La Roma dissetante della Grattachecca (e non chiamatela granita)

Una lunga tradizione che resiste nei chioschi di tutta la Capitale e risorge ogni anno, come un fiore che sboccia con i primi caldi
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A Roma l’afa e la canicola si combattono con la grattachecca. E no, non chiamatela granita: la grattachecca è un’altra cosa. Scaglie di ghiaccio grattate a mano, come vuole la tradizione, grazie a un raschietto e condite al momento, a differenza della granita che vede ghiacciarsi la base saporita poi ridotta in fiocchi per essere mantenuta così pronta per il servizio. Pochi ingredienti e tanti gusti. Ghiaccio, sciroppi, succo di limone e olio di gomito, niente di più. La tradizione di ogni anno in tarda primavera quando i chioschi su strada alzano le serrande e allineano le bottiglie o i vasi pieni di colore, colmi di sapore. Aperti da maggio ogni giorno fino a notte fonda, accompagnano romani e turisti curiosi e poi chiudono alle prime avvisaglie dell’autunno. 


Sparsi in città, si concentrano nelle zone centrali, ma Alla Fonte d’Oro ricordano come “un secolo fa ce n’erano tanti nelle strade di Roma, noi stiamo qui dal 1913, prima sull’altro lato di lungotevere poi a metà anni ’80 ci hanno spostato il chiosco. Lì era più romantico perché col bicchiere in mano potevi sederti sul muraglione e da una parte vedevi l’Isola Tiberina e dall’altra il Cupolone". Ma lo spostamento nulla toglie al fascino di questo chiosco in ferro battuto che richiama nelle linee i primi del Novecento, nulla è cambiato nelle ricette degli sciroppi fatti come allora, in casa con frutta fresca e zucchero: “Oggi abbiamo 23 gusti, ai tempi erano meno, ma ancora facciamo gli sciroppi come il mio bisnonno” racconta Alessandro, che oggi si avvale di una macchinetta per grattare il ghiaccio che spezza a mano con punteruolo e martello.

Grattachecca Al Palazzaccio 
“Il nonno di mio padre ha iniziato così, era molto abile nel commercio: in estate con le grattachecche e il resto del tempo vendeva agli ambulanti olive, fusaje (i lupini in romanesco) e frutta secca anche ai banchi di piazza Navona". Si deve al padre e allo zio, secondo i racconti di famiglia, l’invenzione del gusto lemon-cocco, in una delle combinazioni più dissetanti che per anni, e fino alla vendita, ha reso popolare anche il chiosco a piazza Buenos Aires dove grattava lo zio di Alessandro. Altro storico ed emblematico è il chiosco Sora Mirella, ancora sul Lungotevere, all’altezza dell’Isola dove ‘i frati cavavano i denti’, meta dal 1915 di appassionati che non sanno rinunciare alla bellezza del refrigerio. La storia vuole che qui, fuori dall’ospedale, si sia fermato il carretto su cui il prozio di Stefano, figlio di Mirella, trasportava il ghiaccio e aveva accidentalmente una ruota rotta. Da più di un secolo è passata la storia e il traffico della città, ma il rito del ghiaccio tritato e condito non è mai passato, resta la ricchezza della frutta fresca che, non solo decora, ma arricchisce la grattachecca di questo chiosco. 

Anche Maria, energica sora piena di parlantina, si ricorda bene “mamma Lella che faceva gli sciroppi in casa, quando arrivavo e sentivo già per le scale il profumo di quello di fragola o di arance.” Ha ereditato il chiosco Sora Lella appoggiato alle mura del Vaticano e condivide lo sfondo con la sala Nervi, dove la mamma ha iniziato nel 1936: “In quegli anni era molto di moda, ce n’erano tanti di chioschi e le colonne di ghiaccio arrivavano dalla fabbrica della Peroni”, che prima di fare birra vendeva il ghiaccio per le ghiacciaie domestiche, quando il frigorifero ancora non era entrato nelle cucine e le pesanti colonne si trasportavano nei sacchi di juta su carretti trainati dai cavalli. È lei a raccontare l’origine del nome che si perde nel tempo, fra storia e leggenda: “Era caldo torrido quando Francesca, moglie di un falegname, si ritrovò fra le mani uno strumento del marito, la pialla, e provò a grattare la colonna di ghiaccio”. Nasce come incitazione a Checca, il diminutivo romano per Francesca, “gratta Checca, gratta!” il nome dato a queste scaglie di ghiaccio insaporite da sciroppi e frutta fresca.

Sora Mirella, foto vintage 


Sono storie romane e di romani che si rincorrono nelle scaglie fredde che vengono riempite di colore e sapore dalle colate di sciroppi. Dal 1933 quando La Sora Maria aprì il suo chiosco che oggi è nelle mani delle figlie Gabriella e Francesca, affiancate dai figli, si rinnova il rito estivo anche a via Trionfale, in un angolo dove i romani si mettono in fila. Alla fondatrice è dedicato il gusto cult, un misto di sciroppi di tamarindo, amarena e arancia, sormontata da cocco in pezzi, fette di limone e amarene sciroppate. Serve un po’ di pazienza perché la sera c’è sempre fila, ma l’attesa viene ripagata dal piacere della frescura fra mani e bocca. Sono alla terza generazione di lavoro anche a Il Tempio della Grattachecca, dove campeggiano sul retrabancone i grandi vasi in cui frutta e zucchero restano a macerare e dove attingono i piccoli mestoli per dosare gli sciroppi sul ghiaccio grattato con la perizia delle mani abituate a miscelare i sapori. “Stiamo qui dal 1958, gli sciroppi sono fatti ancora come a quei tempi, secondo la ricetta che segue ancora la nostra prozia. Frutta di stagione con ingredienti speciali” racconta il giovane ragazzo mentre prepara la grattachecca al gusto special, un miscuglio di tutti i sapori che riesce a dissetare senza appesantire con la dolcezza. 

Tram Depot 


Storie che nel tempo si evolvono e impreziosiscono di dettagli, come è accaduto per il chiosco alla fermata della circolare, il tram capitolino, davanti alla stazione dei pompieri di via Marmorata. Per decenni luogo di ritrovo per il quartiere di Testaccio per il caffè che sembrava di stare sul predellino e per la grattachecca, da alcuni anni ereditato e rieditato come Tram Depot dove speciality coffee e il sapore delle estati romane si uniscono agli sciroppi anche in versione alcolica. Sempre il popolare quartiere dell’ex Mattatoio vede la serranda alzarsi a maggio per il Chiosco Testaccio dove fra le variopinte bottiglie di sciroppi la scelta degli affezionati cade sempre sul lemon-cocco, il migliore in città, speciale anche in versione bibita con le scaglie di ghiaccio a rinfrescarlo. Spremuti a mano, sempre freschi, dei limoni non si butta nulla e il pane, l’albedo, viene servito gratuitamente ai clienti che lo sanno apprezzare, con o senza un pizzico di sale fino a condirlo. Poco fuori le mura, a San Giovanni, Er Chioschetto fa del trittico amarena, tamarindo e limone il suo cavallo di battaglia da più di mezzo secolo, mentre su quella che i romani chiamano ‘piazza Quadrata’ porta il nome del gusto iconico che riconduce alla storia sul lungotevere, il chiosco Lemoncocco. Lella, Maria, Mirella ‘sò tutte Checca quanno gratteno', sono le loro mani gonfie di lavoro e rosse di freddo all’origine della grattachecca romana che ha visto crescere e dissetarsi, estate dopo estate, i romani di ogni età.