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La Cina continua a investire in centrali a energia fossile

A parole Pechino dice di voler ridurre l'uso del carbone. I fatti dicono altro. Ed è un problema grosso, perché senza la grande potenza asiatica il mondo non vincerà la sua sfida contro l'inquinamento

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PECHINO - Per vincere la sfida del clima, il mondo ha bisogno del più grande inquinatore del Pianeta: la Cina, responsabile di oltre un quarto (il 28%) di tutte le emissioni di CO2. Ma come si sta comportando il gigante asiatico e quali sono gli obiettivi che si è dato?

A parole Pechino annuncia di voler “ridurre progressivamente” l’uso del carbone a partire dal 2026. Ma la realtà è che le centrali si moltiplicano: una sessantina quelle in costruzione al momento ai quattro angoli del Dragone. Secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air, basato in Finlandia, nella prima metà dell’anno il governo cinese ha dato luce verde alla costruzione di 18 altiforni per la produzione di acciaio e 43 centrali elettriche a carbone. “Una frenesia che rimette in discussione gli obiettivi climatici nel breve e nel lungo termine”, ha spiegato Christine Shearer, direttrice del programma sul carbone dell’organizzazione americana Global Energy Monitor. La transizione sarà tutt’altro che facile: per le preoccupazioni per la sicurezza energetica, per la stabilità economica, per i potenti interessi dei governi locali e delle gigantesche imprese statali che spingono la Cina dalla parte opposta. 

Il presidente Xi Jinping assicura che il picco delle emissioni sarà raggiunto prima del 2030. Dandosi come orizzonte altri 30 anni, il 2060, per raggiungere la neutralità carbonica. Primo leader a farne una “priorità nazionale”, un mantra ripetuto ad ogni vertice - la battaglia “per i cieli azzurri” - pur tuttavia senza spiegare come ci riuscirà. Ad oggi Pechino non ha svelato infatti ancora nessun piano per raggiungere l’ambizioso obiettivo. Che, vista la struttura dell’economia del Dragone e il ruolo che hanno avuto gli impianti a carbone negli ultimi 40 anni nella mega industrializzazione del Paese, è impresa titanica. Xi sa che la sfida sul clima è strategica internamente ma pure sul piano internazionale, per presentarsi come potenza responsabile ai prossimi appuntamenti come la Cop26 e soprattutto agli occhi degli Stati Uniti. “Tra non molto sveleremo i nostri piani”, ha detto dieci giorni fa Xie Zhenhua, l’uomo scelto dal presidente come inviato per il clima. 

Affinché la Cina faccia in tempo a rispettare gli impegni presi con la comunità internazionale, da qui al 2050 il 90% della sua produzione energetica dovrebbe derivare dalle rinnovabili e dal nucleare, hanno stimato i ricercatori dell’università Tsinghua di Pechino. Oggi siamo soltanto al 15%. C’è da dire che il governo però si muove, dando fondo alle casse statali per finanziare sempre più investimenti nei prossimi cinque anni nelle sconfinate regioni dell’Ovest che dovranno essere in grado di fornire energia pulita alle sempre più fameliche metropoli della costa occidentale. È qui la contraddizione cinese: primo Paese al mondo per emissioni, ma primo pure nella produzione di energia verde. La Cina genera più energia solare di qualsiasi altro Paese e le nuove centrali eoliche sono state nel 2020 il triplo di quelle costruite in qualsiasi altra nazione. 

L’altro grande problema cinese sono i trasporti. Un quarto delle emissioni arriva da qui. Ormai il 5% delle auto vendute è elettrica o ibrida, moltissime città hanno colonnine per la ricarica sparse un po’ dappertutto. Ma serve fare di più, sottolineano molti esperti. “La Cina è in una fase di crescita tale che sta rimettendo in discussione i progressi realizzati dall’inizio degli anni Dieci dei Duemila”, ha sottolineato Li Shuo di Greenpeace China. “La soluzione è mettere fine alle energie fossili, ma agire troppo velocemente è ancora percepito come un suicidio politico”. La Cina difende il diritto dei Paesi in via di sviluppo - com’è lei stessa - a perseguire benessere e crescita, cioè a continuare ad inquinare, puntando il dito contro quelli più avanzati che per decenni di un tetto alle emissioni se ne sono lavati le mani. 

Arrivare a zero emissioni, tuttavia, non significa che la Cina smetterà di produrne. Significa che le taglierà il più possibile e cercherà di assorbire ciò che rimane. E i segnali incoraggianti arrivano proprio da qui: grazie ai suoi programmi di riforestazione, il Dragone oggi sta diventando sempre più verde.