Prati e pascoli rilasceranno più gas serra di quanti riescano a immagazzinare

Uno studio austriaco confronta i terreni vergini con quelli usati per gli allevamenti intensivi fra 1750 e 2012: da bacini di stoccaggio i secondi si stanno trasformando in fonte di emissioni
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Prati e pascoli ricoprono circa un terzo della superficie globale della Terra. E sono fondamentali serbatoi dell’anidride carbonica presente nei terreni: ne immagazzinano circa un quarto. Queste distese di pascoli non sono solo l’habitat di alcune specie di grandi e affascinanti animali, dai bisonti ai cervi a seconda delle latitudini, ma anche il palcoscenico di allevamenti sempre più intensivi che rischiano di compromettere questo equilibrio, in particolare il ciclo dell’azoto che sovrintende la produttività di questi ecosistemi, incidendo infine sulla capacità di stoccaggio del carbonio nel suolo da cui dipende la capacità di cattura dell’anidride carbonica dall’atmosfera.

In altre parole, le praterie del pianeta sono un cruciale magazzino di carbonio, perfino più efficienti degli alberi in questo tipo di lavoro e scambio con l’atmosfera. Tuttavia, spiega uno studio appena pubblicato su Nature Communications, gli allevamenti e l’uso di fertilizzanti stanno per ribaltare questo equilibrio. Prati e pascoli, per quanto resilienti ai cambiamenti climatici e in grado nel tempo di immagazzinare sempre più carbonio, metano e ossido di diazoto (che ha un potenziale di riscaldamento su cento anni 310 volte più impattante dell'anidride carbonica per unità di massa) stanno infatti rilasciando quantità di gas serra più elevate di quante riescano a stoccarne dall’atmosfera.

Quegli ecosistemi vengono convertiti a ritmi insostenibili in pascoli destinati all’allevamento del bestiame per l’industria alimentare, delle uova e del latte. Il problema è che il ciclo digestivo dei capi allevati produce enormi quantità di metano e gli escrementi dei bovini, in particolare, rilasciano appunto ossido di diazoto, un gas di cui si parla meno ma che, appunto, è altrettanto insidioso per il riscaldamento globale. Secondo l’Environmental Protection Agency statunitense il 40% delle emissioni di ossido nitroso, altro nome con cui è noto, proviene infatti da attività umane e, in particolare, dal settore agricolo. In più l’introduzione di fertilizzanti a base di azoto ha contribuito a questo lento ma inesorabile sbilanciamento.

D’altronde secondo la Fao gli allevamenti sono responsabili del 14,5% delle emissioni di gas serra (basti pensare che l’intero comparto dell’aviazione si muove intorno al 2/2,5% del totale). L’allevamento di bovini e di altre specie di bestiame – oltre allo stesso innalzamento delle temperature, specie in quei terreni più ricchi di carbonio come quelli composti da torba, ma anche pascoli e prati, che contribuisce alla decomposizione e mineralizzazione della materia organica nel suolo, riducendo il contenuto di carbonio organico - degrada gli equilibri del suolo, causandone l’impoverimento, l’erosione e di conseguenza la capacità di funzionare, com’è stato finora, da formidabile bacino di stoccaggio a pericolosa fonte di emissioni.

In questa nuova indagine i ricercatori di base all’International Institute for Applied Systems Analysis di Laxenburg, vicino Vienna, hanno quantificato per la prima volta questo impatto confrontando i terreni rimasti del tutto o relativamente vergini, o almeno non coinvolti dagli allevamenti, con quelli utilizzati in modo intensivo per ospitare e nutrire il bestiame. Lo hanno fatto con l’aiuto della tecnologia, creando un modello delle praterie globali pescando informazioni da indagini passate e dandole in pasto a un sistema computerizzato climatico noto come “Orchidee”, Organizing Carbon and Hydrology in Dynamic Ecosystems. Si tratta di uno dei modelli di ecosistema terrestre che simulano diversi elementi come lo scambio di calore, moto, acqua, carbonio e altri elementi tra suolo, vegetazione, alberi e atmosfera circostante.

“Questo modello è uno dei primi a simulare i dettagli regionali dell’uso dei terreni e del loro cambiamento e impoverimento dal sovraccarico di bestiame” ha spiegato Jinfeng Chang, docente di sistemi agricoli alla Zhejiang University, in Cina, e già in forze al centro austriaco, nonché principale autore dell’indagine. I risultati? Nel 2012 prati e pascoli globali hanno prodotto 2,5 volte più metano e ossido di diazoto di quanto avessero generato prima che l’agricoltura industriale esplodesse nel corso della rivoluzione industriale a partire dal diciottesimo secolo, nello specifico dal 1750. Un incremento legato soprattutto “al numero dei capi di bestiame, quindi di letame e in alcune regioni all’uso di fertilizzanti ad azoto minerale” ha aggiunto lo scienziato. “Abbiamo anche analizzato gli effetti degli incendi, dell’erosione del suolo legata all’acqua oltre ai depositi atmosferici di azoto”.

Ad esempio, ai dati di otto anni fa, i terreni vergini o usati molto poco si dimostravano in grado di catturare quantità sufficienti di questi gas inquinanti e mantenere l’equilibrio rispetto alle emissioni. Gli altri invece vivevano (e vivono tuttora) una situazione assoluta di stress e le tendenze all’incremento dell’uso dei terreni per gli allevamenti “ci porta ad aspettarci che prati e pascoli su scala mondiale finiranno per accelerare il riscaldamento globale se non rimedieremo con politiche adeguate, per esempio in grado di favorire l’accumulo di carbonio nel suolo, bloccare la deforestazione destinata a fare spazio per il bestiame e sviluppare un sistema produttivo più intelligente”. Parola di Thomas Gasser, ricercatore dell’istituto austriaco e coautore dello studio. Se non ci muoveremo per tempo, e anzi siamo già in ritardo, questo potenziale di immagazzinamento di carbonio e di altre sostanze inquinanti verrà dunque sostanzialmente neutralizzato dagli allevamenti intensivi. Al contrario, se riportati in condizioni ottimali, quei terrei possono sequestrare circa tre gigatonnellate di gas serra all’anno, un bel contributo rispetto alle emissioni globali in tutto il mondo.