Ambiente

C'è un nuovo ecosistema artificiale: la plastisfera. E si evolve nel mare

Intorno alla plastica prodotta e buttata dall'uomo in mare si sono create colonie di batteri, virus, alghe, ma anche granchi e meduse, che vagano con i rifiuti. E si studia per capire se sono pericolosi o se potrebbero aiutarci a smaltirla
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Per colpa dell’enorme mole di plastica che impiega e per colpa dell’incapacità di non disperderla nell’ambiente, l’uomo ha finito per creare un ecosistema artificiale: la “plastisfera”. La natura, ora, sta cercando di adattarsi e di stabilire un nuovo equilibrio per assorbire i rischi che ne derivano.

Apparso per la prima volta in una ricerca del 2013, il termine indica l’insieme di micro e macro organismi che colonizzano i rifiuti di plastica fluttuanti negli oceani e che vi formano una sorta di pellicola denominata biofilm: si va da batteri, virus, funghi o alghe fino a granchi e meduse. A coniare il neologismo è stata Linda Amaral-Zettler, microbiologa marina del Royal Netherlands Institute for Sea Research. Dal 2010, lei e i suoi colleghi studiano le caratteristiche di quella che può essere definita sia come una regione (al pari dell’atmosfera) sia come un ecosistema (sull’esempio delle barriere coralline).

Come spiega la stessa inventrice in un’intervista al Guardian, “plastisfera” è una parola recente utilizzata per sintetizzare un fenomeno che esiste sin da quando è comparsa la plastica. La novità consiste nel riuscire a comprendere via via quanto sia complessa e variegata la comunità biologica che la popola e che interagisce con l’ambiente fisico in cui vive. Perché la spaventosa concentrazione di immondizia plastificata nei mari rappresenta una fonte d’inquinamento diretta e incide sulla catena alimentare, visto che i pesci ne ingeriscono fibre e particelle più piccole, ma costituisce pure un pericolo indiretto.

 

Il problema – chiarisce sempre al quotidiano britannico Robyn Wright, del dipartimento di Farmacologia della Dalhousie University, in Canada – non è tanto che la “plastisfera” sia un prodotto umano. Semmai, il punto è un altro. A differenza della maggior parte dei materiali naturali, la plastica è particolarmente resistente e duratura; in acqua si aggrega in isole galleggianti, che raggiungono dimensioni notevoli e viaggiano per lunghe distanze. Così diventa terreno favorevole per il proliferare e il diffondersi di microbi, i quali vengono attirati dai processi chimici che si generano, si attaccano e probabilmente si spostano con lei.

In realtà gli scienziati hanno ancora parecchio lavoro da fare. Il primo campo d’indagine su cui sono concentrati si riferisce ai potenziali agenti patogeni presenti nella “plastisfera”. Lo studio di Amaral-Zettler aveva già rilevato i vibrioni, un tipo di batteri che include specie associate a malattie come la gastroenterite e il colera. Ecco perché il tema è tornato alla ribalta con la pandemia: il timore è che si possa essere alle prese con un futuro vettore d’infezioni. Wright, però, è scettico: “Non abbiamo alcuna prova concreta del fatto che la plastica nasconda pericoli peggiori rispetto a qualsiasi altra superficie colonizzata da simili organismi”.

 

Un secondo fronte su cui sono impegnati i ricercatori riguarda batteri, funghi e alghe capaci d’innescare la biodegradazione degli idrocarburi nel mare (ossia di scindere attraverso gli enzimi i composti con idrogeno e carbonio). Lo stesso Wright è tra gli autori di uno studio, pubblicato lo scorso giugno, in cui si dimostra che il Thioclava sp. Bhet1 e il Bacillus sp. Bhet2 sono batteri in grado di abbattere il Pet: si tratta di “mangiatori” di polietilene tereftalato, la classica plastica delle bottiglie, rintracciati proprio nell’oceano.

Naturalmente sono stati scoperti diversi batteri che assolvono questa funzione. Ma un report del 2016 sottolinea come, in confronto agli omologhi, quelli che si trovano nella “plastisfera” possiedano una serie di geni più ricca e adeguata alle loro specifiche condizioni. A proposito, è utile ripercorrere il ragionamento di Wright. Mentre la plastica è nata in un’epoca abbastanza recente in ottica evolutiva, le sostanze che la compongono, in primis il petrolio, ci sono da sempre. I batteri, dunque, hanno avuto milioni di anni di tempo per sviluppare i meccanismi con cui ne degradano gli elementi.

 

Se i batteri della “plastisfera” evolveranno in modo da aggredirla massicciamente o da suggerirci almeno un metodo per diminuire il volume dei rifiuti di plastica, è presto per dirlo. Wright è convinto che essi siano la chiave per arrivare a una svolta. Pur riconoscendo che alcuni possano davvero nutrirsi di plastica già degradata dai raggi Uv, invece, Amaral-Zettler ricorda che in natura questi microbi non hanno a disposizione un’unica riserva di carbonio e che le analisi di laboratorio non tengono conto di variabili come temperatura, clima o presenza di altri organismi.

Comunque, è importante capire la strategia adottata dai batteri per avere un quadro più preciso delle conseguenze provocate dalla plastica e per tentare di riparare ai nostri danni. Con la consapevolezza che il Pianeta ci sta mandando l’ennesimo segnale del suo pessimo stato di salute.