Addio Andrea Franchetti, arbitro di eleganza del vino, innamorato della Val d'Orcia

E' scomparso nella notte a Roma dopo una lunga malattia: venti anni fa sbarcò sull'Etna piantando Chardonnay in alta quota: "La mia follia", chiamò la sua impresa. Ma il cuore era in Toscana 
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Ho conosciuto Andrea Franchetti di persona nell’estate 2017. Un caro amico esperto di vino, Mario Del Debbio, già presidente della Fisar, mi disse: "Vieni con me a Firenze, ti faccio conoscere un personaggio unico del mondo del vino, le sue etichette sono delle perle". Bastò uno sguardo per capire che si trattava di una persona speciale. Il vestito di lino, verde bottiglia, quell’eleganza country-chic tipica di chi ha girato il mondo e frequentato le campagne più raffinate e affascinanti del pianeta: uno stile per cui mi piacque definirlo il dandy del vino. Segni della sua esperienza a Bordeaux, ma anche del suo amore per la Val d’Orcia, uno dei primi ad amare e valorizzare quel territorio unico, all’ombra – ma non troppo - di Montalcino. Per non parlare delle sue vigne eroiche dell’Etna: del vulcano più fotografato e amato d’Italia aveva scelto e portato in etichetta Passopisciaro. Tre anime in una sola personalità. Parlando a tu per tu con Andrea Franchetti arrivò la conferma dello spessore di un viticoltore raffinato e artigiano nello stesso tempo, molto appassionato, testardo e curioso. Pioniere delle vigne e delle coltivazioni estreme, precursore di mode e tendenze. Diffidente verso le vendemmie anticipate figlie del cambiamento globale e del “gusto fresco”, perché "l’uva matura ad ottobre”, come amava dire. Appassionato del mare: in terra Toscana era molto attratto dal fascino un po’ decadente, semplice e accogliente di Livorno.

Simpatizzante della Francia,  lunga esperienza in America, Franchetti ha fatto conoscere i grandi rossi toscani negli Usa. Ha studiato enologia sul campo a Bordeaux da cui ha preso in prestito il taglio bordolese in Val d’Orcia nella sua azienda, la Tenuta di Trinoro. Quindi è sbarcato sull’Etna, segnando la fortuna del Nerello Mascalese e azzardando la coltivazione di Chardonnay a 1000 metri già in tempi non sospetti. Esempio vivente della fortuna che aiuta gli audaci della vite, coadiuvato dall’atmosfera internazionale respirata sin da piccolo in famiglia.

Iniziò come agente di commercio nel mondo del vino, ma, sempre desideroso di approfondire, studiò come enologo, agronomo per poi diventare manager. Tutto nella stessa vita. «Ero un ragazzo quando decisi di andare a vendere vino in America, dopo aver fondato una società ad hoc. All’epoca, negli anni Settanta, negli Usa bevevano solo i francesi (non c’era ancora Antinori, che poi arrivò nell’80). Ma io avevo un obiettivo ben chiaro: trasmettere agli americani il concetto che anche il vino italiano era costoso e figo come quello d’oltralpe. Da proporre avevo una vasta gamma di grandi vini italiani del tempo: un Brunello, che prendevo ad Argiano da un produttore che lo imbottigliava per conto suo, varie bottiglie dei marchesi Di Grésy e così via», mi raccontò in una intervista pubblicata sul quotidiano toscano Il Tirreno. Dopo sei anni tornò nella sua Roma, dove era nato, per poi rifugiarsi in Val D’Orcia a caccia di tranquillità. Nasce così Tenuta di Trinoro, da un vecchio casolare ristrutturato che diventa la base dove Franchetti studia, sperimenta, sogna per oltre 20 anni, e che diventa un’azienda vitivinicola a tutti gli effetti a partire dal 1997, terroir ideale dove coltivare uve di taglio bordolese, Cabernet Franc, Merlot, Petit Verdot e Cabernet Sauvigno. Non a caso uno dei suoi maestri è stato il danese Peter Vinding-Diers, vignaiolo con esperienza internazionale dalla Francia al Sudafrica alla Sicilia.

Venti anni fa, un altro colpo di fulmine, stavolta a sud: è il 2000 quando sbarca in Sicilia, e l’anno successivo concretizza il progetto Passopisciaro: «È stata una specie di follia. Sono andato sull’Etna e ho trovato un posto fresco e metafisico: sulle alture più vertiginose ho piantato Chardonnay». Un’esperienza al top che si ritrova nel calice elegante, tesissimo, setoso e ruggente al tempo stesso. Ma il cuore resta a Sarteano.

Stanotte, 6 dicembre, Franchetti si è spento nella città che gli ha dato i natali, Roma, circondato dall’affetto dei suoi cari, dopo una lunga malattia. Proprio quest’anno, in cui aveva celebrato i 20 anni sull’Etna. Ci mancherà.