Giornata internazionale delle foreste

Là dove c'era l'erba ora c'è Milano un po' più verde

Il traffico, i clacson, i tubi di scappamento s’erano dileguati. Milano, la città delle week, del Fuorisalone dai numeri formidabili, dei 200 mila universitari, rallentava, camminava come sott’acqua. Venivamo schiacciati dalla pressione del Covid, noi umani. Mentre la natura si riprendeva spazi vecchi e nuovi
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Da una inferriata una tromba suonava “Oh mia bela Madunina” e l’arcivescovo Mario Delpini era salito in cima alla cattedrale, s’era inginocchiato, aveva aperto le braccia e usato come preghiera anche le parole di questa che è una delle canzoni milanesi più milanesi che esistono. La statua d’oro e “piscinina” brillava e passavano intanto sotto i suoi piedi le sirene delle ambulanze, i manager nominati dai politici nascondevano il numero dei morti nelle case di riposo, medici e infermieri combattevano negli ospedali pieni di pazienti in crisi, si sentiva parlare per la prima volta di polmoni che non avevano più la forza di respirare e noi, incerti e increduli, ci guardavamo dai balconi. Il traffico, i clacson, i tubi di scappamento s’erano dileguati. Milano, la città delle week, del Fuorisalone dai numeri formidabili, dei 200 mila universitari, rallentava, camminava come sott’acqua. Venivamo schiacciati dalla pressione del Covid, noi umani. La pandemia ha fatto capire ai più giovani che cosa significa vivere senza alcune libertà e ha ricordato ai più vecchi che cos’era l’occupazione di un territorio da parte di un nemico ostile.


Ma, dovunque alzassimo lo sguardo, c’era a Milano un verde sempre più rigoglioso. La natura, piano piano, stava riprendendo fiato, riconquistava lo spazio che asfalto e cemento le avevano nei secoli rubato. In via Alemagna, davanti alla Triennale, i tronchi svettavano da aiuole senza le cartacce delle notti lunghissime che coinvolgevano centinaia di frequentatori delle discoteche (chiuse). E in piazza Beccaria, dietro il comando dei “ghisa”, dei vigili urbani, il salice non era più piangente, ma saettante. Via De Amicis era una bolgia di autobus e cantieri e code infernali e gli alberi erano sempre coperti come di carbone, oscuri, contorti e rassegnati, comunque in pena: sembravano aver fatto un lifting, ringiovaniti, ringalluzziti e anche con le chiome che si riempivano di farfalle, di Vanessa Atalanta, o Red Admiral. E dietro il Duomo, sul bianco del marmo di Candoglia, quanto era verde quel verde? Quanto spiccava adesso, nell’assenza delle folle dello shopping?  


C’è chi parla di natura matrigna e indifferente, c’è chi parla dell’armonia del Creato, chi si placa camminando nei boschi e chi s’annoia in campagna. Nessuno può affermare di possedere una verità assoluta sul rapporto tra il verde e l’uomo. Forse ognuno rispecchia se stesso. Ma osservare e riflettere è obbligatorio, sta nel nostro spirito millenario. Quel verde così rigoglioso da quanto tempo non c’era? Diamo per scontata la presenza degli alberi, ma adesso ci stiamo accorgendo che spesso li trattiamo male, li ignoriamo. Stanno là, come pali della luce.

E’ vero, a Milano ne stiamo piantando sempre di più, è stata impressa una svolta green, c’è la Biblioteca degli alberi e chi avrebbe mai detto che sarebbe nata una “cosa” così nel posto dove c’era, decenni fa, lo spoglio Luna Park delle Varesine. Ci sono anche le palme in piazza del Duomo e dopo le prime contestazioni quello resta uno degli angoli a più alta densità di selfie. Ma solo adesso, che mettiamo al centro della resistenza alla malattia il nostro respiro, che ci proteggiamo con le mascherine, osiamo dire: “Grazie, alberi, anche voi a Milano ci aiutate a esistere, e a resistere”.