LE 6 PRIORITA' PER L'AMBIENTE

3. Energia: urgente la transizione verso le rinnovabili

SAPIENS - Il ritmo del progresso Tutte le puntate

5 minuti di lettura

Fin dalla scoperta del fuoco, il motore del progresso di Sapiens è stata la sua capacità di trovare fonti di energia sempre più potenti ed efficienti. A partire dalla rivoluzione industriale, questa fame di energia ha portato alla scoperta e allo sfruttamento di nuove fonti nascoste nel sottosuolo: i combustibili fossili. Carbone, petrolio e gas hanno impresso un’accelerazione senza precedenti allo sviluppo tecnologico e alla forza produttiva di Sapiens, ma sono stati pagati a caro prezzo. Il loro sfruttamento da parte dell’uomo ha indotto tre importanti effetti negativi, intrecciati tra loro: ha accentuato le disparità di accesso all’energia, aumentando le disuguaglianze; ha incrementato l’emissione di gas serra nell’atmosfera, aggravando il riscaldamento globale, e, di conseguenza, ha causato un peggioramento della qualità dell’aria, con conseguenze epidemiologiche.

Negli ultimi decenni, il fabbisogno globale di energia da parte di Sapiens è cresciuto in maniera esponenziale, fino a superare, l’anno scorso, i 160.000 TeraWattora. La stragrande maggioranza di questa energia - circa l’84% - viene ancora oggi prodotta da combustili fossili mentre le energie rinnovabili rappresentano solamente l’11% e il nucleare il 4%. Nel corso del tempo, l’utilizzo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio è aumentato: nel 1965, la componente rinnovabile dell’energia costituiva solo il 6% dei consumi complessivi, oggi il suo valore è quasi raddoppiato. Questi progressi, tuttavia, non sono stati sufficientemente rapidi da controbilanciare la voracità di energia di Sapiens, che, nello stesso arco di tempo, si è quadruplicata, aumentando la sua dipendenza dai combustibili fossili.  Se guardiamo alla domanda globale di energia, questa è alimentata oggi nella misura del 30% dal petrolio mentre il consumo di carbone, pur in diminuzione, ne rappresenta ancora il 25% e il gas naturale - in termini relativi, il meno inquinante dei combustibili fossili - contribuisce nella misura del 22%. 
 

Alcuni progressi sulla strada della decarbonizzazione sono stati fatti nell’ambito dell’energia elettrica: oggi il 36% dell’elettricità mondiale viene prodotta da fonti di energia a basse emissioni di carbonio, come l’eolico, il solare, e, soprattutto, l’idroelettrico e il nucleare, questi ultimi responsabili, rispettivamente, del 15% e del 10% della produzione elettrica globale. L’elettricità, tuttavia, non rappresenta che una frazione del fabbisogno energetico globale, che continua a essere in gran parte soddisfatto dai combustibili fossili, soprattutto nel settore dei trasporti e degli impianti di riscaldamento. Le fonti energetiche a basse emissioni di carbonio rappresentano più di un terzo dell’elettricità globale, ma meno della metà di quella cifra in termini di energia complessiva. 
 

Questa dipendenza di Sapiens dai combustibili fossili porta ogni anno all’emissione di quasi 40 miliardi di tonnellate di CO2 nell’atmosfera, che, insieme al metano e all’ossido di diazoto, rappresentano i cosiddetti gas serra, che intrappolano il calore all’interno del nostro pianeta e guidano il processo di cambiamento climatico.
 

Il modello economico di Sapiens è energivoro e le disparità di accesso all’energia sono uno dei principali fattori della crescita della disuguaglianza tra nazioni, prima di tutto, perché non tutti i paesi riescono a lavorare su fonti di energia rinnovabili. Per sviluppare energia a basse emissioni di carbonio, infatti, sono necessari investimenti infrastrutturali e competenze disponibili solamente nei paesi avanzati. In Francia, ad esempio, la presenza di numerose centrali nucleari ha consentito di ridurre l’utilizzo di idrocarburi per consumi energetici a circa il 50%; le democrazie scandinave hanno puntato molto sulla sostenibilità e l’economia circolare: quasi il 70% del loro fabbisogno energetico è soddisfatto da fonti rinnovabili. Alcuni paesi, come il Canada, in virtù della loro fortunata collocazione geografica, possono trarre vantaggio da ingenti risorse idriche per la produzione di energia. Le maggiori potenze manifatturiere, come ad esempio la Cina, continuano però a dipendere pesantemente da combustibili fossili. Nel continente Asiatico, che già oggi rappresenta la metà del prodotto interno lordo globale, la percentuale di energia derivata da fonti rinnovabili si attesta in media al di sotto del 20%.

