Mare di Bering
Otarie orsine (foto: Welt.de) 

Il miracolo dell’isola vulcanica: così sono "rinate" le otarie orsine

Quando gli animali ripartono da una piccola “enclave”. Come a Bogoslof, dove i mammiferi – un tempo cacciati per la pelliccia – hanno trovato le condizioni ideali per riprodursi. O i lupi, che in Italia si sono ripresi dal vortice di estinzione

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Trovare un angolo di pianeta per sopravvivere. E rigenerarsi. Lontano dall’uomo, possibilmente. Qualcuno la chiama resilienza, più semplicemente è istinto di sopravvivenza. Per scongiurare l’estinzione, gli animali si ritagliano piccole e insospettabili “enclave”. Per esempio c’è chi, nel caso delle otarie orsine, i callorini dell’Alaska (Callorhinus ursinus il nome scientifico), ha parlato di un vero e proprio miracolo. La specie era a rischio di estinzione nel mare di Bering, con una popolazione che nel 1988 era dimezzata rispetto ai 2,1 milioni di esemplari stimati negli anni ’50. Il perché è presto detto: la loro ricercata pelliccia è stata a lungo una risorsa. Sin da quando, nel 1741, le isole Aleutine furono scoperte durante la grande spedizione russa di Vito Bering e Alessio Cirikov: la sovranità della Russia durò sino al 1867, quando Alaska e Aleutine furono vendute agli Stati Uniti.

Ed è su una piccola isola vulcanica, Bogoslof, poco più di un chilometro quadrato di superficie, sommità di un vulcano sottomarino attivo, che le otarie hanno trovato le condizioni ideali per riprodursi. Con un numero di nascite significativo nel 2019: circa 36 mila. Nel 2015 erano 28 mila, l’aumento è stato esponenziale.

L'isola di Bogoslof (foto: T. Keith, U.S. Geological Survey, via Wikimedia Commons) 

“Vero, abbiamo assistito a una crescita eccezionale della popolazione”, annuisce Tom Gelatt, che dirige il Marine Mammal Laboratory's Alaska Ecosystems Program del Noaa, un’agenzia federale statunitense che si interessa di oceanografia, meteorologia e climatologia. Qui, nel tratto orientale del mare di Bering, vive la maggior parte dei callorini dell’Alaska: circa 635 mila esemplari, altri 14 mila popolano la costa al largo della California, altri ancora le acque russe. E tra i ricercatori non manca chi si chiede perché le otarie abbiano preferito una delle isole geologicamente più imprevedibili (qui il rischio di eruzioni è altissimo e al centro dell’isola c’è persino un campo fumarolico) per riprodursi e allevare i piccoli, approdandovi in estate dopo aver trascorso in mare il resto dell’anno.

Ma perché l’isola di Bogoslof viene preferita anche a Sain Paul, la più grande delle isole Pribilof, che si trovano a nord dell'arcipelago delle Aleutine? Tra le possibili spiegazioni, la prossimità alle aree di alimentazione a sud delle Isole Aleutine, cui i giovani appena svezzarti arrivano evitando le tempeste del mare di Bering. Ecome mai la popolazione non di callorini dell’Alaska non si è ripresa prima, visto il decremento della caccia? “Tra le possibili motivazioni, la competizioni con le flotte di pescherecci, la minaccia delle orche e, non ultimo, i cambiamenti dell’ecosistema”, spiega Gelatt.

