Un Paese al microscopio

Il sonno del Cremlino

Incendi nella foresta di Suzunsky, a 170 km da Novosibirsk, in Siberia (foto: Alexander Nemenov / Afp via Getty Images) 
In un paese che si riscalda più degli altri le politiche ambientaliste non hanno ambizioni. Cosa può fare per cambiare
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Dentro gli accordi internazionali, ma con ambizione ridotta. Questo è l’approccio storico della Russia al problema clima. Nel frattempo il paese si riscalda più degli altri, e l’infrastruttura economica incentrata sui combustibili fossili la espone a rischi interni ed esterni. Cosa può fare per cambiare?


La Siberia brucia. Le ultime due estati hanno visto immensi incendi propagarsi a nord e oriente. Spinti dalle temperature più alte mai registrate all’interno del circolo polare artico (38°C lo scorso giugno!), un’area più grande della Grecia è andata in fumo. E così facendo, ha rilasciato grandi quantità di CO2, e inquinato l’aria in un singolo mese più di quanto fatto nei 18 anni precedenti. Per un paese noto per il clima rigido, questo può sembrare un paradosso. Eppure, la Russia - come tutti i paesi alle latitudini nord - si sta scaldando incredibilmente in fretta, più del doppio del resto del mondo. Se questo apre anche delle opportunità, come ad esempio la navigazione nella rotta del mare del Nord, in realtà porterà più danni che benefici.


Molte delle infrastrutture delle zone artiche rischiano di collassare a causa del cedimento del permafrost, il terreno una volta tipicamente ghiacciato (ora sempre meno). E questa non è una buona notizia per nessuno, visto che il permafrost contiene più anidride carbonica di quanto rilasciata dall’umanità finora. E, se il clima non  basta, contiene anche una grande varietà di patogeni, batteri e virus, che sono pronti a risvegliarsi.

Cremlino attendista. La politica climatica russa è tradizionalmente stata opportunista. La Russia ha ratificato entrambi i grandi accordi internazionali, quelli di Kyoto e Parigi. Nel primo caso, anche se con ritardo, ne ha permesso la attuazione, vendendo permessi di CO2 all’Europa (con guadagni modesti). La strategia negoziale è aiutata dal fatto che le emissioni russe crollarono subito dopo il collasso dell’Urss, e che il 1990 è spesso usato come anno di riferimento (lo fa anche l’Europa). A seguito di quella flessione, le emissioni di CO2 russe sono rimaste sostanzialmente invariate nel tempo. Ad oggi corrispondono a circa il 5% di quelle mondiali, e una quarta posizione nei ranking dei paesi. Insomma, la Russia si muove poco e rimane uno dei più grandi produttori mondiali di petrolio e gas naturale.


Le imprese e i cittadini. Questo immobilismo si contrappone alla crescente rilevanza del tema clima, e incomincia ad attirare l’attenzione di imprese e società. Alcune aziende - soprattutto quelle più esposte internazionalmente - si muovono. I ranking di sostenibilità registrano un miglioramento, anche se le lobby storiche rimangono. La sensibilità dei cittadini russi è alta sul tema ambiente, ma soprattutto su quello della qualità dell’aria, che ancora uccide più di centomila persone ogni anno. Mentre il clima finora ha interessato meno, anche se le preoccupazioni stanno aumentando con l’intensificarsi di eventi meteo estremi.
Il mondo intorno al pianeta russo. Si dice che in Russia si può festeggiare il capodanno undici volte, data la sua enorme estensione. Ciò nonostante, è chiaro che il mondo intorno al paese più grande al mondo sta cambiando, e questo non può essere ignorato. L’Europa è un partner commerciale importante, ma da sola non basta; e i rapporti sono difficili.


Se si creerà una coalizione forte, con Stati Uniti, Cina, Giappone ed altre nazioni intenzionate a ridurre le emissioni di gas serra, la Russia si adatterà per non rimanere isolata, come ha già fatto nel passato. Lo scorso dicembre il vice-ministro delle finanze ha detto che il picco della domanda di petrolio forse è passato: un avvertimento alla necessità di cambiare rotta, e a procedere ad un cambiamento economico? Forse non subito, ma neanche tanto lontano.