CON OCCHI DI SELVA

Mettersi in cammino in un bosco invernale

In cammino fra alberi, boschi, sentieri e libri
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Che fatica riconquistarsi il bosco in questo nuovo inverno! Ci sono autunni che si allungano fino al Natale e quasi non ti fanno accorgere del cambio di stagione. Ma questo non è il caso, già a novembre il freddo e la neve hanno iniziato a segnare il paesaggio. Ed è allenandoci al fiato più corto che il Covid19 ci sta rintanando innanzitutto qui dentro: nella nostra testa, nei nostri cuori. La diffidenza fra uomo e uomo cresce concretamente, e mentre la vita vera è surrogata nelle bolle sociali che la tecnologia ci consentono, l’apertura, l’interesse – umano, culturale, ideale – in quel che esula dalla nostra percezione quotidiana precipita oltre i margini di tutto quel che può appartenere alla nostra esistenza.

Dei mondi poveri e ridotti a fatica di cui parlavano mio nonno e mio padre ho solo qualche frammento di racconto, non è stato il mondo che ho attraversato e nel quale sono cresciuto, nonostante l’opulenza, la boria e la saccenterìa – una parola talmente desueta che debbo consultare la Treccani prima di scriverla – di coloro che appartengono alle classi privilegiate non mi siano ovviamente toccate in sorte. Ma nei primi anni Ottanta, ahimè oramai già quattro decadi orsono, quando ancora vivevo nella pianura bergamasca e mi aggiravo sulle mie gambette di bambino, il mondo era enormemente più aperto e le persone enormemente più disponibili, rispetto a quanto non siano oggi luoghi, comunità, individui. Le ragioni saranno molte ma a quel tempo se incontravi qualcuno dovevi salutare, e loro, più o meno, a secondo del carattere o dell’età, rispondevano. Oggi quando si incrocia qualcuno è come stare in mezzo alla città, ci si ignora. Anche sui sentieri di montagna, in certi giorni, è diventato così. E così non di rado accade anche nei boschi, purtroppo.


Temo che tutto questo avere paura del contagio abbia scavato solchi e innalzato pareti che ci vorranno anni prima di abbattere, di consumare, di levarsi di torno. Non tutto insieme, alle spalle abbiamo un ventennio di nuovi timori, di attacchi alle torre gemelle, di attentati nei mercati delle capitali europee. I primi tempi che prendevo il treno, a giugno di quest’anno, vedevo le persone chiuse, “armate fino ai denti”, nel proprio spazio circoscritto, e mi dicevo: eccoli lì, finalmente c’è una scusa per ignorarsi totalmente. Si possono anche fare quattro ore di treno di fronte ad una persona con la quale non ci si scambierà nemmeno una parola. Sia chiaro, di certo l’Homo Radix che risiede in me non è un amante delle lunghe conversazioni sul nulla, il tempo, il clima, l’aria che tira, o il calcio. Basterebbe molto meno. Ma quelle visioni futuristiche e distopiche alla Blade Runner, individui e città piovose, eternamente notturne, tutti prese dai video nei loro caschetti, è già la realtà che ci circonda.


Ogni tanto mi chiedo perché il bosco sia tornato a essere così importante nella mia vita. Ho provato più volte ad imbastire una spiegazione. Una risposta valida l’ha scritta l’eremita Adriana Zarri, già citata in questa rubrica poche settimane fa. Nel suo saggio Teologia del quotidiano (Einaudi) leggiamo: «Ma tra natura e grazia, tra valori assoluti e temporali c’è una zona intermedia di doni perduti e da riconquistare che risponde alla posizione mediatrice dell’artista e del mistico. Questo ordine, chiamato dai teologi preternaturale, comprende soprattutto l’esenzione dalla concupiscenza e dal dolore e contempla quell’armonia perfetta che inclina l’uomo spontaneamente al bene appagandolo completamente in esso.» Ecco, esenzione dalla concupiscenza – quel desiderio vasto che abbiamo di ottenere tutto, prima o poi – ed esenzione dal dolore che ovviamente ci spaventa, e non è soltanto il dolore fisico, è anche il dolore emotivo, il dolore spirituale, il dolore esistenziale – esiste un dolore intellettuale? Viviamo e apparteniamo sia al mondo della natura quanto al mondo della grazia, a tutto ciò che è al mondo ed esiste indipendentemente da noi, e a quel che invece è scelto, espresso, motivato, agito, magari anche determinato o comunque condizionato dall’istinto. Riconquistare il bosco corrisponde a riconquistare quei doni perduti di cui scrive la Zarri? Chi di noi si abbandona all’abbraccio dei nostri boschi e delle foreste, è questo che cerca? Con buona pace di tutti i poeti, scienziati, divulgatori e intellettuali che contestano l’eventuale “bontà” della natura, proponendo l’unica visione di una natura cannibale – il leone che divora la gazzella, il pesce grande che mangia il pesce piccolo – la selva che possiamo incontrare e riconquistare è anche altro. Certo, non bisogna dimenticare il lupo che abbiamo dentro, è una parte di noi, noi siamo inventori di lupi, fabbricanti di lupi, la nostra storia ne è tutta una dimostrazione; però c’è molto altro, ed è qui che gli esseri coesistenti e la dimensione del bosco possono educarci, perché non è vero che là fuori pulsi solo disarmonia, il desiderio inconscio di macellazione universale; esiste anche una fraternità, una ricerca di armonia, di collaborazione, di ordine, di mutuo sostegno. Fare esperienza significa questo: imparare, apprendere, ampliare le possibilità. Non chiudere, non serrarsi, non contabilizzare e negare o irrigidire. Legittimo, d’altronde ciascun individuo si sceglie il proprio sentiero, ma è troppo facile ridurre a poco, a una scelta obbligata, e quindi pensarsi solo e soltanto in un modo.
 

Esercitare i nostri occhi di selva vuol dire questo: abbandonarci all’esperienza che apre e spalanca, e non diventare ulteriori guardiani di una fede univoca. Ciascuno nella propria natura. Riconquistare il bosco è un modo anche etico per ricominciare da zero, per dimenticare tutto questo egocentrismo ed egoismo e superbia che la paura dell’esterno irrobustisce; appena possibile usciamo dalle case, anche se fuori fa freddo e piove o nevica. Concediamoci una bella scarpinata nel bosco per dimenticare e rinascere, poco a poco. Cerchiamo di guadagnarci quei doni perduti – verità, meditazioni, contemplazioni – che non devono per forza essere soltanto raggiunti o indicati dai mistici e dagli artisti, come suggeriva la Zarri. Credo che il bosco sia una Granmadre in attesa di chiunque abbia occhi e abbia la volontà di sentire, e di ascoltare. Di vivere.
 

Con occhi di selva
 

Tiziano Fratus vive in una casa davanti a un bosco. E' autore di molti libri e medita.
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