La giornata mondiale

"Se viviamo è grazie agli Oceani"

Inquinamento, sovrapesca, riscaldamento globale. Il mare va protetto, spiega Francesca Santoro, portavoce del Decennio del Mare in Italia e specialista di programma per Ioc-Unesco

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Fare rete per salvarlo dalla trappola. Lavorare con comunità locali e pescatori, accelerare nella divulgazione della scienza, creare connessioni fra ricerca e impresa, direzionare i fondi in progetti sicuri e lontani dal greenwashing e insegnare sempre di più, alle nuove generazioni, perché è importante proteggere i mari per tutelare noi stessi. C'è questo e altro nel "Decennio del Mare Unesco", un programma di dieci anni per tentare di aiutare gli Oceani a uscire da quella trappola in cui l'uomo li ha ficcati, incastrati fra la crisi climatica dovuta alle emissioni che porta  mari sempre più caldi, acidi e con meno ossigeno, depauperati da inquinamento da plastica e sostanze chimiche che modificano gli equilibri degli ecosistemi, prosciugati dalla sovrapesca e ammalati di una perdità di biodiversità che sembra non trovare fine.


Mentre nel mondo si celebra la Giornata mondiale degli Oceani, è dunque tempo di passare a soluzioni concrete per tentare di proteggere di più i mari, a cominciare dalla consapevolezza dell'importanza del mare. Dal suo ufficio di Venezia Francesca Santoro, portavoce del Decennio del Mare in Italia e specialista di programma per Ioc-Unesco, racconta a Green&Blue quali potrebbero essere queste soluzioni, senza nascondere difficoltà e problemi nella sfida Unesco del prossimo decennio.


Con i mari che stanno già malissimo, che effetto le fa quando vede tragedie come quelle del cargo in Sri Lanka?

"Fa sempre male vederlo. Questa tragedia in Sri Lanka, altre recenti, oppure il blocco del canale Suez, dovrebbero sempre farci riflettere di quanto poco pensiamo a quanto succede in mare. Una giurista esperta dei diritti di chi opera in mare mi raccontava che ogni secondo ci sono 40mila persone che lavorano negli Oceani. Solo che noi, animali da terraferma, spesso non ci pensiamo: pesca, trasporto, ricerca e una enormità di attività in mare a cui non pensiamo fin a quando non capitano incidenti come quello in Sri Lanka. Ecco, credo che dovremmo pensarci un po' di più, anche se non è sempre sotto i nostri occhi. C'è tanto da fare per esempio in tema di trasporti marittimi, di sovrapesca, ma bisogna lavorare anche sulla percezione delle persone dell'Oceano, che non è compatibile rispetto a quanto realmente ne siamo dipendenti. Se viviamo, è grazie agli Oceani".


Come si affrontano i tanti problemi degli oceani in un piano decennale?

"Noi come Unesco stiamo lavorando a più livelli, in maniera multipla, affrontando i problemi contemporaneamente, dato che hanno effetti sinergici e sono in connessione. Crisi climatica, acidificazione, innalzamento delle acque, perdita di biodiversità, inquinamento da plastica, sovrapesca, sono tutti collegati.  Finora la ricerca scientifica si è concentrata soprattutto nell'analizzare e descrivere i fenomeni o a realizzare modelli e scenari sul futuro, oltre che fare monitoraggio. Noi in questo decennio vorremmo che questa ricerca possa arrivare a proposte di soluzioni concrete in aiuto dei mari:  per fare questo vogliamo agevolare una maggiore cooperazione fra mondo accademico e impresa. Tema fondamentale è per noi la collaborazione effettiva, anche con finanziamenti, fra impresa e ricerca. Al momento abbiamo da poco lanciato un progetto pilota, uno per il mare dei Caraibi e uno in Africa, che consiste in una piattaforma con domanda e offerta. Lì cominceremo a unire impresa e ricerca: da offrire posti per ricercatori su navi oceanografiche sino a sperimentare soluzioni effettive per la cura dei mari".

Un progetto che si allargherà anche al Mediterraneo?

"Certo, come Unesco è proprio uno dei nostri obiettivi concentrarci sul Mare Nostrum. Il decennio è partito da pochi mesi: la prima tappa con diversi workshop è stata riunire, anche se solo virtualmente, i rappresentanti dei paesi del Mediterraneo per comprendere come agire. Da qui svilupperemo un piano".

Intendete coinvolgere sempre più imprese e privati nella salvaguardia del mare?


"E' indubbio che oggi c'è un grande interesse da parte delle aziende sul tema sostenibilità.  Il problema è che spesso non c'è competenza su questo e c'è il rischio che sostenibilità resti solo una bella parola e non porti a fatti, a cambiamenti veri. Vogliamo quindi proporre linee guida per le aziende  che le aiutino anche a valutare meglio i progetti da finanziare e ad avere le corrette competenze, affinché non si verifichino più operazioni di greenwashing. Poi c'è anche una questione su come muovere risorse che va affrontata: a volte grandi fondi finiscono in progetti assurdi o realmente poco utili ai benefici del mare. Per il bene del mare dunque, c'è sia un enorme bisogno di divulgazione corretta sia la necessità di un giusto indirizzamento delle risorse".


