metà agosto: il giornalismo tecnologico è sempre più difficile. Un po' perché, checché ne dica Zuck, le compagnie tecnologiche fanno gli editori, o se li comprano; un po' perché le regole del gioco sono sempre più severe, tra segreti e omissioni imposti o comprati a suon di gadget ed esclusive a chi non disturba. Se il "digitale" cela una precisa egemonia culturale, è invece tempo di svelarla. E capire come sottoporla a una reale critica.

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