Se il pane è social: ecco i forni collettivi dei giovani

Irene Conti (foto @Alice Rasetti) 
Irene Conti (foto @Alice Rasetti)  
Nascono nel cuore delle città e delle periferie italiane, grazie al lavoro di giovani panificatori, strumento e motore per nuove interazioni e aggregazioni. Ne parliamo nella Guida “I Pani d’Italia”, ultimo volume de Le Guide de L’Espresso e Il Gusto
 
6 minuti di lettura

C’era un tempo in cui nell’Italia rurale le famiglie si riunivano attorno al forno di paese per infornare impasti già lievitati e preparati a casa. Non era solo una forma di sussistenza, ma un modo per stare assieme all’interno della comunità. Negli anni, molti di questi forni sparsi tra le montagne d’Abruzzo, della Valle D’Aosta o della Calabria, hanno smesso di sfornare pane, pizze e focacce, in alcuni casi l’industrializzazione li ha resi obsoleti, più spesso, lasciati a sé stessi, sono rimasti vittima di terremoti e alluvioni.

Oggi, grazie alle nuove generazioni che puntano a un’educazione alimentare legata alla sostenibilità, la tradizione dell’infornata sociale sta tornando: dai Millennial, ai giovanissimi attivisti ispirati dall’azione della svedese Greta Thunberg – la cosiddetta “Generazione Greta” – siamo di fronte a un movimento molto diverso rispetto a quello dei predecessori, che non si esprime solamente attraverso le marce di protesta, ma con un concreto impegno per creare realtà low tech, formate da persone per le persone.

 

Il Forno Vagabondo

Flora Mammana e Matteo Pra Mio, designer di 30 e 31 anni fanno parte dell’associazione La Foresta - Accademia di Comunità, già promotrice di attività ambientaliste. Assieme avviano nel 2020 il Forno vagabondo, un vero e proprio forno sociale itinerante. Il progetto di rete nato in Vallagarina – porta del Trentino che comprende territori e culture molto diverse – nasce per promuovere temi come la sostenibilità, sia in chiave ambientale sia economica. Grazie alla collaborazione con l’associazione di designer Brave New Alps, il forno a legna viaggia su una bici cargo elettrica, mezzo sostenibile per eccellenza.

Il Forno Vagabondo si sposta in bicicletta
Il Forno Vagabondo si sposta in bicicletta 

Come siete arrivati all’idea del forno vagabondo?

«Siamo fan della pasta madre da molti anni – racconta Flora - Abbiamo pensato che fare il pane potesse essere una pratica conviviale, ma qui il concetto di base è farlo andando noi dalle persone, non viceversa. Ecco il perché di un forno vagabondo. Inizialmente pensavamo di fermarci nei parchi più frequentati, ma a causa delle restrizioni della pandemia ci è stato permesso di “infornare socialmente” solo nelle periferie o nei piccoli paesi. Ma quello che poteva sembrare un ostacolo si è trasformato in opportunità: gli abitanti delle zone più emarginate hanno accolto con sorpresa ed entusiasmo la nostra presenza, sia in termini di proposta sia in termini di visibilità. Spesso veniamo ospitati anche all’interno di cortili di condomini privati, che grazie i nostri eventi hanno riattivato spazi comuni in disuso».

Il vostro forno itinerante che benefici apporta alla comunità?

«Si creano situazioni di scambio tra le persone che ci ospitano e quelle che partecipano. Vedere un forno che viaggia su una bicicletta stupisce: chiunque si fermi anche solo per curiosità può accedere ad argomenti normalmente promossi all’interno di spazi associativi. Inoltre dimostra che il cambiamento può partire da tutti».

Momento conviviale intorno al Forno Vagabondo
Momento conviviale intorno al Forno Vagabondo 

Il vostro è anche un progetto altamente sostenibile.

«Non è solo una questione ecologica ambientale, ma anche economica e sociale. Il forno, oltre che un format, è soprattutto un simbolo politico e sociale molto forte – spiega Matteo - Crea aggregazione, perché ognuno può portare il proprio impasto per cuocere il pane o la piazza; è local, perché la produzione del pane è connessa con la filiera locale. Inoltre, in ogni tappa, è presente con noi un esperto di una materia prima del territorio: grani, farina, acqua, erbe spontanee. Una volta abbiamo organizzato un workshop legato all’aria come elemento caratterizzante del pane: un’esperta ci ha dimostrato come i licheni siano indicatori di aria pulita, e così in quell’occasione li abbiamo aggiunti all’impasto. Il forno sociale avvicina le persone anche alle tematiche ambientali».

Perché sentite la necessità di sensibilizzare le persone?

