Con occhi di selva

Ad occhi aperti. In cammino con Daniele Zovi

In cammino fra alberi, boschi, sentieri e libri
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Arriva in libreria una nuova raccolta di appunti di Daniele Zovi. In linea con la scrittura autobiografica e autonaturalistica che abbiamo letto nei precedenti Alberi Sapienti, antiche foreste, Italia selvatica e Autobiografia della neve esce ora, sempre per le edizioni Utet, In bosco. Come oramai è diventato uno standard delle opere letterarie che offrono al lettori gli esiti di una scrittura dedicata all'osservazione e alla contemplazione in ambienti naturali, la narrazione spesso si interrompe per introdurre materiali di rapina da fonti varie: può trattarsi di romanzi, può trattarsi di episodi o concetti o scoperte del mondo naturale, può trattarsi di eventi che riguardano e ricordano personaggi per l'autore rilevanti. Gli appunti di Zovi avanzano in questo modo, a singhiozzo, mescolando la sensazione del momento a riflessioni che partono di lontano nel tempo e nello spazio, nulla di nuovo se vogliamo, ci siamo misurati in tanti in questo procedere per spunti progressivi, intrecciando la natura di cui siamo fatti, istante per istante, cammino dopo cammino, alla natura che ci avvolge e ci puntella. Natura e cultura si potrebbe anche dire, le nostre due concrete spine dorsali.

Ora, la ricchezza di queste forme di auto-fiction, o come le chiamano i britannici, new nature writing, si poggia da una parte sulla suggestione degli ambienti naturali attraversati e dunque descritti, dall'altra sulle presunte sensibilità e conoscenze dell'autore, le proprie manie, le proprie inclinazioni, i propri ricordi; c'è chi tende a descrivere maggiormente gli alberi, chi la flora, chi gli insetti, chi i muschi e i licheni, chi l'animale selvatico, o la composizione delle pietre, chi infarcisce i capitoli di citazioni colte, di termini spirituali o religiosi, di poesie, di episodi biografici. Il rischio di questa ricca e oggi molto percorsa "speleologia degli attimi" è quella di finire a voler dimostrare la propria grande sensibilità e non a impegnarsi con tutte le armi possibili della scrittura a portare a casa del lettore quel mondo, si legge tanto del mondo ma del mondo dell'autore, di quel mondo che sta sfiorando e nel quale si sta immergendo. Forse è una traccia, una direzione imprescindibile.

Le opere di Zovi si sono caratterizzate fin da subito per una semplicità di scrittura, una quotidianità di linguaggio che ha giovato sicuramente alla propria diffusione, ed ecco perché l'autore ha gioiosamente pubblicato quattro libri, e questo è il quinto, con la medesima casa editrice dal 2018 ad oggi. Mi consento però di sottolineare che alcuni lettori più esigenti e attenti ad una verticalità, ad una profondità dell'esperienza e quindi sensibili ad una scrittura più ricercata, potrebbero probabilmente stancarsi di questa fattura leggera ed elementare. Ma è pur vero che ogni autore è autentico a modo suo.

Il sottotitolo è Leggere la natura su un sentiero di montagna, il che ci suggerisce che si tratta di percorsi, di cammini svoltisi recentemente, fra 2000 e 2021, in un territorio che va dalla Valsugana al Lagorai al Brenta. In quarta di copertina si specifica che la natura che si andrà a incontrare ha fatto i conti con la devastazione di Vaia, quel gran cataclisma dei boschi e degli ecosistemi naturalistici che ha colpito le regioni del nord est a fine ottobre 2018 - anzitutto Trentino Alto Adige e Veneto, quindi Friuli e una parte della Lombardia - portando, ad esempio, all'abbattimento di 42 milioni di alberi, una stima che peggiora le prime già di per se spaventose. Quanto a fondo ha segnato i paesaggi questo insolito, anzi, inedito, "uragano alpino"?

Zovi ce lo dice: "Nei giorni successivi a Vaia ho voluto vedere i boschi disastrati camminando ai margini, attraversarli era praticamente impossibile. Aleggiava un intenso profumo di resina e quell'aroma che prima, ogni volta che lo sentivo, mi sembrava il segno dell'abbraccio materno della foresta, ora era diventato un grido di dolore. La fragilità dei boschi piantati dall'uomo sulle rovine della Grande guerra - di una specie sola, quindi lontani da quelli che la natura costruisce puntando alla complessità e alla diversità delle età dei componenti - la fragilità che avevo sempre intuito si era manifestata nei toni più drammatici".

Il nostro generale del Corpo Forestale in pensione si inerpica, trova il suo passo, riconosce i segni dell'impronta umana, guarda dietro i suoi occhiali i muschi, i licheni, gli insetti, i tronchi interi e quelli spezzati, interagisce con i connotati di un'azione secolare che ha scavato così in profondità nel paesaggio. Nonostante le malge, le fontane, le chiese, i villaggi, le strade che percorre nei suoi scarponi, la natura non ha del tutto dimenticato la lingua antica, e al contempo, in direzione opposta, i boschi, le foreste, le cime rocciose, le gole, ancora operano e ci trasformano in animali pensanti, sebbene oasi intercalate in un mondo così ridisegnato da secoli e da generazioni umane.

PS - Una curiosità che regala questo diario di cammino e trasformazione è l'origine del nome Vaia; personalmente credevo si trattasse del nome attribuito da un forestale o non so da quale autore / filosofo / personaggio trentino o bellunese, e invece no, è stato il regalo di un anchorman della televisione tedesca alla sorella Vaia Jakobs, anche adesso che lo so stento a crederlo. Sì, perché esiste un Istituto di Meteorologia della Libera Università di Berlino che definisce le mappe meteo con minimi e massimi barometrici, isobare, quelle che vediamo ogni volta al programma delle previsioni. Per dare il nome ad un evento atmosferico puoi pagare una cifra ed ecco fatto. Ed io che pensavo a qualche termine arcaico, magari cimbro, un'oscura vaia nascosta nelle pieghe di un vocabolario dei nostalgici.

Tiziano Fratus vive in una casa davanti a un bosco. È autore di molti libri e medita.
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