Economia

2021, odissea bici: il mancato boom dell’industria italiana delle due ruote

Aumentano le richieste di mezzi, ma scarseggia la componentistica per il monopolio di due marchi: e il nostro Paese non ha saputo produrre su scala globale. Gli esperti: "Restiamo nazione di riferimento, ma di nicchia"
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«Ben arrivati al Mountain Bike Connection Summer», invita porgendo il pugno come vogliono le convenzioni Covid-19 Simon Cittati, fondatore della BCA, agenzia specializzata in promozione e marketing del settore industriale della bicicletta. Nell’albergo Park Hotel Sport di Andalo un gruppo nutrito di esperti e stampa di settore si aggira per gli stand in attesa di fare un test lungo le piste del più grande bike park d’Italia, il Dolomiti Paganella Bike. Bici elettriche, MTB ma anche componenti e accessori, dai caschi di MET ai capolavori di Wilier Triestina, passando per le agili e-bike di Thok e le protezioni di Dainese, sono tutte in mostra con la possibilità di provarle sulle ripide discese del comprensorio. Quest’anno però al bar o mentre si pedala in sella l’argomento è uno soltanto: la scarsità di componenti. Luca Violetto è marketing manager di Wilier Triestina, brand di Rossano Veneto con un fatturato di 52 milioni di euro, +16% di crescita nel 2020 ma con un aumento del +90% di ordini. Chi chiede adesso pezzi come la Wilier Jena riceverà la bici nel 2022.

«Il problema è la componentistica come freni e cambi, un mercato in mano a brand come la giapponese Shimano e l’americana SRAM che sono un vero e proprio collo di bottiglia. Quindi a noi non rimane che centellinare il prodotto». In particolar modo Shimano, che detiene il 65% del mercato delle componenti di qualità ha esaurito le merci in magazzino e nonostante i ricavi da record non ha saputo aumentare l’output industriale. Secondo il Financial Times il mercato sarebbe rallentato principalmente a causa del brand giapponese. Altri fattori sono il rallentamento della filiera globale di acciaio e carbonio e della logistica (dal caso Suez ai super-container fermi ai porti cinesi per paura della variante indiana), che acuiscono il collo di bottiglia della situazione.

Ma pesa anche l’incapacità di un player di fama come l’Italia nel settore delle due ruote di non essere stato in grado di offrire componenti di qualità a grande scala. Infatti il settore bici è in mano a 3-4 brand della bici da corsa, rimasti però sempre di medie dimensioni, come Pinnarello o Colnago e tante piccole aziende artigiane con fatturati sotto i 10 milioni. Bianchi, forse il brand più noto, produce solo 230mila bici all’anno contro i milioni di brand come Trek (USA) o Canyon (Germania). «Abbiamo perso un dominio, soprattutto del mercato delle bici da corsa», commenta Samuele Bressan, marketing cycling Pirelli. «Ad oggi restiamo una nazione di riferimento ma di nicchia. Tanti boutique brand, ma che vendono un decimo di quello che vendevano anni fa. C’è troppo campanilismo».

Innovare per cambiare

Per tanti il 2020-21 è stato il biennio della bici elettrica, esplosa grazie anche agli incentivi (in Trentino il bonus bici da 500€ era cumulabile con altri 600€ della Provincia Autonoma). «Il mercato è esploso», racconta a Green&Blue Stefano Migliorini, professionista MTB, che con Livio Suppo, manager Ducati  ha fondato Thok, brand solo e-Bike 100% italiano. «Dalle mountain bike a breve si aprirà sempre di più il mondo urban e quello del turismo, con la possibilità di portare carrelli fino a 35 kg». Intanto i modelli attuali, come la Versione R, permettono con 2 ore di carica di fare giri con oltre 2mila metri di dislivello positivo. «Lavoriamo per un grande personalizzazione del prodotto e un rapporto diretto con il cliente, per offrire un’esperienza diversa rispetto a grandi brand come Canyon o Trek». E l’azienda ha già superato i 10 milioni di capitalizzazione.

