Clima, inquinamento, deforestazione: la fauna selvatica si ammala. E rischiamo anche noi

In Argentina i ricercatori studiano i lama per sviluppare un vaccino contro il Sars-CoV-2 (Getty Images) 
Nuovi studi confermano: fra gli animali selvatici aumentano i casi di patologie correlate all'impatto umano sull'habitat. Con il rischio di ''salti di specie'' che potrebbero compromettere anche la nostra salute. Il Covid-19 è l’ultimo esempio devastante
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La Terra è malata. Lo sappiamo da anni. Quello che non sappiamo è quale livello abbia raggiunto il suo malessere. I segnali ci sono. Basta guardarsi in giro, vedere e assistere alle reazioni di una natura che si ribella al riscaldamento globale, agli uragani che si abbattono con furia devastando cose e uomini; al disboscamento selvaggio che provoca gli incendi; alle piogge battenti che sommergono interi territori lasciando sul lastrico che sulla terra ci lavora e ci campa, costringendo a esodi intere popolazioni.

Adesso, c’è un elemento in più. Nuovo. Che spinge gli esperti e gli scienziati a redigere un rapporto allarmante: ci sono sempre più specie di animali selvatici che hanno contratto strane forme di infezione. Micosi, funghi, escoriazioni cutanee e del pelo. Sono aggredite da nuovi virus. Il rischio è che lo possano trasmettere ai loro fratelli e sorelle domestiche e da questi ai noi umani. Un “salto di specie”, quello che si chiama zoonosi e che i virologi, ma non solo loro, considerano il veicolo con cui i misteriosi microrganismi ci aggrediscono per nutrirsi, sopravvivere e espandersi. Il Covid-19 è l’ultimo esempio devastante. La malattia del Pianeta sembra aver raggiunto anche la vita silvestre. Marcela Uhart, direttrice del Programma Latinoamericano del One Health Institute, dell’università della California Davis, autrice del rapporto internazionale UINC (qui il .pdf), spiega al Pais: “La fauna selvatica è sempre più aggredita a seconda dell’attività umana. Uno dei rischi più importanti è l’assenza di programmi specifici e dedicati a questa parte importante della vita sulla Terra”.


La tendenza è in aumento a livello mondiale. Ci sono i vombati autraliani, le volpi rosse europee, le capre iberiche. Solo per indicare alcune specie. Denunciano infezioni mai osservate prima. L’attività dell’uomo nelle foreste, il fatto che si addentri sempre di più nel cuore delle distese verdi, strappando alberi, scavando terra e sollevando montagne di legno, significa rimuovere sedimenti che giacciono protetti da secoli. Gli animali selvatici fuggono dal loro habitat, raggiungono le zone abitate, contagiano i loro simili molto più deboli, li trasformano in veicoli che poi infettano anche l’uomo. La stessa cosa accade con l’aumento della temperatura e lo scioglimento dei ghiacci. Non solo ai Poli ma sulle vette che spiccano a 4 mila metri. Sotto lo strato si nascondono milioni di batteri e virus che dormono tranquilli da milioni di anni. L’acqua che scende a valle trascina il terriccio e le rocce che li conservano. Finiscono a valle, si mischiano con le falde potabili, raggiungono gli animali selvatici e da questi quelli domestici. Infine, l’uomo. Il tema è spesso sollevato dagli scienziati. Ma con l’arrivo del coronavirus e lo squilibrio ambientale che si è creato forse in modo irreversibile, si tratteggiano scenari quasi apocalittici. Sarebbe sbagliato lanciare allarmi infondati. Ma lo sarebbe altrettanto se facessimo finta di niente per poi sorprenderci quando accade quello che si era previsto.

Nel caso del Sudamerica, dove si concentra il rapporto di One Health Institute, si afferma che negli ultimi quindici anni sono aumentati i casi di mammiferi selvatici in Cile che perdono in modo anomalo il loro pelo: è il classico sintomo della scabbia. Le principali vittime sono le volpi, il lama guanaco e la vigogna. La malattia si è estesa ad altri animali domestici che sono entrati in contatto con i loro simili e da questi hanno finito per portarla nelle comunità dove vivono. Non ci sono certezze che la scabbia riscontrata su cani e gatti sia stata contagiata dagli animali selvatici. Ma c’è più di un sospetto che in alcuni casi la diffusione del contagio sia dovuta al boom degli allevamenti dei lama.

Se estendiamo l’esempio della scabbia ai tanti virus e patogeni liberati dalle foreste, ecco giustificato l’allarme che lanciano gli esperti. L’unica misura da adottare è agire in quattro direzioni, osserva il rapporto: diagnosi e indagini; elaborazione di rapporti; pianificazioni per la prevenzione e la risposta; studio di nuove strategie per sostegno alla salute e prevenzione delle malattie. “C’è una stretta dipendenza e correlazione”, spiega ancora Marcela Uhart, “tra la salute degli umani, degli animali e dell’ecosistema. Se uno di questi si ammala, si ammalano anche gli altri”.

Più di una volta, in questo anno di pandemia, si è accennato al fatto che sul Pianeta si siano liberati migliaia di virus sconosciuti. Molti sono innocui e si possono contrastare grazie ai farmaci scoperti negli ultimi decenni. Altri sono in grado di colpire la razza umana che è totalmente impreparata. E’ il prezzo del progresso, si obietta. In realtà è lo scotto di un trauma ambientale che noi per primi abbiamo provocato.