Biodiversità
Il capodoglio Tolomeo (foto: Oceanomare Delphis Onlus) 

Tolomeo, il capodoglio ferito. Sos degli esperti: "Troppe navi, attenti alle rotte"

In questi giorni un nuovo avvistamento fa tornare attuale il dibattito sui rischi del traffico marittimo sui cetacei. Celebre il caso della balena Codamozza. Sos degli esperti: “Servono misure concrete per modificare rotte e ridurre velocità”

3 minuti di lettura

Una profonda lesione sul dorso, tranciato quasi di netto. Da un’imbarcazione, forse. Così il capodoglio Tolomeo ha fatto capolino nel mare tra Ischia e Ventotene martedì scorso, lasciandosi fotografare a lungo dal team di ricercatori di Oceanomare Delphis. E mostrando quell’evidente segno di riconoscimento che lo ha consegnato al database della onlus: mai era stato osservato nel mare del Regno di Nettuno, si tratterebbe di un esemplare nuovo e - a quanto pare - decisamente sfortunato. Le cui foto, ora, fanno il giro del web facendo tornare attuale un tema particolarmente delicato. Già, perché le collisioni con grandi navi, in particolare con navi da carico, sono tra le maggiori minacce per i capodogli nel Mediterraneo.


E in attesa di un approfondimento sulla morfologia della ferita di Tolomeo, con il materiale fotografico che sarà esaminato anche dall’Istituto zooprofilattico del Mezzogiorno e dall’università di Padova, la cetologa Barbara Mussi, presidente di Oceanomare Delphis, sottolinea come  “nel Tirreno meridionale, che costituisce la nostra area di studio, riconosciuta sia come Area Importante per i Mammiferi Marini (IMMA) che come area marina protetta, sia necessario imporre misure specifiche vista l’alta densità della popolazione dei capodoglio. Servono misure concrete - auspica - che includano la modifica delle rotte di navigazione e la riduzione della velocità”.


Un problema comune a larga parte del Mediterraneo: non sono del resto rari gli avvistamenti di cetacei mutilati o feriti da collisione con unità da diporto, proprio come Tolomeo, osservato nella fossa del canyon di Cuma, dove le aree marine protette di Ventotene e Ischia si sono ‘gemellate’ per la tutela dei cetacei, che trovano condizioni ideali per nutrirsi e riprodursi.

L'agonia della balenottera Codamozza nel cuore del Santuario dei Cetacei


Celebre, su tutti, il caso di Codamozza, la balenottera comune  senza pinna caudale, e più volte avvistata - dalla Liguria alla Sicilia, dalla Spagna alla Francia, dalla Siria alla Grecia - al punto da assurgere a straordinario esempio di resilienza nel mondo animale, dove – a quanto pare – le disabilità esistono, eccome.


E le profonde cicatrici sul dorso e sulla pinna, anch’esse causate dall’impatto con un’imbarcazione, sono anche il tratto distintivo di un’altra vecchia conoscenza di Oceanomare Delphis e Tethys, alcune tra le realtà più attive nello studio dei cetacei in Italia: una balenottera comune avvistata sia nel mar Ligure che a Ischia (nel 2014 per l’ultima volta), che tradiva – all’occhio dei ricercatori – difficoltà nell’immersione in profondità, lasciando intuire peraltro che l’incidente le avesse provocato anche danni alla colonna vertebrale.

Il capodoglio Tolomeo 

“Nel nostro catalogo - spiega Maddalena Jahoda, biologa marina e responsabile della comunicazione per il Tethys Research Institute - circa il 4% degli esemplari foto identificati presenta segni che potrebbero essere dovuti a uno scontro con una barca, o più probabilmente un traghetto o una nave. Si tratta della triste testimonianza di un problema – quello delle collisioni - che sta assumendo proporzioni allarmanti di pari passo con l’aumento del traffico, e della relativa velocità, nel Mediterraneo”.


“Del resto – annota Mussi -  circa il 30% di tutto il traffico marittimo internazionale passa per il bacino Mediterraneo e in ogni momento ci sono circa 2.000 navi mercantili di oltre 100 tonnellate che lo attraversano, per un totale di 200 mila navi ogni anno. Il traffico commerciale rappresenta un rischio significativo per le specie che nuotano lentamente, in particolare per le specie di grandi dimensioni come balenottere comuni e i capodogli.

Nel 2014 l\'avvistamento di una balenottera con evidenti segni di una collisione sul dorso 

Sia il numero di navi che la velocità a cui le navi sono in grado di viaggiare sono aumentati a livello globale negli ultimi decenni e questo significa un maggior rischio di collisioni e ferite per i cetacei, in particolare dove le attività di navigazione si sovrappongono all'habitat critico di questi animali. Negli incidenti sono coinvolti diversi tipi di navi (traghetti veloci, petroliere o navi da carico): la dimensione e la velocità delle imbarcazioni sembra essere direttamente correlata alla gravità delle ferite sugli animali”. E non ci sono solo le ferite da impatto: il traffico navale intenso può causare anche stress e alterazioni comportamentali ai mammiferi marine, producendo – per esempio – un cambiamento nella distribuzione delle popolazioni.

Il viaggio di Wally, la giovane balena grigia che ha perso la rotta


Ma quel che più spaventa è, naturalmente, la convivenza con l’esito di una collisione, che può causare – denuncia Barbara Mussi – “ferite orribili e gravi, traumi contundenti con conseguenti gravi lesioni interne, profonde cicatrici da elica, spine dorsali, code e pinne recise, come confermano i nostri studi. E ci sono popolazioni sono più vulnerabili agli attacchi delle navi, in particolare quelle che si trovano vicino a zone costiere sviluppate o quelle che si trovano in gran numero in aree con grandi volumi di traffico marittimo”.

Oceanomare Delphis ha peraltro approfondito anche l’esito degli incidenti occorsi anche a piccoli cetacei, tursiopi e stenelle in primis, un fenomeno ancora poco conosciuto. “I nostri studi – spiega Mussi - hanno confermato che le collisioni sono un rischio anche per i delfini. Diversi individui foto-identificati mostrano ferite riconducibili ad impatto con le eliche di motoscafi. In particolare, sono gli individui giovani a essere particolarmente a rischio”.

Altra considerazione è che in molti casi gli incidenti passano inosservati: “Molti marinai non sono a conoscenza dei requisiti di segnalazione delle collisioni”. Se ne ha contezza dopo mesi o anni, tuttavia, quando un capodoglio emerge dalla superficie del mare, mostrando profonde ferite che lo accompagneranno a vita.

Il campodoglio Tolomeo