Quello che non sorprende, tuttavia, è che una specie a lungo minacciata dall’uomo abbia individuato un’area così remota per ripopolarsi. “Vuol dire – spiega a Green&Blue Domenico Fulgione, che insegna zoologia ed evoluzione all’Università Federico II di Napoli – che l’uomo non ha ancora, direi fortunatamente, scoperto tutte le nicchie ecologiche del Pianeta. A dispetto dell’apparenza infelice per gli standard umani, l’isola di Bogoslof sembra aver configurato quello che gli esperti chiamano trappola ecologica: condizioni favorevoli per una specie trovate in una sola dimensione della nicchia ecologica, in questo caso potrebbe essere la grande disponibilità trofica. Se dopo la mattanza dell’uomo, tuttavia, la specie è ancora a rischio è perché può essersi innescato un fenomeno evolutivo che definiamo collo di bottiglia: una specie che raggiunge un minimo demografico assiste anche a un abbassamento della variabilità genetica e fatica ad uscire dal vortice di estinzione. Ed è successo, per esempio, ad altre specie di leoni marini e ai ghepardi”.

Riguarda più da vicino l’Italia il caso del lupo, che presenta non poche analogie con la storia intrigante delle otarie orsine: complice la persecuzione da parte dell’uomo, nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo la sua popolazione ha subito un calo drastico. Quasi scomparso dalle Alpi, è tuttavia riuscito a sopravvivere con piccoli nuclei disgiunti distribuiti lungo la dorsale appenninica. Trovando, dunque, delle isole felici in cui proliferare. E dalle quali, complice l’efficacia delle leggi di protezione nazionali ed europee, e perché no, la disponibilità trofica legata all’incremento degli ungulati selvatici, ha ripreso a ricolonizzare il Paese, risalendo verso Nord e tornando anche sull’arco alpino occidentale.

“Un drastico calo demografico ha interessato, fino agli anni ’70, anche la nostra lontra. - aggiunge Fulgione - Il mammifero ha però resistito, superando il momento di crisi sopravvivendo nei fiumi di Basilicata, Calabria e Campania, e utilizzando il mare come veicolo di collegamento. Oggi la specie è in espansione e ha già raggiunto l’Italia centrale”.

Una sorta di "effetto Lazzaro" racconta, invece, lo straordinario caso del petrello delle Bermuda (Pterodroma cahow). “Si tratta di un uccello marino ritenuto estinto già nel ‘600 e miracolosamente riapparso dopo oltre secoli in una piccola isola remota, Nonsuch Island, dove la specie aveva continuato a proliferare, lontano da occhi indiscreti”, racconta l’ornitologo Rosario Balestrieri, presidente dell’associazione Ardea.
Pezoporus occidentalis (foto: Brent Barrett di Dunedin, New Zealand, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons)
 

Intrigante anche la storia del pappagallo notturno occidentale, il Pezoporus occidentalis, che prima del 1990 era noto soltanto attraverso 22 esemplari musealizzati. Nel 1988, l'imprenditore australiano Dick Smith promise una ricompensa di 50.000 dollari a chi fosse riuscito a riscoprire la specie: cinque spedizioni di ricerca fallirono. Nell’aprile del 2004, tre esemplari furono avvistati nella zona delle Fortescue Marshes, in Australia Occidentale, ma senza alcuna prova fotografica. Nel novembre 2006 un esemplare morto fu trovato nel parco nazionale Diamantina, nel Queensland. Solo nel maggio 2013, il cineasta australiano John Young riuscì a fotografare un pappagallo notturno vivente, seguito nel 2015 dall’ornitologo Steve Murphy. Dal 2017 la specie è stata finalmente “riscoperta” in Australia Occidentale.
Celacanto delle Comore, Coelacanthiformes (foto: Zoo Firma, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons) 

Celebre, in letteratura scientifica, anche il caso del celacanto delle Comore, osservato da un peschereccio a largo delle coste sudafricane nel 1938: un vero e proprio fossile vivente, ritenuto estinto e invece sopravvissuto in alcuni angoli remoti del pianeta. Sacche impercettibili di resilienza, insomma, come nel caso del mosco del Kashmir, il cervo dai denti a sciabola, osservato nelle impenetrabili foreste dell’Afghanistan nel 2009, dopo che nel 1948 era stato dato per estinto. Anche in questo caso, i ricercatori non avevano fatto i conti con il tenace istinto di sopravvivenza della specie.