Il commento

Le piante studiano nelle aule a cielo aperto

New Forest, in Hampshire (Regno Unito, Getty Images) 
Noi ci appoggiamo ad una quercia o ad un castagno di mezzo millennio e ci sentiamo connessi con l’universo, il silenzio apparentemente congelato che abita l’albero è uguale, appartiene alla stessa natura del respiro che governa gli ammassi di stelle
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Ancora ricordo la prima volta che Stefano Mancuso mi apparve nell’etèreo etere televisivo, ospite del programma condotto da Fabio Fazio. Al tempo lo sentii parlare di intelligenza delle piante e di Charles Darwin quale uomo più intelligenti che ci sia mai stato. Ovviamente, e non fui l’unico, trasecolai, un termine che uso raramente ma qui ci sta: trasecolare. La Treccani recita: v. intr. [der. di secolo, col pref. tra-; propr. "essere fuori del mondo (secolo)", quindi "aver perduto l'intelletto"] (io trasècolo, ecc.; aus. essere o avere). - [restare sbalordito per lo stupore] ≈ allibire, (fam.) cadere dalle nuvole, (fam.) restare di stucco (o di sasso o a bocca aperta), sbalordire, sbigottire, sconcertarsi, strabiliare, (non com.) stupefarsi, stupirsi. ↓ meravigliarsi, sorprendersi. Fu proprio uno di quei rari casi in cui potei dire: “io ora trasècolo”, oltremodo con la giusta e opportuna accentazione. Ma quello in verità era soltanto l’inizio perché in seguito Mancuso è diventato, come sappiamo, un grande divulgatore della nuova scienza applicata alla conoscenza di quel che è la dimensione, l’essere pianta e albero ai nostri occhi contemporanei. Se non interpreto malamente nel corso delle stagioni lo stesso scienziato ha deposto l’utilizzo del termine “intelligenza”, facendosi più cauto e questo, a mio modestissimo parere, è stata “cosa buona e giusta”.


Ma di certo, lui come altri studiosi in Italia e in giro per il globo, hanno inaugurato un nuovo capitolo della visione che noi abbiamo delle piante, quantomeno dei limiti e delle potenzialità del loro comportamento. Soltanto una manciata di anni fa la maggior parte di noi avrebbe detto che gli alberi comunicano poco fra di loro, che concorrono soprattutto per conquistarsi le risorse, visione ancora diffusissima, e la luce, e l’acqua mentre ora sappiamo che i boschi sono reti articolate e che ogni albero instaura un rapporto speciale con le piante che lo circondano, quel che è stato acutamente ribattezzato wood wide web. Forse non è quel “paradiso socialista” che si tende a confezionare ma è di certo un organismo plurimo, una cooperativa diremmo, e non una società di individui spinti da un eccesso di darwinismo bio-sociale e finanziario. Per fare un esempio lo studio del DNA delle mie amatissime sequoie ha decretato che il loro è un DNA più complesso di quello umano, che sono capaci di strategie per noi impensabili.

Ora, chi gli alberi, i boschi li frequenta spesso, magari chi ci va a meditare, o chi si ispira camminandoci, pascolandoci il pensiero, nutrendone l’immaginazione, “sente” – nel senso più elastico di intendere, pensare, edificare, razionalizzare – gli alberi anzitutto come qualcosa di ben diverso da un essere de-celebrato che si limita a succhiare acqua e minerali dalla terra e a perdere le foglie con l’inoltrarsi dell’autunno. Gli eremiti di ogni parte di mondo e epoca hanno sempre “sentito” la vastità che i boschi, le foreste, i grandi e annosi alberi secolari o millenari custodiscono, nel loro ingannare il tempo di anno in anno, di cerchio in cerchio. Intelligenza? Forse. Sentimento? Forse. Percezione del mondo e del cosmo? Forse. Noi ci appoggiamo ad una quercia o ad un castagno di mezzo millennio e ci sentiamo connessi con l’universo, il silenzio apparentemente congelato che abita l’albero è uguale, appartiene alla stessa natura del respiro che governa gli ammassi di stelle. E quanti di noi, sinceramente, si sono scoperti a ipotizzare che dentro un albero potessero addirittura trovare radice, dimora le anime dei morti, le anime dei nostri cari scomparsi, il padre che resiste soltanto nella nostra nostalgia? Potrei qui dilungarmi sulle credenze religiose o sulle opere letterarie e poetiche che ne hanno calcato il segno, ma non è questa l’occasione.

Le nuove scoperte ci consentono di capire, una volta di più, che i doni, le potenzialità che noi come umani abbiamo grazie a quel miracolo di calcolo e astrazione e memoria che è il cervello, connesso ai sensi che vivificano i nostri corpi, non nascono dal nulla, non evolvono come lettere inedite nel vasto disegno della creazione continua e inesausta; al contrario esistono attitudini, potenzialità e azioni già presenti nel mondo dei viventi che precedono le funzioni della “macchina uomo”. Per cui oggi “non trasècolo più” quando si parla d’intelligenza delle piante, e non mi sorprende affatto sapere che anche un fagiolo o un pisello, innocue e minime piantucole che ritrovo nel pezzo d’orto che ogni anno vango e coltivo e mi fa sudare così tanto, sono, a loro modo, un ingegnere, un geometra, un buon matematico che fa della perizia e della precisione arte e strumento di sopravvivenza. E li ringrazio perché il frutto dello loro studio è assai gradito e saporito.

 

Tiziano Fratus vive in una casa davanti a un bosco. E' autore di molti libri e medita. Per Green&Blue cura la rubrica  Con occhi di selva


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