Siderurgia

Acciaio pulito, il Giappone corre: Nippon Steel dice addio agli altiforni

Uno stabilimento del colosso siderurgico Nippon Steel a Tokyo, in Giappone (foto: Jiji Press/Afp via Getty Images) 
Il principale gruppo siderurgico nipponico insegue l’obiettivo carbon neutral fissato dal governo di Tokyo entro il 2050 e annuncia i primi passi con l'introduzione di forni ad arco elettrico
2 minuti di lettura

“La rappresentazione dell’acciaio o della sua industria come brutto e sporco è un residuo del passato”. Carlo Mapelli, docente al Politecnico di Milano e tra i maggiori esperti italiani di siderurgia, da tempo prova a sfatare uno dei luoghi comuni più diffusi. Lui ne parla, mentre intanto i giganti mondiali del settore si muovono. Pressati, a onor del vero, dagli obiettivi di decarbonizzazione fissati dai governi in buona parte del mondo, con l’Europa all’avanguardia anche grazie ai miliardi messi a disposizione dal Recovery Plan comunitario per la transizione ecologica della manifattura. In Italia la cartina di tornasole di questo scenario è a Taranto, dove l’Ilva a conduzione Stato-ArcelorMIttal si prepara a mixare la produzione da ciclo integrale (gli altiforni) con i forni elettrici. Nella prospettiva finale dell’idrogeno. Per ora intenzioni. Lodevoli, ma solo annunci.

L’ultimo segnale arriva dal Giappone, dove il principale gruppo siderurgico del Paese (e terzo produttore mondiale) Nippon Steel Corp., ha rotto gli indugi adeguandosi all’obiettivo carbon neutral fissato dal governo di Tokyo entro il 2050 e annunciando il graduale (e storico) addio agli altiforni: “Introduciamo anche nei nostri piani industriali a medio termine misure concrete per puntare alla decarbonizzazione totale” ha detto Katsuhiro Miyamoto, vicepresidente esecutivo di Nippon Steel. Si tratta, nel dettaglio, di investimenti per la progettazione e costruzione di forni ad arco elettrico molto più grandi degli attuali: una svolta con incognite tutte da scoprire, perché se è vero che la produzione da forni elettrici garantisce un taglio drastico delle emissioni di anidride carbonica, al momento l’alimentazione di questi impianti con i rottami di ferro (dunque materiali con impurità rispetto ai minerali che sono a monte del ciclo integrale) non consente la produzione di acciaio di alta qualità. Cioè il cuore della fornitura alle industrie utilizzatrici, come ad esempio l’automotive o gli elettrodomestici, che rappresentano il core business della siderurgia.

“I produttori dovranno affrontare una crisi di sopravvivenza – spiega Eiji Hashimoto, presidente di Nippon Steel e a capo della Federazione delle aziende siderurgiche giapponesi – e sarà esiziale rimanere indietro nella competizione globale per lo sviluppo di un acciaio più pulito”. E in questo senso non aiuta il quadro congiunturale: la forte domanda e la crescita economica della Cina stanno irrigidendo i mercati siderurgici mondiali, senza contare gli effetti della pandemia. Proprio in Giappone, per dire, la produzione di acciaio nell’ultimo anno fiscale si assesterà a 80 milioni di tonnellate, in calo rispetto ai 98,4 milioni dell’anno precedente.

Ma il dado è tratto. Un rapporto dell’Onu pubblicato in questi giorni, sommando gli impegni sul clima dei singoli governi mondiali, ha definito gli obiettivi “molto al di sotto di quanto va fatto per rallentare il riscaldamento globale”. Così la siderurgia, ‘brutta e sporca’, prova a fare la sua parte. Per adesso a parole e nei programmi: “E’ un processo inevitabile – ha detto Mapelli in un’intervista a Siderweb -. Stante l’evoluzione delle norme europee e gli effetti degli accordi di Parigi, nei quali ora sono rientrati anche gli Stati Uniti, lo sforzo maggiore delle aziende dovrà essere legato al rapido raggiungimento della neutralità dell’impronta carbonica del processo produttivo dell’acciaio”.