Con occhi di selva

L’uomo che medita è un istmo nel paesaggio

In cammino fra alberi, boschi, sentieri e libri
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Luigi Lombardi Vallauri (1936), per molti anni professore di filosofia del diritto, studioso di molte discipline e meditante di lungo corso, pensa che la mistica sia qualsiasi esperienza di incontro diretto, vissuto con l’altamente significativo, al quale va attribuito un valore necessariamente soggettivo; la mistica per lui può essere laica quando le esperienze maturano a prescindere da rivelazioni di carattere soprannaturale. Nelle sue radiotrasmissioni dedicate all’arte del meditare* è andato ad abbozzare il rapporto che può sussistere tra il paesaggio e colui o colei che medita: se noi pensiamo ai boschi è normale immaginarci dentro qualcuno che sia seduto, in un modo o in un altro, e mediti, magari accanto ad un’idilliaca cascatella, oppure addossato, come abbiamo tratteggiato più volte in questa rubrica, al tronco di un albero secolare. Ma accarezziamo per qualche riga le parole di Lombardi Vallauri: «Il paesaggio è il nostro nutrimento naturale […] La meditazione di paesaggio è l’opposto di uno spettacolo per seduti in poltrona o allungati in sedia a sdraio o anche affacciati a finestre o balconi panoramici. Ci sei dentro, ci sei con. C’è partnership impersonale dalle molte dita toccanti. C’è corpo a corpo con un corpo che conosci solo se lo esplori e lo rivolti, e così facendo ti esplori e ti rivolti. Io e lui siamo corpi che si conoscono, che si lavorano, dando esaltazione, esaltazione e pacificazione, a quello dei due corpi che è cosciente, il mio […] Sono in solitudine completa, o meglio sono nel rapporto io-paesaggio naturale.» La verità dell’esperienza che i corpi imparano si dimostra spesso ben più robusta delle nozioni e delle belle frasi che possono essere utili a esprimere le medesime considerazioni.

Facendo una capriola a oriente arriviamo nelle foreste dell’India, della Cina, del Giappone, dove incontriamo monaci, asceti ed eremiti che percorrono le potenzialità e le asperità della meditazione in foresta; oggi queste pratiche sono giunte a noi e si propagano, seppur lentamente, anche a coloro che nelle nostre società fanno della meditazione una farmacopea quotidiana. Così ci possiamo soffermare su una delle prime sapienti descrizioni della pratica meditativa del buddismo Zen così come la descrive con l’inchiostro lo studioso Eugen Herrigel (1885-1955), autore del bestseller e longseller Lo Zen e il tiro con l’arco (1948), egli visse in Giappone ed ebbe modo di seguire gli insegnamenti di un maestro. Quando la sua vita arriva al termine, nel 1955, lascia una raccolta di testi disomogenei che vengono pubblicati postumi col titolo La via dello Zen. In questi fogli Herrigel sottolinea che «per il buddhismo Zen tutto ciò che esiste, vive fuori dell’uomo; animali e piante, pietre e terra, aria, fuoco e acqua vivono “ignari di diritti” dal centro dell’essere senza averlo abbandonato e senza poterlo abbandonare. L’uomo, che smarrito e sconcertato voglia raggiungere la sicurezza e il “candore esistenziale” che quelli esibiscono in misura tanto convincente perché sono fondamentalmente ignari, deve sottoporsi ad una trasformazione radicale . Deve ripercorrere a ritroso la via che tra mille affanni e angustie gli si è rivelata fallace, cancellare da sé tutto ciò che stava trascinandolo seco […] Deve “diventare” non “come i fanciulli” ma come la foresta e la roccia, come il fiore e il frutto, come il temporale e l’uragano. Nello Zen unione significa ritorno a casa, ripristino di un originario stato andato perduto. Sicché l’uomo, per poter vivere come gli animali e le piante e tutto ciò che esiste, deve saper vivere dal centro, deve percorrere la via che nega tutto ciò che  è eccentrico and essa.» Il valore di queste parole va esperito in prima persona, come diceva un maestro dello Zen giapponese dello scorso secolo, Kodo Sawaki (1880-1965), i sutra e l’intera letteratura dedicata al buddismo non sono altro che una nota a piè di pagina dello zazen, del meditare in maniera composta, con dedizione, profondità e determinazione.

