Dalle rape coreane ai fagiolini serpente, gli ortaggi migranti che popolano i nostri mercati

Da tempo gli italiani hanno preso grande confidenza con i frutti tropicali, ormai ribattezzati "superfrutti" 
Sono sempre di più le varietà, ormai non più esotiche, diffuse e coltivate anche qui da noi. Da immigrati ma anche da italiani
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Ampalaya, Korapa, Daikon, Pak Choi o Chang Ku Chai, Kacang panjang, Okra ovvero i cetrioli amari, lisci o rugosi, le rape coreane, il rapanello bianco giapponese, la bieta cinese, le ladies' finger molto usate nella cucina africana, i fagiolini serpenti della cucina bengalese. Sui banchi dei nostri mercati si fanno spazio ortaggi, tuberi e frutti migranti, chiamarli esotici ci riporterebbe veramente indietro nel tempo, ad un'altra società. Oggi che le nostre città sono popolate di comunità migranti questo tipo di prodotti, qualcuno di più qualcuno di meno, ha perso la sua aura di eccentricità. Venduti, cucinati e talvolta anche cresciuti in Italia, da nord a sud, trovano il loro luogo ideale sui banchi dei mercati. Un percorso che viene da lontano. "È circa venticinque anni ormai che noi produciamo il coriandolo, da quando abbiamo iniziato ad avere lavoratori bengalesi - racconta Fausto Bonanni, agricoltore tradizionale con la sua azienda nel Parco dell'Appia Antica, un banco al mercato dell'Esquilino, il più multietnico di Roma -. Non che non lo conoscessimo prima, in Ciociaria il coriandolo, in semi, è sempre stato utilizzato negli insaccati perché è un antifermentativo, ma la foglia no. Con l'arrivo dei migranti abbiamo cominciato a venderlo al mercato per tutti gli stranieri, dal Sud Est asiatico e dal Sud America lo usano in moltissime cucine. È cultura".

Sempre più presenti in tutti i nostri mercati, veri e propri ortaggi migranti, provenienti da tutto il mondo. (In foto, l'Ampalaya, la zucca amara e altri prodotti delle Filippine. © Kristel Cuadra) 

Semi e piante orientali che mettono radici in Occidente. C'è un piccolo grande film, protagonista della notte degli Oscar e adesso nelle sale appena riaperte. Si chiama Minari, è diretto dal regista Isaac Lee Chung, nato in Colorado da genitori sudcoreani. E racconta proprio questa storia: nell'America degli anni Ottanta un giovane agricoltore emigrato dalla Corea del Sud in Arkansas decide di piantare ortaggi coreani da vendere alla comunità di compatrioti. Sarà un'impresa difficile ma appassionante grazie anche alla pianta "magica" del minari, un crescione coreano dal sapore forte che ripulisce la terra e l'acqua dove cresce. Anche in Italia ormai ci sono centri di produzione di frutti e ortaggi la cui origine viene da lontano. "In certi periodi dell'anno gli ortaggi che normalmente arrivano da India, Pakistan e Bangladesh li troviamo anche a Latina, Terracina, da metà giugno in poi - ci spiega Ullapoes, arrivato in Italia da cinque anni -. I miei clienti vengono quasi tutti dal Sud Est asiatico".

Piano piano però anche gli italiani stanno facendo la conoscenza di questi ortaggi dai nomi strani. Carlo Grossi, uno dei volontari di ReFoodGees - RomaSalvaCibo, l'associazione che lotta contro lo spreco alimentare distribuendo gratuitamente ogni sabato pomeriggio l'invenduto del mercato Esquilino e Trieste, ha fatto una sorta di inventario: "In questo ultimo anno e mezzo abbiamo raccolto circa 30 tonnellate di fresco e per moltissimi di questi ortaggi sconosciuti ci siamo anche fatti spiegare come cucinarli. La zucca centenaria, pelosa o liscia, detta anche Chayote o Sayote, si cuoce tutta e non ha scarto e si presta a tante preparazioni. I fiori di banano hanno sapore di carciofo, il Farinello rosso è in foglie da ripassare in padella. Per il Daikon in agrodolce, ricetta cinese autentica, ottimo come antipasto croccante, occorre tagliarlo a strisce lungo quanto il barattolo di vetro dove si intende conservarlo, infilarlo in piedi e versare il liquido creato amalgamando acqua, zucchero bianco o di canna; se volete il Daikon un poco scuro, aceto al miele o standard fino a coprirlo del tutto. Si può tenere in frigo alcuni giorni". La raccolta delle ricette dei ragazzi di ReFoodGees per il momento ha trovato spazio sulla loro pagine Facebook ma il progetto è di pubblicarle in un ricettario.

La zucca centenaria, pelosa o liscia, detta anche Chayote o Sayote, non ha scarto e si presta a tante preparazioni. In foto al forno, con formaggi e pomodorini 

Dalla ugualmente multietnica Porta Palazzo a Torino, dove le uova sui banchi hanno le scritte in arabo e gli agricoltori cinesi trovano spazio accanto a quelli piemontesi, fa eco Gianni Lana, il cowboy di Porta Palazzo, il "portavoce" dei contadini sotto la Tettoia. "Abbiamo cominciato negli anni Sessanta con le cime di rapa portate al nord dai meridionali e proseguiamo ora con piantine e semi che i nostri clienti stranieri ci portano e che noi piantiamo nella nostra terra di Rivalba, che è il regno del pisello di Casalborgone. Questo è il primo modo per socializzare, fare sentire le persone a casa perché naturalmente se trovano i prodotti che mangiano a casa loro sono contenti; mi piace stupire le persone che arrivano da fuori e trovano sul banco un frutto o un ortaggio che non si sarebbero mai aspettati. Occorre ragionare sul presente con un occhio al futuro".

In Sicilia vengono coltivate con successo moltissime varietà di frutti tropicali, tra cui il Passion Fruit  

E se gli italiani fanno ancora un po' fatica a misurarsi con gli ortaggi migranti, da tempo invece hanno preso grande confidenza con i frutti tropicali, ormai ribattezzati "superfrutti". "Papaya, mango, avocado, frutto della passione, cirimoia sono frutti ipervitaminici e rafforzano le difese immunitarie, gli italiani ne vanno pazzi, ho clienti che mangiano avocado tutti i giorni, ormai è una moda, una mania - ci spiega Augusto banco di sola frutta, migrante e no, al mercato Esquilino -. La cosa interessante è che da una decina di anni questi frutti tropicali sono diventati italiani anche per quel che riguarda la produzione. In Sicilia paradossalmente sono state tolte coltivazioni di arance per impiantare frutti tropicali, nella Valle dell'Oreto in provincia di Palermo con successo si coltivano, papaya, avocado, passion fruit fantastici e anche banane. La produzione di manghi, che sono stati portati dal Pakistan, a settembre è, per qualità e quantità, fantastica".