Biodiversità

Le bionvasioni viaggiano sotto navi e yacht: 42 specie aliene nei nostri porti

Le bionvasioni viaggiano sotto navi e yacht: 42 specie aliene nei nostri porti
Uno studio dell'Università di Pisa indaga sui meccanismi di diffusione di crostacei, vermi policheti e molluschi alloctoni che arrivano attaccati alle imbarcazioni. "Il traffico turistico incide più di quello commerciale"
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Ci sono Caprella scaura, un piccolo crostaceo anfipode, e Hydroides elegans, un verme polichete. Ma anche Paraleucilla magna, una spugna, e un piccolo mollusco gasteropode descritto per la prima volta nel 2013, sin qui osservato in pochissimi esemplari, individuati soprattutto sul versante orientale del Mediterraneo: si chiama Odetta zekiergeni. E ancora: la stella serpentina Ophiactis savignyi, possibilmente originaria del Canale di Panama, e Bugula neritina, un briozoo che forma piccole colonie arborescenti.
 

Sono alcune delle 42 specie aliene protagoniste di una invasione silenziosa nei porti italiani, dove trovano le condizioni ideali per proliferare. Impattando, spesso, sugli ecosistemi pre-esistenti. L'ultima mappa delle bioinvasioni nei porti del Mediterraneo arriva da uno studio dell'università di Pisa appena pubblicato sulla rivista Marine Pollution Bulletin, che ha in particolare analizzato le popolazioni di crostacei, vermi policheti, molluschi e altri invertebrati nei porti di Livorno, Bastia e Olbia.

In due anni di lavoro i ricercatori hanno scandagliato il cosiddetto fouling, termine con il quale viene definito il complesso di organismi marini animali e vegetali che ricoprono strutture artificiali (in particolare chiglie delle navi e pontili) immerse in acqua.

Il gruppo di ricercatori dell'Università di Pisa
Il gruppo di ricercatori dell'Università di Pisa 


Il risultato? Delle 431 specie censite, 42 non sono autoctone, con una percentuale significativa in termini di abbondanza delle popolazioni. E arrivano da mari spesso lontani nei porti del Mediterraneo occidentale, e in particolare in quelli italiani, attraverso il trasporto accidentale, per esempio immersi nelle acque di zavorra o dal fouling sulle chiglie delle imbarcazioni: un impatto antropico indiretto dell'uomo sugli ecosistemi, favorito anche dall'ampliamento del canale di Suez.

"Le bioinvasioni rappresentano una delle principali problematiche ecologiche che interessano gli ecosistemi marini, specialmente nel Mediterraneo - sottolinea Alberto Castelli, professore ordinario del Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa -  e lo studio degli ambienti portuali riveste dunque un particolare interesse proprio perché si tratta di aree particolarmente suscettibili al fenomeno. Qui le specie aliene, volontariamente o accidentalmente introdotte dall'uomo, costituiscono un possibile rischio per la biodiversità locale".


Ma le bioinvasioni sono sempre un disvalore per gli ecosistemi? "Lo sono quando le nuove specie intaccano direttamente la rete trofica pre-esistente al loro arrivo - sottolinea Jonathan Tempesti, dottorando del Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa, conduttore dello studio - Abbiamo anzi notato che in aree particolarmente antropizzate e 'stressate', proprio come i porti, l'arrivo di specie aliene resistenti e particolarmente competitive finisce spesso per utilizzare risorse poco sfruttate dalle specie autoctone". In questi casi, dunque, le bioinvasioni potrebbero essere interpretate come un riequilibrio degli ecosistemi, benché gli effetti vadano evidentemente monitorati a lungo termine e il rischio concreto è quello di un'espansione incontrollata, oltre i confini portuali, della nuova specie, con effetti nocivi sulle specie native.

Ma il nuovo studio va anche oltre: i dati hanno evidenziato che, contrariamente a quanto atteso, l'area turistica dei grandi porti ha una presenza di specie aliene molto maggiore rispetto a quella commerciale, che è direttamente interessata dal traffico marittimo internazionale. "Sul fenomeno influiscono condizioni ambientali favorevoli, dalla morfologia delle banchine al carico organico, fino alla torbidità delle acque. - rileva Tempesti - L'identificazione delle zone dei porti che risultano più vulnerabili, e dei fattori ambientali e antropici correlati, sono di fondamentale importanza per lo sviluppo di efficaci piani di monitoraggio e di prevenzione".
 

Prevenzione, già. Come farla? "Bastano alcune buone pratiche su cui sensibilizzare le parti interessate, in particolar modo le compagnie marittime, responsabili inconsapevoli ma prioritarie delle bioinvasioni. - spiegano dal team dell'Università di Pisa, da tempo impegnato in studi di biologia marina ed ecologia nelle aree marino-costiere dell'Alto Mar Tirreno - La pulizia preventiva delle chiglie delle navi è una condizione importante, alcuni protocolli condivisi prevedono la rimozione meccanica del fouling da banchine e chiglie".

Il gruppo di lavoro - che comprende ricercatori e docenti dei dipartimenti di Biologia e di Scienze della Terra, sotto la supervisione dei professori Ferruccio Maltagliati, Claudio Lardicci e Alberto Castelli, con il contributo del dottor Joachim Langeneck, di Luigi Romani del Gruppo Malacologico Livornese e Marie Garrido dell'Office de l'Environnement de la Corse - si è avvalso del supporto dell'Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale e della Direction adjointe des Ports et Aéroports de la Collectivité de Corse.
 

Le ricerche nei porti italiani continueranno: l'obiettivo è approfondire il fenomeno delle bioinvasioni, già indagato da ricerche analoghe negli ultimi anni. Lo stesso gruppo di ricerca pisano, nel 2020, aveva ad esempio evidenziato un primo quadro di invasione del porto di Livorno tramite lo studio delle comunità di fouling, i cui risultati hanno guidato i successivi studi più approfonditi. E nello stesso anno, il team aveva fornito un quadro aggiornato dello stato di invasione dei porti mediterreanei, dal quale è emerso che il porto di Livorno risulta essere uno dei porti più invasi del Mediterraneo, e che la maggior parte delle specie aliene ritrovate nei porti mediterranei rientra nelle comunità di fouling.

Nel 2017 l'università di Pavia aveva analizzato gli organismi che incrostano le banchine di cinque grandi porti (Genova, La Spezia, Livorno, Olbia e Porto Torres) e cinque marine turistiche quasi limitrofe (Santa Margherita Ligure, Lerici, Viareggio, Porto Rotondo e Castelsardo), concludendo che barche a vela e yacht privati influiscono in modo significativo sulle bioinvasioni, come e più delle navi commerciali.
 

Uno studio analogo, pubblicato sul Journal of Applied Ecology e condotto da Aylin Ulman, aveva addirittura seguito i viaggi delle bioincrostazioni di macroinvertebrati su alcune navi ormeggiate in venticinque marine turistiche del Mediterraneo, indagando le abitudini di viaggio e di manutenzione delle unità da parte dei proprietari. Il risultato? Il 70% delle imbarcazioni portava con sé almeno una specie marina aliena.