La crisi

Energia rinnovabile al posto del gas russo: il governo ci sta pensando

Energia rinnovabile al posto del gas russo: il governo ci sta pensando
Le aziende in pressing: se partono i nuovi impianti in tre anni avremo 60 GW e 80 mila posti di lavoro. C'è lo scoglio dei veti per la tutela del paesaggio. Brunetta mediatore fra Cingolani e Franceschini
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"Sganciamoci dal gas russo accelerando sulle rinnovabili". Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani lo ha detto esplicitamente l'altroieri a Bruxelles. Era appena terminato il Consiglio Ue dell'Energia per prendere in esame le ripercussioni della crisi Ucraina sulle bollette europee. "Stiamo lavorando molto efficacemente per sganciarci dalla dipendenza dal gas russo. Sui tempi direi che da un anno in poi si cominceranno ad avere risultati" e i ministri Ue "sono tutti d'accordo che dobbiamo accelerare sulle rinnovabili, anche con semplificazioni burocratiche forti", ha spiegato Cingolani.

Eppure il governo italiano in queste ore di crisi ha fatto le ipotesi più disparate sulla futura politica energetica del Paese: dalla riaccensione delle centrali a carbone, allo sfruttamento dei giacimenti di gas nazionale, all'aumento delle importazioni di gas da Paesi come l'Azerbaijan e l'Algeria, con tanto di visita ad Algeri del ministro degli Esteri Luigi Di Maio accompagnato dall'amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. Tanto da sollevare un lecito interrogativo: quanto è diffusa a Palazzo Chigi la consapevolezza che questa può essere, per quanto drammatica, l'occasione giusta per affrancarsi dalla dipendenza energetica che dal Dopoguerra a oggi ha sempre caratterizzato l'Italia, prima dal petrolio arabo e ora dal gas di nazioni comunque instabili?


La lunga tradizione "fossile" della nostra politica estera è difficile da dismettere in poche settimane, come dimostra la sortita algerina di Di Maio. Eppure ci sono segnali che vanno in direzione opposta. Il più forte è arrivato venerdì scorso, 25 febbraio, quando Elettricità Futura, il ramo di Confindustria che rappresenta le imprese elettriche italiane ha indetto a sorpresa una conferenza stampa. Al tavolo Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A, Nicola Lanzetta, direttore di Enel Italia, Paolo Luigi Merli, amministratore delegato di Erg e Giuseppe Argirò, amministratore delegato di Cva, insomma il gota delle aziende elettriche nazionali che ha rivolto un appello alla politica: "Chiediamo al governo e alle Regioni di autorizzare entro giugno 60 GW di nuovi impianti rinnovabili, pari a solo un terzo delle domande di allaccio già presentate a Terna", ha detto Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura. "60 GW di nuovi impianti rinnovabili faranno risparmiare 15 miliardi di metri cubi di gas ogni anno, ovvero il 20% del gas importato. O, in altri termini, oltre 7 volte rispetto a quanto il governo stima di ottenere con l'aumento dell'estrazione di gas nazionale". Le imprese elettriche si dicono anche pronte a contribuire "alla sicurezza energetica dell'Italia investendo 85 miliardi di euro e creando 80.000 nuovi posti di lavoro".

La sortita di Elettricità Futura, ribadita ieri da un intervento sul Corriere della Sera dell'amministratore delegato di Enel Francesco Starace, ha colto di sorpresa il governo e persino le associazioni ambientaliste. "Sono andati oltre le nostre più rosee previsioni", ammette Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. "E certamente oltre gli obiettivi del Mite, che tra mille difficoltà, punta a installare 8 GW di rinnovabili l'anno per dieci anni. Le aziende elettriche ci dicono invece che, se si dà loro il via libera, sono pronte a metterne a terra 60 GW in tre anni. Mancano solo le autorizzazioni".

