Società
In una discarica di Jalandhar, nel Punjab, India (Shammi Mehra/Afp via Getty Images) 

Le nuove disuguaglianze: c'è anche il razzismo "ambientale"

I fattori ambientali condizionano salute e opportunità sociali già alla nascita. Lo sostengono studi e ricerche soprattutto negli Usa. Tanto che le discriminazioni razziali legate a variabili socio-economiche sono entrate nell'agenda dell'amministrazione Biden

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Il degrado ambientale appare oggi come la nuova frontiera della questione sociale: politiche pubbliche volte all'equità o alla riduzione delle disuguaglianze sociali che non tenessero conto della dimensione ambientale, ignorerebbero un aspetto essenziale di questo tema. L'aumento delle disuguaglianze sociali rafforza gli squilibri ambientali, i quali a loro volta incrementano le disuguaglianze stesse in un perverso circuito a spirale. Al contrario le politiche di inclusione e di lotta alle disuguaglianze sono una parte fondamentale della sfida per una crescita economica verde.

Le condizioni ambientali hanno un peso notevole nei destini sociali: secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), fattori ambientali “modificabili” (cioè sui quali possiamo agire) spiegano il 24% della morbilità totale (ovvero la frequenza con cui una data malattia si manifesta nella popolazione) e un terzo di quella dei bambini in tutto il mondo.

Queste disuguaglianze “ambientali” sono legate a variabili socio-economiche e molto spesso la causa è da ricercare nell’assenza di una “giustizia distributiva”: i rischi ambientali non sono suddivisi in modo equo.

L’ambiente condiziona così buona parte della salute degli individui e, di conseguenza, come sostiene il premio Nobel per l’economia Amartya Sen, le opportunità sociali di cui possono godere.

Perché le condizioni ambientali determinano in particolare il futuro dei bambini. A dimostrarlo è stato lo studio dell’economista dell’Università di Princeton Janet Currie, pubblicato nel Canadian Journal of Economics. Currie per dieci anni ha esaminato i registri di nascita del New Jersey e i dati sulla qualità dell’acqua potabile, dimostrando come una spirale socio-ambientale viziosa potrebbe ridurre le opportunità sociali dei nascituri, a causa dell’inquinamento ambientale cui sono state esposte le madri durante la gravidanza.

Lo studio dimostra come gli effetti dell'acqua contaminata, che causano numerosi disturbi cognitivi e dello sviluppo, sono particolarmente significativi nei bambini nati da madri con un livello di istruzione inferiore e appartenenti a fasce sociali più deboli. I registri di nascita esaminati, contenevano informazioni riguardanti la data di nascita, le caratteristiche materne come educazione, stato civile, nazionalità. Secondo lo studio “i bambini esposti alla contaminazione di inquinanti nell’utero tendono ad avere madri più giovani, meno istruite e di nazionalità afro-americana o ispanica". Del resto il concetto di “razzismo ambientale” è stato utilizzato per la prima volta dal leader dei diritti civili afroamericano Benjamin Chavis nel 1982.

Si tratta di una forma di razzismo sistemico per cui le comunità etniche minoritarie sono enormemente soggette a rischi per la salute, a causa di politiche che le costringono a vivere in prossimità di fonti di rifiuti tossici come impianti di depurazione, miniere, discariche, centrali elettriche, strade principali. Di conseguenza, queste comunità soffrono di maggiori problemi di salute legati agli inquinanti pericolosi: che stiano respirando i fumi delle fabbriche e gli scarichi dei camion nei centri urbani, oppure la polvere delle strade di campagna delle fattorie, le persone di colore sono più esposte a fonti di inquinamento atmosferico rispetto ai bianchi.

Questa è anche la conclusione di uno studio condotto da un team di ricercatori ambientali di alcune Università degli Stati Uniti, che ha cercato di indagare le fonti di inquinamento atmosferico che contribuiscono maggiormente alle discriminazioni razziali. I ricercatori hanno scoperto che le persone di colore sono maggiormente esposte alle polveri sottili, praticamente in tutti gli Stati e in tutte le aree urbane.  Lo studio ha esaminato quattordici tipi di sorgenti di inquinanti, dai mezzi di trasporto, alle fabbriche, l’edilizia, l’agricoltura e ha evidenziato che sono principalmente le minoranze etniche  a sopportane il peso.  

Secondo Christopher Tessum, ricercatore dell'Università dell'Illinois e autore principale dello studio, il team è addirittura rimasto sorpreso nell’apprendere quanto il razzismo si sia rivelato molto più pervasivo e sistemico di quanto si aspettassero e che tali evidenze scientifiche suggeriscono la necessità di trovare negli Stati Uniti nuovi approcci per affrontare il problema della discriminazione razziale nell’esposizione all’inquinamento atmosferico.

Molti di questi problemi riguardano le comunità a basso reddito nel loro insieme, ma secondo l’accademico Robert Bullard – definito il “padre della giustizia ambientale” – l’appartenenza a una minoranza è spesso un indicatore più affidabile della vicinanza all’inquinamento. Bullard ha dimostrato ad esempio che i bambini afroamericani hanno cinque volte più probabilità di avere un avvelenamento da piombo a causa della vicinanza ai rifiuti rispetto ai bambini caucasici.

Il sociologo Robert Bullard (Getty Images) 

Bullard è stato recentemente nominato membro del nuovo Consiglio consultivo per la giustizia ambientale dell'amministrazione Biden. Lo stesso Biden ha infatti affermato che sta aumentando l'urgenza di affrontare le discriminazioni razziali a un nuovo livello. E proprio la questione del razzismo ambientale dimostra che le problematiche ambientali e sociali non possono essere nettamente separate l’una dall’altra.