Inquinamento

Anche il fast fashion comincia a pensare all'ambiente

(reuters)
Entro il 2030 Asos ha annunciato che intende azzerare la sua impronta ambientale, mentre Primark si impegna a usare materiali riciclati o provenienti da fonti pulite per i suoi vestiti e a dimezzare le emissioni di CO2. Ma molti temono che siano solo parole
2 minuti di lettura

Come e più di altri settori dell’industria, la moda ha grandi responsabilità in fatto d’inquinamento. Il comparto del “fast fashion”, in particolare, è finito sotto accusa per la produzione su larga scala di abbigliamento poco durevole, spesso realizzato con fibre sintetiche e senza rispettare condizioni dignitose di lavoro per i dipendenti diretti o impiegati nell’indotto. I clienti, però, tollerano sempre meno che le loro scelte d’acquisto si ripercuotano sulla salute del pianeta. Ecco perché molti marchi internazionali si sforzano di ridurre l’impatto delle proprie collezioni.

All’elenco si sono uniti colossi come Asos, che intende azzerare la sua impronta ambientale entro il 2030, e Primark, che entro la stessa data s’impegna sia a usare materiali riciclati o provenienti da fonti pulite per i suoi vestiti sia a dimezzare le emissioni di CO2 a livello operativo. Già l’anno scorso l’azienda aveva aderito alla “Carta per la Moda sostenibile” dell’Onu, annunciando un taglio del 30% dei gas serra nell’arco di un decennio in tutta la filiera, dagli stabilimenti fino alla distribuzione e alla vendita.

Primark – catena che conta 397 negozi in 14 Paesi e che occupa circa 70 mila persone – assicura che progetterà i suoi capi in modo che siano più resistenti e riutilizzabili. Non solo: promuove l’istituzione di un salario minimo di sussistenza per i lavoratori dell’indotto (ma non specifica né l’ammontare né la data prevista per il varo della misura) e mette al bando la plastica monouso dai processi produttivi, pur non essendo proprietaria della maggior parte delle fabbriche. Come promette alla Bbc il suo amministratore delegato, Paul Marchant, tale percorso non causerà aumenti dei prezzi perché sarà compensato dal volume d’affari.

Tuttavia, c’è chi guarda con cautela alle mosse dei giganti della moda pronta: i loro programmi sono vaghi e i loro obiettivi sono difficili da verificare per la scarsa trasparenza. Noelle Hatley, docente di Economia della Moda presso il Fashion Institute della Manchester Metropolitan University, spiega al network britannico che non si capisce come tali traguardi vengano raggiunti senza ritoccare i prezzi: “Considerando che il modello si basa su tariffe praticamente sotto costo, se si opta per tessuti e procedure più onerosi allora significa che si restringono i margini di guadagno? E per chi?”.

Va ricordato che nel 2018, globalmente, il settore ha generato circa 2,1 miliardi di tonnellate di gas serra; in media, consuma più energia del trasporto aereo e marittimo insieme ed espelle quasi il 20% delle acque reflue. Primark, inoltre, era tra i marchi confezionati nell’edificio Rana Plaza, in Bangladesh, dove nel 2013 s’è registrato uno dei peggiori incidenti industriali della storia recente: oltre mille operai sono morti nel suo crollo e le società coinvolte, travolte dalle critiche per le pessime condizioni di lavoro, hanno dovuto risarcire le famiglie delle vittime.