«Non possiamo continuare a distruggere la terra, ormai questo è chiaro. Dobbiamo avviare una trasformazione nel modo che abbiamo di stare assieme e attuare nuovi metodi produttivi. Mettere la nostra energia in progetti di sostenibilità serve per ottenere un cambiamento ambientale, economico e sociale. Se diamo tutta la responsabilità alla politica il cambiamento non avverrà mai. Non fare nulla contribuisce ad alimentare l’impatto negativo che terra e popolazioni stanno subendo».

   

Infornata nel Forno Vagabondo
Infornata nel Forno Vagabondo 

Il progetto S.P.I.G.A.

Sono soprattutto le periferie i luoghi dove un forno sociale può portare inclusione: nel quartiere torinese Barriera di Milano, un team composto da designer, architetti, ingegneri, educatori e ortisti, sta costruendo “SPIGA”, acronimo di Spazio di Panificazione Inclusivo per la Generazione Artigiana.

«Il progetto nasce dalla volontà di attrarre artigiani e designer che, grazie a uno spazio condiviso con gli abitanti della periferia, potranno scatenare la loro creatività – come ci spiega Giuseppe Deplano, responsabile del progetto AgroBarriera di Re.Te. Ong – progetto di agricoltura sociale – Già dal 2015, con AgroBarriera, nell’orto metropolitano “Boschetto”, erano attivi vari progetti educativi di agricoltura urbana. Un laboratorio su grani e panificazione fatto nel 2017 è stata la miccia che ci ha acceso l’idea. In quell’occasione Serafino Calderone, ortista classe 1948, ricordò i giorni in cui nel forno di paese della Sicilia della sua infanzia veniva acceso il fuoco per le infornate. Quel racconto creò tale commozione tra gli ascoltatori che ci rendemmo conto dell’importanza che avrebbe potuto avere un forno di quel tipo nel creare connessione ed empatia tra le persone».

 

 Illustrazione di Arthur Bohn del progetto del forno sociale spiga
 Illustrazione di Arthur Bohn del progetto del forno sociale spiga 

Chi partecipa alla realizzazione di SPIGA?

«Una squadra composta da giovani con capacità ed esperienze diverse. A parte Serafino, custode della memoria dei forni sociali antichi, partecipano prevalentemente ragazzi sulla trentina. C’è Danilo, classe 1990, laureato in Eco Design, che si produceva pane a casa e la sua sensibilità verso questa tematica l’ha portato a fare di questa passione una professione, aprendo un forno in Abruzzo; c’è Arthur, sempre classe 1990, illustratore, architetto e ingegnere con la passione per la panificazione; Maria, trentenne, che ha studiato architettura e con la sua passione per la rigenerazione urbana ha contribuito a definire il ruolo del forno sotto l’aspetto della rigenerazione dei territori, in particolar modo nelle periferie; poi Egidio, architetto appassionato di agricoltura sociale e infine, Antonella, designer esperta di economia circolare».

Che impatto avrà SPIGA nella periferia di una città come Torino?

«Noi puntiamo a sensibilizzare i cittadini all’autoproduzione del pane. Oggi siamo abituati a comprare il pane al supermercato, inconsapevoli probabilmente sia della provenienza delle farine sia del metodo di produzione. Molte malattie non trasmissibili, come il diabete, emergono quando si utilizzano prodotti industriali che non hanno grandi qualità nutrizionali. Vogliamo far capire che quando si utilizzano grani di qualità (biologici, autoctoni, non raffinati – ndr) ci sono molti benefici per la salute, a partire dall’apporto nutritivo enormemente più alto rispetto a quello delle sementi industriali. Ecco perché abbiamo inserito nel progetto la prima Biblioteca del Grano di Torino: un campo sperimentale dove vengono coltivate differenti varietà di semi, per conoscerli e catalogarli. Il nostro obiettivo – spiega Giuseppe – è aumentare la consapevolezza della gente nei riguardi della biodiversità dei cereali. C’è prima di tutto un discorso di sovranità alimentare da sostenere: la possibilità da parte dei contadini di prodursi sementi che non siano industriali e che siano replicabili. Sostanzialmente far tornare il contadino padrone della propria terra. Il contesto agricolo, storicamente e socialmente è un elemento lontano dalle dinamiche cittadine, ma è proprio nelle città che risiede la quasi totalità dei consumatori dei prodotti agroalimentari. Diventa quindi fondamentale, affinché i nostri sforzi abbiano effetto, che il cittadino sia più informato e consapevole di ciò che mangia, di ciò che consuma: il forno verrà quindi utilizzato per stimolare l’autoproduzione del pane fin dalla tenera età, attraverso laboratori e collaborazioni con scuole e cittadinanza, ma anche per produrre pane da dare alle famiglie del quartiere, creando momenti conviviali e di integrazione all’interno della comunità che contribuiranno a rafforzare il tessuto sociale».

