Professioni green

Morten Thorsby, un calcio all'ignoranza che nega la crisi climatica

Il centrocampista della Sampdoria si impegna per ridurre la propria impronta climatica e far conoscere ai miliardi di persone che seguono lo sport i temi ambientali: "L'industria del pallone deve diventare sostenibile"
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Per la sua maglia da calciatore ha scelto il numero 2, ma è stato un ripiego. Se avesse potuto, sarebbe sceso in campo con "1,5" stampato sulla schiena, a ricordare che nell'Accordo di Parigi gli Stati si erano impegnati a contenere entro questo limite l'aumento delle temperature da qui al 2030. "Ma purtroppo questo obiettivo non sarà raggiunto - dice triste Morten Thorsby - e quindi il numero 2 va bene, suona più come un allarme, perché con un aumento di 2 gradi centigradi sarà un disastro". Ecco il calciatore che insieme a presidiare il centrocampo della Sampdoria presidia l'ambiente. È arrivato dalla Norvegia a Genova in treno, perché prendere l'aereo incide troppo sulla sua impronta climatica, e sui social invece che promuovere la sua immagine di calciatore 25enne parla dell'ambiente e di come vivere in maniera ecosostenibile.

Partiamo dalla scelta del numero di maglia, che ha suscitato subito interesse al di fuori del mondo del calcio.

"Ho cambiato il mio numero all'inizio della stagione, perché questo è un anno importante: il 2 indica il primo obiettivo dell'Accordo di Parigi, cioè non fare aumentare ancora la temperatura. Ritengo indispensabile ricordarlo in vista di un appuntamento cruciale come la Cop26 di Glasgow di novembre, mi auguro davvero che il vertice sia un successo e gli Stati si accordino per limitare ancora di più le emissioni globali".

Quando è diventato un calciatore-attivista?

"Mi sono sempre interessato alla politica, che ha fatto parte anche del mio curriculum di studi e fare politica adesso è impegnarsi per l'ambiente. È stato però 8 anni fa, quando giocavo in Olanda, che ho cominciato a focalizzarmi sulla crisi climatica. Avevo 18 anni, facevo tanta panchina e avevo molto tempo per leggere, più studiavo e più mi rendevo conto che stiamo distruggendo il Pianeta perché non viviamo in equilibrio con la Natura. Prima di tutto ho cambiato il mio stile di vita, sono stato più attento a quel che mangio, limitando il più possibile il consumo di carne, ho scelto di non prendere l'aereo e ho comprato un'auto elettrica. Insomma, ho cominciato a fare piccole cose nella mia vita di tutti i giorni e ora valuto le mie azioni anche in base alla mia impronta ecologica".

Queste scelte le creano problemi nel suo ruolo di calciatore?

"Ciascuno di noi deve riflettere su quel che può fare, anche le piccole cose contano. Tuttavia siamo tutti diversi e dobbiamo anche adattarci alle nostre professioni: per esempio, ci sono situazioni in cui non posso evitare di prendere l'aereo per le trasferte, ma cerco di compensare le emissioni conseguenti alle mie scelte finanziando iniziative ecosostenibili, come piantare alberi o la ricerca su come immagazzinare la CO2. Dobbiamo sempre provare a limitare la nostra impronta ecologica, ma poiché viviamo in un sistema che a volte non ci lascia scelta, dobbiamo essere consapevoli che stiamo creando un danno all'ambiente e cercare di compensare e trovare alternative. Ecco perché dico che abbiamo responsabilità individuali e sociali".

Per questo è arrivato il suo impegno pubblico?

"Sì. All'inizio mi sono reso conto che il mio esempio aveva un'influenza sulla cerchia familiare e sui miei amici: una cosa semplice come decidere di non prendere l'aereo destava curiosità e mi permetteva di condividere informazioni e idee con altri. Poi mi sono detto che come calciatore ho anche un ruolo sociale, posso influenzare altre persone che amano questo sport, per questo ho avviato il progetto 'Weplaygreen'".

Ce lo spiega?

"Tutto parte da una considerazione semplice: nel mondo si ritiene che ci siano almeno 3 miliardi e mezzo di persone che seguono il calcio o ruotano intorno ad esso: se si riuscisse a parlare loro di temi importanti come il razzismo, i diritti umani, la parità di genere e l'ambiente si potrebbe fare la differenza. Nel mio caso, vorrei usare i calciatori, ma non solo, come ambasciatori dell'ambiente. Lo sport è una parte importante della società, lo abbiamo visto anche nella crisi Covid, che ha creato problemi al nostro settore come a tutti gli altri. Lo sport non può funzionare in una società che non funziona, perciò deve impegnarsi per le cause giuste. In seguito vorrei avviare una sorta di campionato di sostenibilità, in cui i giocatori e i club gareggiano in azioni concrete per ridurre l'impronta climatica, spero il mio torneo per l'ambiente possa partire già nel 2022".

Quali sono state le reazioni dei suoi colleghi?

"Alcuni non sono ancora pronti, ma si stanno informando. Nella maggior parte dei casi, però, hanno risposto con grande entusiasmo. Mi rendo conto che ci vuole pazienza, ma la testa delle persone sta cambiando. Cerco soprattutto di sottolineare che anche lo sport subirà gli effetti del cambio climatico e quindi se lo amiamo, se vogliamo continuare a giocare, dobbiamo impegnarci".

Il calcio come industria sta facendo qualcosa, secondo lei?

"Come tutte le industrie il calcio è responsabile per le emissioni di gas serra e ha un forte impatto ambientale, perciò  deve cambiare in modo radicale, deve insomma avviare la sua transizione ecologica. Ci sarebbe moltissimo da fare, cominciando dagli stadi, agendo su illuminazione, ristorazione al loro interno e trasporti per raggiungerli. Altrettanto dovrebbero fare le società, ma soprattutto, come dicevo il calcio deve usare la sua influenza perché entra in tutte le case, in tutto il mondo, e questa è una crisi globale".

La sua squadra la segue in questo suo impegno?

"Tutti hanno capito quanto è importante per me fare qualcosa per l'ambiente. Informarsi e informare è fondamentale, alcuni non sanno ancora quanto è grave la situazione, ma la conoscenza del problema porta a scelte giuste".