E si torna dunque alla "semplificazioni burocratiche" menzionate da Cingolani a Bruxelles, ma che a dire il vero il ministro evoca fin dal suo insediamento più di un anno fa. I rumors di Palazzo Chigi raccontano di uno stallo nel lungo confronto tra il Mite e il ministero della Cultura: molti degli impianti eolici e fotovoltaici in lista d'attesa sono bloccati dai pareri contrari della Soprintendenze che vigilano sul paesaggio. Neppure il "decreto semplificazioni" approvato recentemente sembra aver sciolto il nodo, perché nei casi di controversia tra dicasteri lascia l'ultima parola a Palazzo Chigi. Ma è impensabile che la Presidenza del Consiglio debba essere coinvolta per ogni singolo caso di pale eoliche e pannelli solari contestati. Ecco perché ora si punta a rivedere i criteri che guidano i soprintendenti nelle loro valutazioni dell'impatto paesaggistico. E, con una certa sorpresa degli addetti ai lavori, a sondare il terreno con il ministro Dario Franceschini sarà il collega di governo Renato Brunetta, titolare del dicastero per la Pubblica amministrazione.

Un trattativa che dimostra quanto anche nell'esecutivo l'accelerazione sulle energie rinnovabili non sia più precipita soltanto come una necessità climatica, ma anche come una urgenza geopolitica.

È quello, d'altra parte, che a una classe dirigente finora poco reattiva sulla transizione energetica stanno ripetendo alcuni dei massimi esperti italiani. Massimo Tavoni, direttore dell'Istituto europeo di economia ambientale di Milano (Eiee) e consulente dei ministri Giovannini e Cingolani, teme che l'avvitamento della crisi ucraina possa far imboccare la strada sbagliata all'Italia. "Diverse misure proposte per diversificare le fonti sono incompatibili con gli obiettivi di decarbonizzazione e sono economicamente dannose", spiega Tavoni. "Il ritorno al carbone non è compatibile col piano Fit-for-55 Europeo, né con l'obiettivo di migliorare la qualità dell'aria e le sue ricadute sulla salute. È lo scenario peggiore. Inoltre", continua l'economista, "la produzione domestica di gas è praticamente irrisoria, ed è in calo dalla metà degli anni Novanta. Le importazioni da altri Paesi, sia tramite condotte come quelle dall'Algeria, Libia e Azerbaijan, o tramite gas liquido rigassificato, contribuiscono rispettivamente per circa il 40 e il 20% dei consumi. Anche se è l'opzione più realistica e meno dannosa, questi flussi non possono essere aumentati drasticamente. È vero che i rigassificatori italiani operano al 50% della capacità, ma aumentare le importazione di gas liquefatto non è semplice perché è un mercato caratterizzato da contratti di medio-lungo periodo. E sarebbero necessari nuovi investimenti: non risolverebbero la dipendenza estera anche se la diversificherebbero", conclude Tavoni.
La vera chiave per uscire dalla dipendenza energetica sono dunque le rinnovabili (il nucleare, al netto delle obiezioni di principio, ha tempi di realizzazione lunghissimi) e il risparmio energetico.

"Le ipotesi che abbiamo elaborato mostrano che azioni immediate, collettive e dirette da una campagna pubblica di risparmio energetico, combinate a uno sviluppo accelerato delle rinnovabili, possono sostituire nell'arco di un anno l'equivalente del 50% delle importazioni di gas russo (oltre 15 miliardi di metri cubi) con un risparmio di spesa equivalente a 14,5 miliardi di euro a costi correnti del gas", dice Luca Bergamaschi, cofondatore di Ecco, think tank che domani, giovedì 3 marzo, divulgherà il suo studio su questi temi. "La vicenda russa", continua Bergamaschi, "mostra la fragilità del sistema energetico europeo e italiano: siamo esposti a rischi di volatilità dei prezzi e di approvvigionamento. Ma rischiamo anche, comprando combustibili fossili, di finanziare regimi non democratici e i loro conflitti. Ma ora sappiamo che il gas può essere sostituito. Resta da capire se questa classe dirigente comprende la portata della sfida in corso. E dell'opportunità che essa rappresenta".