Il caso

Nel Tevere stanno morendo pesci unici al mondo

La moria degli ultimi giorni mette a rischio una biodiversità che si trova in pochi altri fiumi dell'Italia centrale. Intanto continuano le analisi per capire cosa ha causato il fenomeno: "Stato ecologico e chimico non buoni"
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Cavedano etrusco, barbo tiberino, ghiozzo di ruscello. Sono le specie di pesci a rischio nelle acque del Tevere dopo la moria che ha fatto affiorare migliaia di carcasse sul fiume che attraversa Roma. La biodiversità di questo corso d'acqua infatti è unica nel suo genere e, se intaccata, produrrebbe un danno irreversibile.

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Per la conformazione dell'Italia, con le Alpi lungo il confine settentrionale e il mare che circonda la penisola, la fauna delle acque interne è molto diversa da quella europea. Ma quella dell'area centrale differisce ulteriormente da quella che si trova nel resto d'Italia. "Tra Tevere, Arno e qualche altro corso d'acqua esistono specie che non si trovano da nessun'altra parte nel mondo", spiega Massimo Lorenzoni, ricercatore in Ecologia all'Università di Perugia. "Se scompaiono dal Tevere, scompaiono quasi del tutto. Abbiamo una ricchezza che dobbiamo preservare".

Sul perché ci sia stata questa moria non si ha ancora certezza. I dati provvisori e le misurazioni in campo dall'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (Arpa) del Lazio non hanno evidenziato particolari criticità. C'è una normale presenza di ossigeno nell'acqua e le analisi chimiche e microbiologiche non si discostano in modo significativo dai dati generalmente riscontrati durante le attività di monitoraggio del fiume, cioè uno stato ecologico scarso e uno stato chimico non buono. Restano sostanzialmente nella norma i parametri di ammoniaca non ionizzata, cianuri e il carico di materiale organico, come rami, foglie e reflui dalle campagne. Ma, sottolinea l'Arpa, bisogna aspettare il risultato di altre analisi - per esempio la presenza di  pesticidi o le valutazioni necroscopiche sulle carcasse dei pesci - per poter dare dei risultati completi.

A prescindere dalle cause, c'è però chi dà la colpa anche a come sono state pensate città e campagne negli ultimi 50 anni. "La moria di pesci nel Tevere è sintomo di un problema che esiste da tempo", spiega Laura Passatore, ricercatrice dell'Istituto di Ricerca sugli ecosistemi terrestri del Cnr. "Con l'impermeabilizzazione della pavimentazione urbana e l'eliminazione dei filari di alberi e cespugli lungo i campi, le cosiddette fasce tampone, in campagna il suolo ha perso la sua funzione di filtro".

(fotogramma)

Il suolo è infatti un ecosistema formato da radici e altri microrganismi e svolge un'importante funzione protettiva: si comporta come un filtro, che permette di mitigare gli effetti delle sostanze inquinanti, ostacolandone il passaggio nelle acque sotterranee o nella catena alimentare. O, in questo caso, evitando che si riversino completamente nelle acque del fiume.

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Se a questa situazione si uniscono poi i fenomeni climatici estremi, come il violento acquazzone che ha colpito Roma lo scorso 24 agosto, la situazione non può che essere preoccupante. Metalli pesanti e idrocarburi rilasciati da auto, moto, camion sul suolo della Capitale, così come i pesticidi e le altre sostanze chimiche usate per l'agricoltura, sono finiti integralmente nelle acque del Tevere. "Ripensare le città e il paesaggio agrario, ripristinando zone permeabili e zone tampone aiuterebbe a mitigare gli effetti delle sostanze inquinanti", sostiene Passatore.

È importante preservare la biodiversità del Tevere, anche perché una sua alterazione produrrebbe effetti immediati a cascata sugli altri esseri viventi, ma anche conseguenze a lungo termine sulla salute dello stesso ecosistema e sull'essere umano e le sue attività economiche - dalla pesca al turismo. "La biodiversità è come un muro di mattoni che ci offre protezione" conclude Lorenzoni. "Ogni mattone rappresenta una specie e viene tolto se si estingue. Il muro può anche reggere senza qualche mattone, ma se se ne sfilano troppi, collassa".