Mi piace ricordare la storia di quel che è stato, probabilmente, il primo monaco Zen arrivato in Giappone dopo un periodo di formazione in Cina, da dove lo Zen proviene, quando ancora si chiamava ch’an, pronunciato ci’en, dunque Zen. Attualmente si tende a considerare che la meditazione silenziosa e la pratica senza traguardi che si pratica in Cina sia arrivata in Giappone ripetutamente attraverso l’esperienza di monaci giapponesi andati oltremare a formarsi e di maestri cinesi venuti sull’isola per insegnarlo. Le due teorie più diffuse indicano da una parte il IX secolo, dall’altra il XIII secolo. Il monaco Saicho (767-822) si forma a Kyoto e per anni vive da eremita in solitaria sul Monte Hiei, alle porte della capitale, fatto al tempo non ordinario poiché la vita religiosa veniva rigorosamente praticata nei templi e nei monasteri; nell’803-804 partecipa ad un spedizione diplomatica che intende allacciare molteplici accordi col governo cinese, diviene monaco della scuola Tiantai e quando torna in patria fonda una scuola basata sullo studio del Sutra del Loto, la Tendai, proprio sul Monte Hiei. Nel frattempo un altro monaco, Kukai (774-835), partecipa alla medesima spedizione, va a studiare un buddismo tantrico ed esoterico che porta a Kyoto fondando la scuola detta Shingon. Entrambi i monaci fanno esperienza di buddismo ch’an ma le loro nuove scuole puntano allo studio di testi che superano una semplice esistenza terrena. Tra la fine del XII e l’intero XIII secolo si assiste ad un’ondata di monaci giapponesi che si recano in Cina, studiano sotto importanti maestri e ricevono la missione di diffondere quanto imparato in Giappone, prevalentemente nelle zone di Kyoto e Kamakura dove vengono fondati, tra città e campagne, i principali monasteri e templi, nelle tradizioni che noi oggi riconosciamo nelle case o scuole Rinzai (Linji in Cina) e Soto (Caodong).

Alla vigilia di questa seconda ondata, quella decisiva, si presenta una piccola ombra, una figura al limite di realtà e finzione, un monaco che nel 1171 va da solo sul continente a cercar maestro, ha sentito parlare di un’antica via spirituale da un mercante cinese; questo monaco si chiama Kakua, si è formato alla scuola Tendai di Kyoto, proprio quella fondata da Saicho. Le poche notizie che abbiamo ci dicono che è nato nel 1142 e che si diletta di poesia. Sbarcato in Cina diventa allievo del maestro Hui Yüan o Fohai Chan-shih (1103-1176), appartenente al lignaggio fondato da Yang-qi (992-1049), secondo il quale lo Zen si manifesta in ogni accadimento del quotidiano; tale lignaggio appartiene alla tradizione fondata da Linji nel IX secolo, e tutte le scuole arrivate a noi ne sono figlie dirette. Kakua non viaggia mentre si trova in Cina, resta a meditare soprattutto in solitudine in diversi punti delle sue montagne, fin da giovane è un bastian contrario, un ribelle, e quando qualcuno lo raggiunge in un eremo preferisce spostarsi altrove, una condizione di “seclusion” come direbbero gli americani, di isolamento comune a molti eremiti. Col suo maestro parla nel modo più semplice: scrivendo parole su foglietti di carta, lui non parla il cinese e il suo maestro non conosce il giapponese. Nel 1175, ottocento anni prima della nascita di chi scrive, Kakua riceve l’inka, ovvero il sigillo, il riconoscimento di aver conseguito una profonda consapevolezza e rientra in Giappone e va a stabilirsi in un luogo appartato sul Monte Hiei. Il giovanissimo imperatore Takakura (1161-1181) ne sente parlare e chiede di incontrarlo, lo invita a Palazzo per spiegare quel che ha appreso. Kakua si presenta, siede al cospetto dell’Imperatore e dei dignitari. Che cos’è questo ch’an? Kakua rovista sotto la tunica, estrae un flauto e suona una nota. Senza dire alcunché si alza, si inchina e se ne esce da Palazzo.

