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Mettiamo la CO2 nei nostri motori

Mettiamo la CO2 nei nostri motori

La tecnologia si fa sempre più sofisticata ma i costi industriali sono ancora troppo alti. Però la strada è giusta: l'anidride carbonica può diventare un carburante sintetico o un fertilizzante per l'agricoltura. Con benefici maggiori di una foresta

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Nel dibattito sulle strategie per rendere carbon-neutri i vari settori industriali limitando le emissioni, occorre considerare anche le politiche attive per ridurre la CO2, estraendola dall'aria e sequestrandola in vario modo, inclusa la produzione di carburanti o fertilizzanti carbon-neutri. Vi sono al mondo circa 15 impianti industriali dedicati all'estrazione della CO2 dall'aria, per una capacità complessiva di circa 9000 tonnellate all'anno, un numero minuscolo. Questo tipo di tecnologia ha vantaggi e svantaggi.


Fra i vantaggi, ve ne è uno straordinario: non richiede una logistica di trasporto della CO2, in quanto può essere estratta direttamente in ogni punto del globo. Un altro vantaggio è relativo al fatto che la CO2 può essere stoccata nel sottosuolo dove può solidificarsi con una tecnologia sviluppata dalla ditta islandese Carbfix.

In alternativa al sequestro sotterraneo, è possibile utilizzare questo gas per produrre un carburante sintetico carbon-neutro, in quanto utilizza la CO2 estratta dall'aria. Recentemente la ditta svizzera Climeworks ha messo in funzione in Islanda Orca, un impianto di sequestro e stoccaggio basato sulla tecnologia Carbfix. La sua capacità è pari a 4000 tonnellate di CO2 all'anno, corrispondenti all'emissione media di 790 automobili. Pur rappresentando quasi il 50% della capacità mondiale, è un impianto molto piccolo: ne servirebbero 10 milioni per bilanciare l'immissione dei circa 35 miliardi di tonnellate annue di CO2 nell'atmosfera. Questa sproporzione ha suscitato commenti polemici e ironici rispetto all'utilità di queste ricerche.

È invece importantissimo investire in questa direzione, perché ogni tonnellata di CO2 estratta rappresenta un beneficio piccolo ma immediato dal punto di vista climatico, in quanto, una volta immessa nell'atmosfera, la CO2 viene naturalmente riassorbita solo in tempi che si misurano in decine di anni, un processo lentissimo vista la situazione di emergenza climatica in cui ci ritroviamo.


L'efficienza di questa tecnologia è inoltre notevole se confrontata con la capacità annuale di un ettaro di foresta equatoriale, stimata in 10 tonnellate di CO2 per anno. Orca, a parità di superficie, ha una efficienza mille volte più alta.

Inoltre, ogni anno si perdono circa 10 milioni di ettari di foresta, che corrisponderebbero all'effetto di circa 20 mila impianti di tipo Carbfix, con una occupazione di superficie di un millesimo di quella persa dalle foreste.

Rimangono però da risolvere alcune questioni fondamentali: il costo e la carbon-neutralità del processo di estrazione. Relativamente al primo punto, il costo di 1 tonnellata di CO2 estratta e sequestrata da Orca, è stimato oggi tra 500 e 700 euro, circa tre volte il costo del combustibile che ha prodotto la stessa quantità di CO2. È quindi impossibile, a meno di fortissimi incentivi, pensare a un'industria economicamente sostenibile. Per risultare conveniente, questo costo deve scendere di almeno 6 volte, a circa 80 euro per tonnellata, una riduzione considerata raggiungibile dagli esperti della Climeworks.

In Canada, la Carbon Engineering ha già progettato un altro tipo di processo che si pone come obbiettivo, su grande scala, un costo fra 80 e 200 euro per tonnellata di CO2. Un impianto di medie dimensioni è già in corso di realizzazione, ha utilizzato fondi privati sostenuti dai forti incentivi disponibili negli Usa, in particolare in California.

Infine, un team del Mit ha sviluppato una tecnologia rivoluzionaria basata su filtri elettroattivi a base di una particolare molecola, i chinoni, in grado di ridurre di più di tre volte il consumo energetico rispetto al sistema canadese; la Verdox, una startup del Mit fondata a fine 2019, sta lavorando allo sviluppo industriale di questa tecnologia, con il sostegno dell'Arpa, la Advanced Research Projects Agency. Relativamente al secondo punto, l'impianto islandese è stato concepito per usare energia geotermica, carbon-neutra e disponibile in loco: sfrutta inoltre l'abbondanza di basalto nel sottosuolo, elemento chiave nella chimica della solidificazione sotterranea della CO2.

In altri contesti, l'energia utilizzata per l'estrazione dovrà comunque essere di tipo rinnovabile, mentre si potrà sfruttare, nel calcolo del costo, la vendita di combustibili sintetici carbon-neutri realizzati con la CO2 catturata.

Lo sviluppo tecnologico e industriale può giocare un ruolo decisivo: negli ultimi anni il costo dell'energia fotovoltaica è sceso di dieci volte e quello dell'eolico di quattro volte, aprendo prospettive interessanti anche per la cattura della CO2.

La posta in gioco è altissima: si tratta infatti dell'unico modo per poter incidere in tempi brevi sulla CO2 presente nell'aria e quindi sui cambiamenti climatici in atto. È evidente che le politiche per la riduzione dell'immissione di CO2 nell'atmosfera sono assolutamente necessarie. Deve però essere altrettanto chiaro che sarà necessario applicarle con determinazione per decenni senza che nello stesso periodo sia possibile misurare un miglioramento climatico, in quanto la CO2 potrà solo aumentare fino a che non si raggiunga la neutralità e rimarrà a valori elevati per decenni. Questo a meno che, contemporaneamente, non si riesca a sviluppare una tecnologia di cattura della CO2 che inizi a incidere significativamente nella quantità già presente nell'atmosfera.

L'emergenza climatica è il risultato di una enorme quantità di contributi accumulati nel corso di decenni. Non è pensabile che vi sia una strada facile o un'unica soluzione che ci permettano di ripristinare l'equilibrio che abbiamo alterato: dobbiamo fare ricorso a tutte le tecnologie possibili, comprese quelle che ancora non conosciamo o che stanno ancora prendendo forma.