L'intervista

Ambiente, John Podesta: "Per salvare il pianeta, Usa e Ue devono dialogare con la Cina"

Fiducioso l'ex consigliere per le politiche ambientali di Obama ed ex capo di capo di gabinetto della Casa Bianca di Bill Clinton: "Sappiamo che l'Europa è un passo avanti a noi ma sono convinto che non manchi la coscienza ecologista negli Usa, anche tra i repubblicani"

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Qualche ora dopo la cerimonia di inaugurazione del 20 gennaio, Joe Biden era già seduto alla scrivania dello Studio Ovale per siglare alcuni decreti esecutivi con cui dare inizio all'opera di picconamento dell'architettura ereditata dal predecessore Donald Trump. La prima firma è stata apposta in calce all'ordine con cui il nuovo inquilino della Casa Bianca ha decretato il ritorno degli Stati Uniti negli accordi di Parigi sul clima, invertendo la linea eco-scettica che ha caratterizzato la leadership della prima democrazia del Pianeta negli ultimi quattro anni. Ciò a sottolineare la centralità della questione ambientale per Biden e per la sua squadra di governo, che però devono fare i conti con una serie di criticità interne al Paese, non ultime le debolezze economiche dettate dalla pandemia. L'interrogativo pertanto è il seguente: qual è il costo della sostenibilità ambientale? Quale prezzo i cittadini sono disposti a pagare per diventare azionisti del Green Deal di Biden?

"E' inconfutabile che la crescita economica debba avere un ruolo centrale nella crociata del 46 esimo presidente americano contro il cambiamento climatico", spiega John Podesta, già consigliere per le politiche ambientali di Barack Obama ed ex capo di capo di gabinetto della Casa Bianca di Bill Clinton

"Il Green Deal è in cima all'agenda politica della nuova amministrazione, ma la trasformazione dell'economia è propedeutica alla sua attuazione", spiega il veterano di Washington durante il simposio organizzato da "Formiche" dal titolo "Europa e Stati Uniti: come funziona il cambiamento climatico. L'era Biden e l'Accordo di Parigi: quali scenari aspettarsi nella lotta al cambiamento climatico". "Sappiamo che l'Europa è un passo avanti a noi ma sono convinto che non manchi la coscienza ecologista negli Usa, anche tra l'elettorato repubblicano", afferma Podesta ostentando una certa fiducia sulla trasversalità dell'obiettivo di fermare l'effetto serra.

La massima inclusione possibile in materia è del resto essenziale per l'attuazione del piano da 1.700 miliardi di dollari con cui Biden punta ad arrivare entro il 2050 al "net zero", ovvero alla totale eliminazione di emissioni nocive entro la metà del XXI secolo. Ognuno deve dare il suo contributo quindi. "Biden ha focalizzato la propria agenda sulla necessità di fare investimenti in tutti i settori produttivi per creare politiche trasversali a sostegno della crociata ambientale", spiega il regista della campagna "Usa 2016" di Hillary Clinton

In termini pratici vuol dire che l'industria eolica, solare, delle biomasse e tutte le altre fonti "alternative" devono creare più occupazione di quella che verrà a mancare non solo con il blocco di nuove esplorazioni di giacimenti di idrocarburi, ma con la progressiva riduzione di energia prodotta con materie prime fossili. Passaggio obbligato che nasce in risposta a quanto osservato da certi movimenti di protesta come i "Gilet gialli" in Francia i quali dicevano di dare "preoccuparsi di arrivare a fine mese piuttosto che di assistere alla fine del mondo". "E' questo il motivo per cui la crescita economica non può non essere centrale nell'agenda ambientalista", altrimenti il rischio è che si generino nuovi populismi, dice Podesta. Secondo cui un altro aspetto cruciale è quello della "giustizia giusta", ovvero fare in modo che le persone e le comunità che hanno pagato il costo più alto a causa dell'inquinamento ricevano indennizzi ma soprattutto quote congrue degli investimenti sostenibili. Un passo in questo senso è stato fatto con la richiesta di estensione dei sussidi di disoccupazione ai cittadini che per motivi di salute non possono accettare un lavoro, pur avendone bisogno.

Sul piano internazionale, infine, gli Usa devono avviare una efficace diplomazia del clima, "un ruolo che dovrà svolgere l'inviato speciale per il clima John Kerry il cui ruolo, staccato dal ministero dell'Ambiente e più operativo, è inquadrato nel Consiglio per la sicurezza nazionale, a sottolineare l'importanza strategica del suo operato". Biden vuole infatti portare avanti la sua crociata sul clima in tutte le sedi possibili, dal G7 al G20 passando per tutti i forum multilaterali. Ed è per questo, rivela Podesta, che convocherà un summit con altri leader del Pianeta già nei primi 100 giorni di mandato. "Ciò perché l'effetto dei cambiamenti climatici è una della cause di quella fragilità dei popoli che mette a rischio la sicurezza nazionale ed economica - afferma -, come dimostra quanto accade sulla frontiera meridionale degli Stati Uniti". 

Un appello, infine, lo rivolge ai partner dell'Unione Europea: "Occorre coordinare gli sforzi tra le due sponde dell'Atlantico per avviare politiche ecosostenibili con la Cina", attore senza il quale la lotta per salvare il Pianeta rimane una chimera. In questo senso Kerry avrà un ruolo elevato che è stato a lui assegnato in quanto vero artefice degli accordi parigini del 2015. Mentre lo scorso anno l'ex segretario di Stato ha lanciato una sorta di "Coalizione contro il cambiamento climatico", a dimostrazione di quanto sia devoto al tema ambientale. Il neo zar del clima è stato del resto il primo a considerare il clima come una questione di sicurezza nazionale e a trattarla di conseguenza.  

E' infatti quel che succederà dopo il ritorno degli Usa nell'Accordo sul clima, il vero banco di prova. Rispettare gli impegni di Parigi - in sintesi, riduzione delle emissioni drastico entro il 2050, taglio dei gas serra e riduzione della temperatura sul globo entro il trend di crescita di 1,5 gradi - richiede specifiche e concrete scelte politiche. Sono passati oltre cinque anni da quelle intese e l'amministrazione Trump ha smantellato a colpi di decreti esecutivi diverse norme in vigore lasciando ai giganti dell'energia campo libero. Elemento questo che potrebbe aggravare il costo economico di una transizione tanto ambiziosa quanto complessa, ed è per questo che la rivoluzione verde di Biden deve avere tra gli ingranaggi fondamentali del suo motore (possibilmente elettrico) quello di una crescita economica forte, equa e sostenibile nel lungo periodo.