«C’è sempre più spazio anche per le gravel», continua Violetto di Wilier, riferendosi a degli ibridi tra bici da corsa ma adatti anche sugli sterrati, grazie all’uso di gomme più larghe e tassellate e in alcuni casi di ammortizzatori sulla forcella anteriore. Sono le bici che scelgono i bike-packers, che amano attrezzare la propria bici per giri lunghi o brevi portandosi dietro tenda, materassini, fornello e tutto il necessario per fare camping nella natura. Ma anche chi, come Omar Di Felice, si cimenta in percorsi di ultracycling, lunghe attraversate anche di migliaia di chilometri in giro per il mondo senza supporto.

Sono tanti poi brand del settore moto e auto che tornano a guardare alle due ruote dopo decenni per cui la bici era un mezzo per sportivi o per andare a scuola o al lavoro. Pirelli da quattro anni si è riaffacciata sul mercato. «Per noi significa essere nel segmento della mobilità sostenibile e nel mercato racing e MTB, dove il livello tecnologico del prodotto ha un altissimo livello con ingegneri che spesso vengono dalla F1», spiega Samuele Bressan, marketing cycling Pirelli. «Ora stiamo ampliando la divisione mobilità-come-servizio con bici per hotel, app mobilità e flotte aziendali».

Per aziende come Formula conviene rimanere piccoli e di valore ma facendo squadra. Sono gli inventori dei freni idraulici (1993) e offrono prodotti come ammortizzatori di altissima gamma. «In Portogallo ci sono zone defiscalizzate per i produttori, in Germania filiere strutturate. È l’Italia che non fa nulla in questo senso e lascia tante PMI e artigiani soli», spiega Vittorio Platania, responsabile marketing di Formula. «La produzione di alta gamma si fa a Taiwan ma sono sempre più gli asiatici che stanno comprando stabilimenti in EU, dato che il 52% del mercato mondiale sono marchi europei. Conviene anche a loro diversificare. Ma gli italiani non investono».

Molto negativo sul comparto bici italiano anche Gianluca Santilli, presidente Osservatorio Bikeconomy e autore del libro “Bikeconomy, viaggio nel mondo che pedala”. «Noi dobbiamo creare in Italia un polo della bike economy, guidato da una grossa holding, magari CDP, con disponibilità finanziaria e capacità manageriale di crescita della filiera, come ha fatto il conglomerato del lusso francese, LVMH, che detiene brand come Dior, Fendi, Bulgari». Effettivamente spesso sono imprese con fatturati inferiori ai 5 milioni di euro e con scarsa capacità manageriale. Un brand come Campagnolo, che produce componenti simili a quelle di Shimano per le bici da corsa. Ma il suo fatturato è fermo a 126 milioni , mentre Shimano fattura 2,1 miliardi di euro. In molti attendono un passo dal settore automotive, che potrebbe cambiare gli equilibri. «Sono un settore in crisi, che si sposta rapidamente verso la multi mobilità», commenta Santilli. «Presto si affacceranno anche sul mercato delle due ruote, stravolgendolo completamente.

Anche dal settore moto c’è chi guarda avanti, conscio che nei prossimi 30 anni i motori rombanti diventeranno un passatempo di nicchia. Dainese, azienda leader negli accessori ha visto un aumento del 130% da un anno all’altro sugli ordini del comparto bici, in particolare protezioni per chi fa downhill, caschi e ora anche maglieria. «E’ un mercato in totale esplosione», spiega Davide Brugnoli, product manager Dainese. «Noi cerchiamo di allargarlo a tutti, soprattutto a chi cerca un’esperienza di qualità». La bici in tempi di crisi climatica diventerà uno stile di vita, indubbiamente. Sempre più persone useranno le bici elettriche per andare al lavoro, il vestiario da due ruote sarà sdoganato anche negli uffici, le ferie si programmeranno su due ruote (anche se qualcuno le spedirà nella stiva dell’aereo), fiorirà una grande industria per creare turismo e occupazione specie in quelle regioni che hanno tanti luoghi dimenticati da scoprire. Ancora una volta il segreto per le PMI della bikeconomy sarà quello di fare sistema e innovare. Con meno bonus bici e più supporto per fare sistema.