L'intervista
Fatih Birol, a capo dell'International Energy Agency (Iea). Ole Berg-Rusten/Ntb Scanpix/AFP via Getty Images 

Fatih Birol (Iea): "Transizione energetica: tante parole, pochi fatti. Ma cambiare si può"

Parla il direttore esecutivo dall’Agenzia internazionale per l’energia: "Dopo la crisi innescata dal Covid i governi hanno annunciato che avrebbero agito per ricostruire un mondo migliore, ma la realtà ben diversa: solo il 2% dei fondi è destinato alle energie pulite, ne servono almeno il triplo”

3 minuti di lettura

“Ai governi dei 20 Paesi più ricchi del mondo dirò che di questo passo non centreremo gli obiettivi che ci siamo dati per fermare l’emergenza climatica. E fornirò ai ministri dell’Ambiente un nuovo strumento che potrà aiutarli a capire se le loro misure sono efficaci o no”.

Fatih Birol, direttore esecutivo dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), sta preparando i bagagli per Napoli, dove giovedì e venerdì prossimo parteciperà al G20 Clima, Ambiente ed Energia. Al cospetto dei ministri dell’Ambiente e dell’inviato speciale Usa John Kerry, illustrerà l’ultimo rapporto della Iea e il neonato Sustainable Recovery Traker, concepito proprio dai tecnici dell’Agenzia internazionale che ha sede a Parigi.

Dottor Birol, di cosa si tratta?

“Sui Recovery Plan stanno confluendo tanti soldi, ma non abbastanza denaro viene usato per lo sviluppo di energie pulite. Abbiamo allora deciso di tracciare le azioni dei governi, per verificare se quello che fanno coincide con quello che annunciano in fatto di misure per il clima. Abbiamo monitorato tutti gli esecutivi che hanno messo mano a pacchetti per la ripresa post-pandemia, valutando se gli investimenti fatti andassero effettivamente nella direzione della sostenibilità”.

E cosa avete trovato?

“Dopo la crisi economica innescata dal Covid molti governi hanno annunciato che avrebbero agito per ricostruire un mondo migliore di quello che era stato stravolto dalla pandemia. Lo scorso marzo come Iea avevamo suggerito che le energie pulite, prive di emissioni di CO2, dovessero essere al centro dei piani nazionali di ripresa. Ma quando siamo andati a verificare abbiamo trovato una realtà ben diversa: complessivamente sono stati mobilitati 16mila miliardi di dollari in tutto il mondo, un sesto del pil mondiale. Ma di tutto questo fiume di denaro solo il 2% è stato investito in energie pulite: eolico, solare, idrogeno. Venerdì a Napoli dirò proprio questi ai potenti del mondo: è apprezzabile che vogliate rendere le vostre economie più sostenibili, ma allo stato attuale le misure annunciate non garantiranno alcuna sostenibilità”.

Si rischia quindi di non raggiungere gli obiettivi stabiliti dagli accordi di Parigi?

“Le nostre elaborazioni ci dicono che nel 2022 le emissioni globali torneranno ai livelli pre-covid del 2019. E, cosa più importante, nel 2023 si supereranno i livelli record del 2018, che è stato finora l’anno con le emissioni di CO2 più alte in assoluto. Le economie mondiali riceveranno un spinta enorme dai vari Recovery Plan, ma i segnali per la riduzione delle emissioni non sono buoni. E questi indizi negativi si sommano alla crescita della popolazione mondiale”.

Se il 2% in energie pulite non basta, quanto si dovrebbe investire allora?

“Almeno tre volte tanto. E poi occorre aiutare i Paesi emergenti, che fanno investimenti minimi sulle energie rinnovabili. Il G20 e le istituzioni finanziarie internazionali si dovrebbe fare carico anche di questo”.

Ogni quanto sarà aggiornato il vostro Sustainable Recovery Traker?

“Ogni tre mesi pubblicheremo un nuovo rapporto. Sarà una sorta di specchio in cui i diversi governi potranno vedere la loro immagine riflessa. Starà a loro e ai loro cittadini giudicare se quel che vedranno li soddisfa. Quel che possiamo dire oggi è che c’è ancora tempo per aggiustare il tiro e investire di più sulle energie pulite”.

L’Italia cosa dovrebbe fare per essere davvero sostenibile?

“Puntare su quattro sfide: l’idrogeno, una rete elettrica moderna, una produzione di energia a basse emissioni di carbonio, e il miglioramento dell’efficienza energetica a tutti i livelli”.

C’è per il timore che la transizione energetica si traduca in un aumento di costi per le famiglie e le imprese. Condivide questa preoccupazione?

“No. Le energie pulite avranno costi confrontabili o addirittura più bassi rispetto ai combustibili fossili. Inoltre l’efficientamento energetico ridurrà gli sprechi e quindi farà risparmiare sia cittadini che aziende. Potranno avere un costo le nuove tecnologie “green”, ma la differenza con quelle tradizionali non sarà grande. E comunque questa voce di spesa sarà ampiamente compensata dai risparmi in termini di minor costo dell’energie e di minori sprechi”.

L’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi, come le inondazioni in Centroeuropa o le ondate di calore in Canada, accelererà la presa di coscienza dei governi?

“Molti Paesi, all’interno dei Recovery Plan, hanno già stanziato fondi per misure di resilienza climatica, dalla protezione delle coste, alla preparazione contro inondazioni e incendi. Noi ci occupiamo di energia e invitiamo tutti i governi a mettere in sicurezza le loro reti elettriche che potrebbero essere colpite dagli eventi meteo estremi. Ma la vera prevenzione è ridurre le emissioni di anidride carbonica e fare in modo che avvenga ovunque: nei Paesi ricchi come in quelli in via di sviluppo. Una tonnellata di CO2 emessa nell’atmosfera ha lo stesso effetto sul clima, indipendentemente che sia stata rilasciata a Jakarta, Torino o Parigi. Quindi è importante stimolare gli investimenti in energia pulita anche nei paesi in via di sviluppo. Quello che stiamo facendo in Europa o negli Usa non sarà sufficiente”.