Quale dei problemi del mare fa più paura?


"Sicuramente la crisi climatica. Da lì a catena succede tanto, tutto: dalla perdita di ecosistemi e habitat sino all'inquinamento. Molte persone vivono in zone costiere e non nascondo che già oggi preoccupa fortemente l'impatto della crisi climatica in termini per esempio di innalzamento del livello mare. In generale, sui temi degli effetti della crisi climatica, serve anche maggiore comprensione a livello di ricerca"

Un tema, quello del surriscaldamento, che preoccupa le nuove generazioni. Un po' meno quelle vecchie.


"Vero. Noi ci stiamo concentrando molto sulle scuole: a luglio pubblicheremo un manuale destinato ai governi per inserire questi temi del mare nei programmi scolastici. Lo facciamo perché crediamo nei giovani e perché il settore educazione è stato fortemente colpito dalla pandemia e l'Unesco vuole contribuire sul futuro dell'educazione proprio con temi legati all'oceano e alla sua salvaguardia. Personalmente, credo che più i giovani  entrano a contatto con il mare, come con le immersioni, più si rendono conto di quanto è fragile e straordinario. Quando questo non si può, lo faremo fare ai ragazzi con immersioni virtuali, grazie alla realtà aumentata. Se invece parliamo di vecchie generazioni e vecchie abitudini, è necessario spingere le persone a un cambiamento del comportamento".

E come si fa a far cambiare atteggiamento alle persone?


"Il tema del cambiamento del comportamento fa parte delle sfide del decennio Unesco. Prima bisogna rimuovere barriere: servono infrastrutture che agevolino il cambiamento. Per esempio se uno in un Comune vuole riciclare, deve avere il giusto bidone, se vuole usare la borraccia, deve avere la fontana: lo stesso vale per il mare, ogni luogo dovrà avere infrastrutture che agevolino comportamenti sostenibili. Poi lavorare sul tema dei valori: crediamo molto in quello della comunità, nel senso di farne parte e sul senso del futuro, della consapevolezza di cosa lasceremo ai figli. Per far crescere questi valori vogliamo stimolare emozioni legate al mare. Per questo lavoriamo con artisti, musicisti, creativi, oppure con i social: intendiamo stimolare emozioni che fanno riflettere sulla fragilità del mare. Serve una narrativa e il canale Unesco, con informazioni vere e certificate, è come un brand che può agevolare questa narrativa in un cammino lungo dieci anni che va di pari passo con l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite".

Crede che sia necessario creare anche più aree protette per gli oceani?


"Al momento sono pochissime le riserve, quelle strettamente protette appena sopra il 2%. Sì, sono fondamentali, ma non bisogna  imporre metodi dall'alto ma lavorare con le comunità per proteggere al meglio determinate aree. In Giamaica ho visto ex pescatori di frodo, coinvolti in progetti di ripristino e protezione, a cui è stata insegnata la subacque (ora fanno gli istruttori) e i metodi per controllare lo stato di salute del santuario dove prima pescavano: mi hanno detto che adesso il pesce è tornato. Credo che non sia tanto una questione di quantità di aree protette, ma di avere conoscenza delle reti ecologiche e creare reti di aree marine protette di concerto con le comunità locali. Inoltre spesso è fondamentale  valorizzare il sapere ecologico tradizionale".


Il documentario "Seaspiracy" che effetto le ha fatto?


"Sì, visto, ma non credo che smettere di mangiare pesce sia la soluzione, molte comunità vivono di pesce. Posso dire che è un documentario che però fa ragionare sui problemi del mare. Più in generale io osservo le indicazioni che provengono dalla ricerca scientifica. E devo dire che in questi lItalia è un'eccellenza, per quella marina, anche se non lo è per contributi economici e fondi".


E fra le persone, sta notando un cambiamento di responsabilità nei confronti del mare?

"Da 25 anni mi occupo di oceanografia e devo dire che sì, ora vedo un cambiamento: più persone che vogliono lavorare per il bene degli oceani, ricercatori di diversi settori che collaborano, pescatori che si interessano, industrie più attive e responsabili, anche se c'è ancora un problema di greenwashing. Dunque sono positiva e Unesco proverà a offrire il suo brand e aiuto per quei progetti validati che possano aiutare questo cambiamento. Inoltre, cosa che mi fa piacere, stiamo già lavorando con sempre più giovani professionisti del mare che ci spingono a passare dal concetto di oceano che abbiamo - malsano e debole - all'Oceano che vogliamo - sano, sicuro, accessibile. E spero che in futuro avremo persino un oceano che ispira e che coinvolge".