 

Le disuguaglianze energetiche non si riducono, però, ad un problema di natura solamente tecnologica. Il 13% della popolazione mondiale, pari a 940 milioni di persone, non ha accesso all’elettricità, soprattutto nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale; Il 40%, circa 3 miliardi di persone, non riesce a ottenere combustibile pulito per cucinare e riscaldare i propri ambienti casalinghi. Per produrre energia, in ogni sua forma, sono infatti necessarie grandi disponibilità di acqua dolce, che è a sua volta connessa con una maggiore efficienza agricola. Nei paesi dotati di scarse risorse idriche, non solo è più difficile produrre energia, ma si instaura anche una competizione tecnica per l’utilizzo delle poche materie prime disponibili, finendo per comprimere lo sviluppo economico. Sempre più spesso, le disparità di accesso all’energia diventano quindi fattori importanti dell’indice di sviluppo umano e dell’aspettativa di vita.
 

In sostanza, al mondo c’è chi ha molta energia e chi ne ha poca, e anche tra chi ne ha tanta, solo alcuni possono permettersi di produrla in maniera pulita. Per capire in maniera più immediata l’impatto delle disuguaglianze energetiche è sufficiente osservare una ricostruzione satellitare della Terra di notte: la densità ottica della luce emanata di notte da Stati Uniti, Europa e Giappone è incomparabilmente superiore a quella di qualsiasi altra area del pianeta, compresa quella di paesi emergenti come Cina e India. Su base annua, ogni cittadino americano consuma poco più di 12 megawattora (MWh); un europeo o un giapponese circa 6 MWh, e un cinese solamente 4,5 MWh. Ovvio che questo faccia una grande differenza nell’organizzazione della produzione industriale e nella costruzione di infrastrutture.
 

Il problema della disuguaglianza energetica è strettamente connesso a quello del riscaldamento globale, che approfondiremo in un articolo successivo: I paesi avanzati responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni di anidride carbonica si contano sulle dita di una mano. Solamente negli Stati Uniti, lo scorso anno, sono state emesse 16 tonnellate di CO2 per cittadino. Gli effetti dell’aumento delle temperature, causate dalla crescente concentrazione di gas serra, si ripercuotono però anche nelle zone più povere del pianeta. Viviamo tutti sotto uno stesso cielo: il riscaldamento climatico è causa di siccità, con un impatto enorme sulla fauna e l’agricoltura; lo scioglimento dei ghiacciai diminuisce le risorse di acqua dolce mentre l’innalzamento del livello dei mari porta all’erosione delle coste. I continui scambi di calore tra una terra surriscaldata e la stratosfera, più fredda, generano eventi metereologici estremi, come tifoni e nevicate improvvise, che devastano i territori. Se si eccettuano i terremoti, dal 1980 ad oggi il numero di eventi naturali catastrofici è aumentato in maniera costante di anno in anno; ciò ha causato la perdita di 400.000 vite umane e la spesa di più di un trilione di dollari, pari all’1,6% del PIL mondiale. Ma a differenza delle nazioni ricche, i paesi sottosviluppati non hanno a disposizione le risorse finanziarie e organizzative per arginare i danni causati da questi disastri naturali, finendo per pagare il conto più salato.
 

E mentre la terra si riscalda, peggiora anche la qualità dell’aria che respiriamo, con un impatto sulla salute di Sapiens e sul suo ecosistema. L’emissione di particolati carboniosi (Black Carbon), idrofluorocarburi e metano, inquina l’atmosfera e provoca il rilascio di sostanze tossiche, con gravi conseguenze sociali ed epidemiologiche. Ogni anno, l’inquinamento dell’aria causa tra i sei e i sette milioni di decessi nel mondo: poco più della metà di queste morti, tra i 2,4 e i 3,8 milioni, si concentra nelle zone sottosviluppate del pianeta ed è dovuta all’inquinamento degli ambienti casalinghi, dove la penuria di carburanti puliti costringe l’uomo a utilizzare materiali nocivi per cucinare e riscaldarsi.  Le altre vittime, invece, sono il frutto di inquinamento atmosferico esterno, dovuto, tra le altre cause, all’uso di fertilizzanti chimici e ai problemi connessi all’urbanizzazione massiccia, inclusi il traffico, la carente gestione dei rifiuti e la concentrazione produttiva. Secondo le Nazioni Unite, la perdita di benessere globale dovuta all’inquinamento dell’aria ammonta a 5.100 miliardi di dollari, pari a circa il 6,6% del Pil mondiale.
 

Negli ultimi decenni, il modello energetico di Sapiens, che è stato la forza propulsiva del suo sviluppo, è diventato una fonte di insostenibilità ambientale e sociale, scavando un solco di disuguaglianza tra le nazioni, portando al riscaldamento del pianeta e all’inquinamento della sua atmosfera. La finestra di opportunità per intervenire si sta riducendo: per riavvolgere il nastro è necessario cominciare già oggi una transizione energetica verso fonti rinnovabili. Più aspetteremo, maggiore sarà il colpo di frusta della frenata.