Kakua agli occhi nostri quanto dell’imperatore è irriverente, oppure irrilevante, Alicia e Daigan Matsunaga, nel saggio Fondazione del buddismo giapponese, sostengono addirittura noioso, ma chi pratica lo Zen e la via di Linji potrebbe al contrario considerarla una manifestazione adeguata, in linea con lo spirito dissacrante dei maestri che costituiscono la nervatura del lignaggio. Basti pensare che secondo Linji non c’è alcun insegnamento da imparare, uno dei maestri di Linji, l’altissimo (pare fosse alto 2 metri e 10 cm) e brutale Huangbo Xiyun, ribadisce che non c’è nulla da ottenere – illuminazione, meriti, posizione sociale – e sostiene che in Cina, al suo tempo, non esistono maestri di ch’an; Baizhang Huaihai (720-814), maestro di Huangbo, predica «devi soltanto praticare senza alcuna idea del Buddha, del nirvana o di alcunché».

Di Kakua non si sa molto di più; non si sa se abbia insegnato e non si conoscono eredi, tantomeno l’anno di morte, semplicemente ha suonato una nota ed è scomparso. Viene in genere considerato il primo mancato maestro del Rinzai e dello Zen, ma secondo chi scrive potrebbe anche essere “poeticamente” considerato un enigmatico monaco coi piedi ben saldi lungo il sentiero della pratica; lo immagino nelle sue passeggiate e nelle sue meditazioni in selva, chino alla ricerca di radici e di erbe da mangiare. Ci sono pervenute alcune poesie che presumibilmente scrisse per se stesso, tuttavia per il distratto ascolto di qualche passero, di una coppia di cerbiatti o il transito sontuoso di una nuvola in cielo. Una di queste poesie la traduco dall’inglese:


Como posso dirvi che cosa ho visto?

Cadevo, restavo – è evidente immediatamente.

Indossando il mio cappuccio

ho calpestato l’antico sentiero, e il nuovo.


Note

* Raccolte nel volume Meditare in Occidente. Corso di mistica laica, Le Lettere, Firenze, 2015; le trasmissioni sono andate in onda su Rai Radio 3 tra il 2004 e il 2007.

La via dello Zen di Eugen Herrigel è pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, Roma, 1983.

Informazioni relative alla fugace esistenza di Kakua sono tratte da Zen Masters of Japan di Richard Bryan McDaniel, Tuttle, Ruthland, 2013; Eloquent Zen. Daito and Early Japanese Zen di Kenneth Kraft, University of Hawaii Press, Honolulu, 1992; 101 storie Zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelphi, Milano, 1973, (caso 68); Foundation of Japanese Buddhism, a cura di Alicia e Daigan Matsunaga, Buddhist Books International, Los Angeles – Tokyo, 1976 (volume 2).

Le poesie di Kakau sono state tradotte in lingua inglese e sono pubblicate nell’antologia Zen Poems of China and Japan: The Crane’s Bill, a cura di Lucien Stryck e Takashi Ikemoto, Grove Press, New York, 1994; le potete trovare anche qui: https://terebess.hu/zen/mesterek/Kakua.html

Le informazioni e le citazioni del pensiero dei maestri cinesi sono tratte da diverse fonti tra le quali Zen Masters of China di Richard Bryan McDaniel, Tuttle, Ruthland, 2012, nonché dal monumentale Zen’s Chinese Heritage. The Masters and their Teachings, a cura di Andy Ferguson, Wisdom, Somerville, 2011.

Tiziano Fratus vive in una casa davanti a un bosco. È autore di molti libri e medita.
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