In vigna con le scarpette da calcio: a Savorgnano la viticoltura eroica si ammanta di poesia

Cinque amici, un passato comune sul campo di gioco e un presente impegnati a curare la vite a pendenze improbabili, senza aiuti e con tanto ingegno
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Gli ex Pulcini della Savorgnanese, oggi vignaioli fatti, in vigna ci vanno con le scarpette da calcio. Nostalgie da goleador mancati? Nossignore. Per i tacchetti. È con quelli che riescono ad ancorarsi al terreno vincendo le pendenze da capogiro e a passare fra le strettoie dei filari, in mezzo alle quali un trattore proprio non ci passa. E a scongiurare rovinose cadute. Per comprendere questa storia bisogna fare, cautamente, un passo indietro. Fra i personaggi che popolano la letteratura del vino ce n’è uno che giganteggia: è il vignaiolo eroico. Una specie di giovane Werther in salsa enoica, mistura particolare di romanticismo con appendice di masochismo. Lavora in condizioni impervie, prevalentemente in montagna. Niente trattori né macchine, fa tutto a mano. Non per furia luddista, ma perché non ha scelta. Le sue vigne stanno arroccate su declivi che provocherebbero le vertigini a chiunque, lui non fa eccezione. Di questa pasta è fatta il nostro.

Del personaggio in questione, dalla letteratura alla prosa, si è occupato di recente anche il legislatore riconoscendone lo status per decreto governativo firmato (luglio 2020) a sei mani dai ministri Bellanova (Politiche agricole), Franceschini (Beni culturali) e Costa (Ambiente). L’interesse multi-ministeriale si spiega col fatto che i vignaioli di questa particolare razza non si limitano a fare vino. Sono custodi del paesaggio agricolo. Di vitigni destinati all’oblio. E gli riesce di fare vini, giocoforza, unici. Il fatto è che per i ministri l’eroismo si misura in metri sopra al livello del mare. Come la virilità, secondo certi retaggi machisti, si misura in centimetri. Se ne deduce che sotto ai 500 mslm, il vignaiolo eroico è un pazzo letteralmente fuori misura. E che perciò non ha diritto ad alcun sostegno economico. 


Di questa razza sono i cinque giovani vignaioli di Savorgnano (frazione di Povoletto, Udine) che, matto per matto, nei vigneti ci vanno con le scarpette da calcio. L’idea è venuta a uno di loro nel corso di una reunion al Bar Cooperativa, ritrovo quotidiano post prandiale dove maturano decisioni epocali corroborate da una birretta, un caffè o un bel bicchiere di vino, a seconda dell’ora. “Quando vai a fare i trattamenti fitosanitari ci vai con 20 litri a spalla. Se porti le crocks o le infradito, ti ammazzi”, Alessandro Perini, 41 anni, mani grosse da contadino, si ride addosso. “Lo so perché ci ho provato”, ammette. Insomma, quel giorno al bar fu la svolta. C’erano tutti. Lui, Alessandro Sara, Marco Sara cugino del primo, Giovanni Genio e Marco Pinat. Ciascuno a capo di una piccola azienda agricola. Ciascuno per la sua parte erede di un piccolo vigneto, quello dal quale un tempo originava il vino destinato al consumo famigliare com’era consuetudine radicata da queste parti. Fu Sara Alessandro, che a Savorgnano è pure assessore, ad esclamare: “I tacchetti, le scarpe da calcio c’hanno i tacchetti. Con quelle dobbiamo andare fra i filari”. Detto fatto. Val la pena di sottolineare che i cinque hanno in comune un passato lungo una vita, a cominciare dalla scuola calcio da bambini. Le elementari, le medie e pure le superiori. Ma anche l’insania maturata nel frattempo di mettersi a coltivare la vite a pendenze improbabili (fino al 30 per cento, sic), fare vino e imbottigliarlo. Cose impensabili per la generazione precedente, quella dello sfuso, del vino di sussistenza. Gli ex calciatori del vino ne hanno fatto un mestiere, ciascuno sotto le insegne della propria azienda. E siccome fra la follia e il genio il confine è duro da tracciare, quella di andare a vendemmiare con i tacchetti si è rivelata una trovata geniale. 

Già, perché di metri sopra al livello del mare Savorgnano ne conta 169. Gli 887 abitanti, computati dall’ultimo censimento, sono per tanta parte pronipoti dei partigiani che ingrossarono le fila delle Brigate Garibaldi e Osoppo, gente con la resistenza nel sangue. Nel campionato dei giovani vignaioli savoragnanesi c’è un obiettivo oltre il successo personale delle rispettive etichette. Dopo aver segnato lo scarto evolutivo dallo sfuso alla bottiglia, dal vino fatto in casa all’impresa, hanno maturato un obiettivo dal sapore identitario e collettivo insieme. Missione Savorgnano Doc, imbracciata sotto l’egida del Consorzio Friuli Colli Orientali e Ramandolo e la Tasting Academy capitanata da Matteo Bellotto. E diciamolo quando questi benedetti consorzi funzionano. Restituire dignità al Savorgnano e traguardarlo al riconoscimento della sua peculiare identità, fatto della personalità del Tocai e la finezza, l’eleganza del Picolit, è l’obiettivo. Ci credono al punto da averne fatto una crociata. Con la benedizione di San Michele Arcangelo, patrono di Savorgnano ma anche dei vigili del fuoco e dei paracadutisti. Gente col fegato grosso. Gente capace di fare la propria parte senza risparmio. Insomma matti veri, se non eroi.