"No al vino con poco alcol". L'Italia si prepara alla battaglia nell'Ue

(@Bruno Murialdo) 
Il ministro delle Politiche agricole Patuanelli: non può scendere sotto gli 8,5 gradi, aggiungere acqua è una pratica proibita e non è mai stata in discussione
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Aggiungere acqua al vino rimane una pratica proibita, e comunque il risultato di questa miscela non potrebbe chiamarsi vino perché quest'ultimo non può scendere sotto gli 8,5 gradi alcolometrici a volume. È questa la linea che l'Italia riproporrà al tavolo Pac (Politica agricola comune dell’Ue) del 25 e 26 maggio dove il tema tornerà in esame. Il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli giovedì in audizione alla 14/a Commissione del Senato ha precisato che la proposta Ue sulla pratica enologica dell'aggiunta d'acqua - che tanto polverone ha sollevato nei giorni scorsi tra i produttori e in diversi schieramenti politici italiani - nasce dalla necessità di armonizzare normative nazionali già vigenti in Francia, Spagna, Portogallo e Germania, e che potrebbe creare anche ostacoli alla libera circolazione delle merci.

La posizione dell'Italia - ha spiegato il ministro in audizione - è questa: contraria al trattamento di dealcolazione che priva il vino di gran parte delle sue caratteristiche organolettiche e ne modifica la composizione, compromettendo soprattutto i legami col territorio che è il vero tratto distintivo di ogni nostro territorio. "Ciascuno può produrre quello che vuole, basta che non lo chiami vino perché quello non è vino - ha detto Patuanelli - . Questa è la posizione del nostro Paese, siamo preoccupati dalle posizioni di altri che invece dovrebbero difendere insieme a noi le caratteristiche pregiate delle produzioni vinicole europee. Mi riferisco alla Francia che sembra non opporsi a questo scempio".

Sui vini dealcolati il confronto è acceso dal 2018 e al momento si discute la soluzione di compromesso: il vino potrebbe essere etichettato come dealcolato o parzialmente dealcolato, mentre i vini Doc e Igt potrebbero utilizzare solo la dicitura parzialmente dealcolato. L'obiettivo dell'Italia è difendere un prodotto che non è soltanto una bevanda ma un volano economico per il Paese, primo produttore mondiale di vino e primo esportatore al mondo a volume.

Il 25 e 26 maggio la questione tornerà sul tavolo con una nuova tappa delle trattative della Pac. Anche se per il sottosegretario al Mipaaf (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) Gian Marco Centinaio la dealcolazione, anche solo parziale, non è negoziabile, il segretario generale di Unione italiana vini (Uiv) Paolo Castelletti sottolinea che "nel mondo il 70% della popolazione non beve alcolici e penso che il potenziale di mercato per i vini dealcolati sia notevole. Il punto è: vogliamo che questa categoria di prodotti rimanga nel perimetro del nostro settore o che venga lasciata in mano all'industria delle bevande? Come Unione italiana vini pensiamo possa rappresentare un'opportunità di mercato per i nostri vini comuni e per valorizzare un prodotto varietale, che spesso rimane in eccedenza, verso nuovi segmenti della domanda. Siamo invece contrari alla dealcolazione totale di Dop e Igp. Ci aspettiamo inoltre che i nuovi prodotti vadano definiti come nuove categorie e non come aggettivi da associare alle categorie esistenti, come proposto dalla Commissione. In questo modo, tali prodotti entrerebbero tra quelli vitivinicoli, ma con regole specifiche chiare, a tutela anche dei consumatori".

Più in generale, la partita in gioco a fine a mese a Bruxelles riguarda la Pac post 2020 e nello specifico per il comparto vitivinicolo i fondi di sostegno, le produzioni dealcolate, i diritti di impianto, l'etichettatura elettronica e non.