L'intervista

Jeffrey Sachs: "Cina e Africa verso un futuro solare: il G20 ha bisogno di loro"

Jeffrey Sachs (foto: Michael Campanella/Getty Images) 
L'economista spiega l'avanzata del continente africano nello scacchiere mondiale della transizione energetica. E rassicura sulla "greenflation": "L'aumento dei prezzi delle materie prime dovuto alla crescita delle rinnovabili è temporaneo: la tecnologia ci aiuterà"
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Le pressioni del G20 al recente summit di Napoli non sono state inutili, anzi stanno portando a risultati insperati: "La Cina ha eliminato il finanziamento di nuovi impianti a carbone dalla sua iniziativa Belt and Road, e sta supportando progetti idroelettrici in Africa", annuncia Jeffrey Sachs, economista della Columbia University di New York (dove ha fondato e diretto per molti anni il Center for Sustainable Development), consulente per il clima dell’Onu e riferimento mondiale per tutti gli attivisti ambientali.

Anche se non ha esplicitamente rinunciato all’uso del carbone in patria per sostenere il suo sviluppo, così come l’India, Pechino insomma comincia a comprendere che la strada è una sola?

"Sono sicuro che presto comincerà a sostenere grandi impianti solari, specialmente in Africa, dove già appoggia i progetti “idro”. Questo è fondamentale perché si incrocia con due circostanze dalle quali non si può prescindere: la Cina è ormai diventata una presenza dominante in molti Paesi africani, e sono a uno stadio avanzato le trattative per inserire l’Unione Africana nello stesso G20, che diventerebbe G21 e darebbe finalmente spazio a un’organizzazione che rappresenta 55 Paesi (più di un quarto di tutti i membri dell’Onu), in cui vivono 1,4 miliardi di persone (il 17,5% del totale globale) e ha un Pil complessivo di 2600 miliardi di dollari, il 3% di quello mondiale".

Pensa che già al summit di Glasgow in novembre, di cui quello di Napoli è stato un passo preparatorio, verranno annunciati i due eventi, la svolta anti-fossile della Cina e l’ingresso dell’Africa nel G20?

"Il primo probabilmente sì, il secondo – l’ingresso dell’Africa - ho paura che sia un po’ prematuro. Sono sicuro che la presidenza italiana potrà dare un grande contributo con il suo dinamismo e la sua determinazione a impegnare il G20 su un fronte: la ripresa economica che è cominciata, sempre che si riesca a mettere alle spalle questa pandemia, richiede una nuova architettura finanziaria che renda tutti i Paesi, in grado di rafforzare i loro investimenti nelle tecnologie verdi e digitali. E vanno coinvolti appieno i Paesi in sviluppo. Non basta più solo il Sudafrica nel G20, che oltretutto non è neanche il Paese a maggior Pil del continente visto che è stato superato da Nigeria ed Egitto. Il momento è cruciale: la decarbonizzazione ormai è a portata di mano a prezzi straordinariamente bassi grazie agli avanzamenti tecnologici nel solare, nell’eolico, nelle batterie dei veicoli elettrici e così via. Tutti questi investimenti sono in grado di creare molti più posti di lavoro rispetto a quelli che verranno tagliati nei declinanti settori alimentati con fonti fossili".

Burkina Faso, Africa (foto: Ahmed Ouoba/Afp via Getty Images) 

Avete già individuato i progetti “green” in Africa che andrebbero sostenuti?

"Certo, ce ne sono moltissimi. Il continente ha un immenso potenziale nell’energia zero-carbon: nel Sahel ci sono gigantesche potenzialità nel solare, nella Repubblica Democratica del Congo abbiamo il Grand Inga Project nel settore idroelettrico che ha 50 GW di potenziale, e ancora altri lungo il fiume Congo. Nella Rift Valley in Africa Orientale si sta studiando lo sfruttamento massiccio dell’energia geotermica, lungo la costa Atlantica ci sono in sviluppo impianti eolici, e via dicendo. L’Africa, dobbiamo tenerlo a mente, ha la potenzialità di crescere al 10% l’anno in presenza di adeguate strategie. E queste dovranno basarsi sull’elettricità senza fonti fossili, sulla connettività digitale che oltretutto potrebbe contribuire fortemente a risolvere i gap di istruzione in terre remote, sui trasporti intelligenti. Ci sarà lavoro per tutti nell’agricoltura a forte valore aggiunto, nell’industria, nei servizi. Ecco, il G20  - meglio se diventerà G21 – dovrebbe coordinare le strategie e i finanziamenti mettendo insieme le risorse della Banca Mondiale, dall’African e dell’Asian Development Bank, dell’Islamic Development Bank e molte altre istituzioni finanziarie".

Professore, il capo delle strategie globali di Morgan Stanley, Ruchir Sharma, ha lanciato dalle colonne del Financial Times un allarme sulla cosiddetta “greenflation” che sarebbe una serie di rincari e in genere di corto circuiti finanziari indotti dalla corsa alla decarbonizzazione. Sono preoccupazioni plausibili?

"Senta, ho letto anch’io l’articolo di Sharma, che scompone e ricompone una lunga serie di variabili in un modo che mi sembra piuttosto confuso. Allora, è vero che la forte domanda per alcuni minerali funzionali alla transizione – dal litio per le batterie all’alluminio per i pannelli solari e ancora cobalto, rame, manganese, terre rare – sta provocando un certo rialzo dei prezzi, ma questo è temporaneo perché nel giro di 5-10 anni grazie alle nuove tecnologie la produzione potrà aumentare in modo significativo. Del tutto inappropriata, a mio modo di vedere, è poi la preoccupazione per una mancanza futura di combustibili fossili che sono a loro volta necessari nella fase transitoria per edificare le infrastrutture della nuova economia. C’è una quantità di petrolio e gas nel mondo che temere per il loro shortage è paradossale e profondamente sbagliato. Quanto ai prezzi, essi dipendono dall’Opec e soprattutto dall’Arabia Saudita, che regolano i rubinetti della produzione e saranno ben attenti ad evitare eccessivi rincari per non finire fuori mercato".