 Illustrazione di Arthur Bohn del progetto del forno sociale spiga
 Illustrazione di Arthur Bohn del progetto del forno sociale spiga 

 

Quando sarà attivo?

«È tutto pronto, mancano solo i lavori di costruzione del forno, che verranno avviati nella primavera del 2022. Stiamo iniziando a seminare… letteralmente e metaforicamente».

 

Da Madre Ignota, un forno di comunità

Nel panorama vario delle iniziative incentrate sulla panificazione condivisa, c’è chi ha deciso di dedicarsi alla panificazione sociale aprendo un forno nel centro di una delle più grandi città d’Italia. Irene Conti, 31 anni, con alle spalle una formazione da urbanista e pianificazione territoriale del paesaggio, nel giugno del 2021 ha aperto Da Madre Ignota in Via Abba a Bologna, un forno da lei definito “di comunità”, perché vuole essere aggregatore sociale e uno stimolo all’autoproduzione.

Irene Conti (foto @Alice Rasetti) 
Irene Conti (foto @Alice Rasetti)  

«Il mio scopo è riportare le persone a fare il pane a casa e poi venire al forno per stare assieme – racconta Irene - Il Covid ha accentuato l’individualità che già galleggiava nelle città e l’ossimoro “siamo soli anche se stiamo assieme” vale oggi più che mai. Mi piace pesare di piantare semi di consapevolezza nella mente delle persone, sensibilizzarle non solo riguardo certi ingredienti non industriali, ma anche su temi come l’etica ambientale e umana che stanno dietro le produzioni di filiera».

Perché un forno sociale nel centro di Bologna?

«La città è piena di gente, un’opportunità se vuoi divulgare informazioni. Naturalmente è anche più frenetica. Ma da qualche parte bisogna cominciare per educare le persone a un nuovo modo di alimentarsi e approcciare l’ambiente. Vorrei proporre la modalità “forno di comunità” una volta a settimana, e nel frattempo attivare anche dei corsi che aiutino le persone a inserire la panificazione nella loro frenetica giornata lavorativa. La pasta madre ha dei tempi lenti. Ma è necessario tornare a trovare del tempo nella propria vita».

 

 

 Irene Conti con la farina (foto @Alice Rasetti) 
 Irene Conti con la farina (foto @Alice Rasetti)  

 

Quali difficoltà hai dovuto affrontare per avviare il tuo progetto?

«È faticoso. Quando dico che impasto a mano mi danno della pazza. Se non sei innamorato di ciò che fai scappi al primo ostacolo. Oggi mi sembra che la gente abbia perso la cura e l’amore per le cose che fa: la generazione dei nostri genitori scindeva il lavoro dalla passione perché gli è stato insegnato a lavorare per portare il pane in tavola, tapparsi il naso e produrre denaro per la famiglia. Quello che ti piaceva rimaneva solo un hobby. La nostra generazione invece non è più indirizzata al concetto di “il lavoro mi nutre” ma del “vengo nutrita da quello che il lavoro mi porta in termini di arricchimento personale”. Io impasto a mano non perché mi diverto a faticare, lo faccio perché sento il pane, quando impasto, respiro. Dietro ogni materia prima c’è poi un processo lungo: vado a conoscere ogni singola persona che le produce; mi affido, in quanto socia, anche a Camilla, la prima cooperativa autogestita in Italia che attua il sistema della garanzia partecipata. Quello che propongo deve essere trasparente».

 

Irene Conti mentre impasta (foto @Alice Rasetti) 
Irene Conti mentre impasta (foto @Alice Rasetti)  

 

Perché questi progetti partono principalmente dai giovani?

«La scintilla dovrebbe partire dai giovani perché la nostra mente è più fertile. Abbiamo ricevuto stimoli diversi dalla generazione precedente, siamo più flessibili. Ma questa non è una giustificazione per i “Boomer” ( i sessantenni di oggi – ndr) per non contribuire a questo cambiamento. Noi giovani ci siamo ritrovati un terreno ormai privo di fertilità e abbiamo sulle spalle la grande responsabilità di rendere di nuovo sano un terreno malato, in ogni ambito, sia esso sociale, economico o ambientale. Altrimenti crolla tutto».

 

Il pane di Irene Conti (foto @Alice Rasetti)
Il pane di Irene Conti (foto @Alice Rasetti) 

Forno Vagabondo, SPIGA, Da Madre Ignota, sono solo alcuni dei progetti di recupero o realizzazione di forni sociali, di spazi di condivisione e aggregazione, di momenti di formazione e informazione sul pane e la sua filiera. Queste e altre storie le potrete trovare all’interno della nuova Guida “I Pani d’Italia” de L’Espresso e Il Gusto, da 4 dicembre in tutte le edicole e librerie d’Italia e online su online ilmioabbonamento.gedi.it, Amazon, Hoepli e Ibs.

 

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