Mario Pojer: un predestinato del vino tra metodo sperimentale e mille progetti

Mario Pojer in azienda. (Le foto dell'articolo sono di Stefano Caffarri) 
Il suo nome strettamente legato a quello di Fiorentino Sandri, la loro cantina proiettata verso il futuro e con le nuove generazioni che già lavorano sul campo. La nuova missione? I vigneti resistenti 
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Tra i tanti misteri svelati che ruotando attorno alla personalità poliedrica di quest’uomo, il più gaudioso: come fa ad apparire sorridente sotto quel colossale sipario di baffi. Eppure sorride di lontano, mentre ti viene in contro a passo caracollante, le mani a pugno, la criniera scossa. Un’ombra negli occhi: la grandine è caduta con ferocia inaudita su Faedo. “In 47 anni non ho mai visto una cosa del genere”. Le piante spiumate e i grappoli scoppiati e rugginosi già dopo un giorno lasciano una impressione dolorosa. Mario mi trascina nel ventre della cantina: nuovi locali, nuovi ampliamenti, nuove invenzioni. Mi porta a vedere il suo nuovo pargolo, il Perpetuo: viti resistenti, metodo di rincalzi che ricorda il Solera, ma più “pojeriano”. Con un ennesimo marchingegno “ladra” un po’ di vino dalla botte per evitare qualsiasi contatto, in ossequio alle norme covid, e lo guarda quasi con affetto nel ventre obeso del bicchiere. La storia dei Pojer da Faedo potrebbe essere il serissimo canovaccio di un romanzo storico.

 

Il nome lega l’origine della famiglia alla Baviera: Bayern, poi corrotto fino a Pojer. Erano “runcatores”, ovvero i dissodatori: chiamati dal Principe Vescovo un paio di secoli fa a bonificare i boschi e i declivi, ma anche a lavorare nelle mieniere d’argento. Gente di lavoro. Probabilmente un Maso in val di Cembra il luogo di destinazione, che tutt’ora si chiama Maso Poieri: poi lo scavallamento a Salorno e solo in tempi moderni l’arrivo a Faedo. È qui che nasce la fertile amicizia con Fiorentino Sandri, due nomi così legati che si potrebbe pensare a una persona sola. Eppure è proprio dalla loro diversità che l’Azienda Agricola affronta le criticità del successo travolgente che giunge a faedo fin dagli anni ’80. “Io sono un uomo di cantina, Fiorentino è l’uomo della riflessione e del lavoro oscuro” dice Mario. Racconta che per mettere insieme il vigneto unico di Grumes, se non il piu grande uno dei più grandi della Val di Cembra, Fiorentino ha inseguito oltre mille proprietari per più di 800 rogiti. Un lavoro da ricercatore indefesso.

Due i nuovi impianti aziendali, uno a Pinot Meunier e uno a Riesling 

È passata solo mezz’ora e sono già stordito: non solo per il vortice di assaggi, ma anche per il flusso continuo e ininterrotto di novità. Un nuovo impianto a Riesling, un altro a Pinot Meunier: un continuo sobbalzare tra il recupero di valori acquisiti e di nuovi orizzonti. Le nuove frontiere sono numerose, e per rendermene conto seguo “il Mario” nella schatzkammer dell’Azienda. Una intercapedine larga poco piu di un metro tra la roccia e il corpo di fabbrica contiene non solo la memoria della Pojer e Sandri, ma anche gli esperimenti in corso. Qui sono riunite le centinaia, le migliaia di bottiglie storiche tra le quali Mario non ha esitazione a pescare vecchie etichette per cercare le evoluzioni: il metodo sperimentale è il suo unico credo. Per ragionare sul tappo a vite
apre tre bottiglie di Mueller Thurgau del 2007: due tappi di sughero e uno stelvin. L’assaggio restituisce un esito alieno da ogni dubbio: il vino sotto la vite ha una vitalità e una espressività così integra e schioccante da annichilire il confronto. Mario è un predestinato del vino, ma un predestinato nella tragedia. La riga patrilineare di Mario è trafitta dalla prematura scomparsa del padre per un incidente in cantina, e del nonno per un altro terribile evento nell’azienda di famiglia quando cadendo in una cisterna trascinò con se due figli e un aiutante che tentarono di salvarlo.
Migliaia le bottiglie storiche che Mario Pojer conserva per poi confrontarne l'evoluzione  

“Quando ho detto a mia mamma che volevo andare a San Michele – Istituto Agrario di San Michele all’Adige, dove ci si prepara per il mondo del vino – ha avuto un malore, quasi un lutto”. Invece fu l’inizio della storia. Oggi a Faedo lavorano con passione entrambi i figli di Mario e i tre di Fiorentino, assieme a un nutrito numero di collaboratori. Del resto l’azienda non cessa il suo sviluppo per favorire il quale sono state aggiunge importanti quote di terre e di vigneti in Val di Cembra: Maso Besleri, per le varietà di casa, e Grumes con i vitigni resistenti, l’attuale ossessione di Mario. È lui che mi conduce nella Valle di Smeraldo: percorrendo la strada che sovrasta l’Avisio fino a Cembra e al Castello non smetto di strabiliare per la bellezza iperurania del luogo.

Luci e penombre, le lunghe morbide curve dei vigneti che in parte seguono le isoipse in parte percorrono le rive “a rittochino”, cioè perpedicolari alla pendenza. Da sopra lo spettacolo è davvero curioso: la diffusa Pergoletta Trentina, assieme alla coltivazione a terrazze, celano il terreno lasciado il posto a questi festoni verdi, raramente interrotti da stradette interpoderali. Pendenze, fittezze, boschi, e le ferite delle cave di porfido in lontananza. Arriviamo a Grumes, dove l’impianto – tre vitigni resistenti: per lo Zero Infinito, il Cremisi e il Perpetuo – brilla alla luce di taglio del tramonto. Poco sotto i sentieri di Albrecht Dürer, che da sempre accompagna le bottiglie dei vignaiuoli di Faedo con particolari dei suoi dipinti, attraversò la Valle nel suo viaggio verso Venezia, tanto che ogge se ne ricorda il percorso con un sentiero e un ponte. Da qui la vista del Castello, raffigurato dall’artista proprio da quella posizione.


Ogni incontro con “il Mario” finisce a stappi: quello è il tema a cui tornare dopo tanti discorsi. Oppure rifugiarsi nei locali che custodiscono le botti del Perpetuo: “Quando la spia della riserva di energia si accende mi rifugio qui: mi verso poche gocce di questo vino che mi parla, e ogni cosa torna al suo posto”.