Quarant'anni di isole pedonali

Ciafani (Legambiente): "La mobilità del futuro? A piedi, in bici, con mezzi elettrici. Purché si recuperi il ritardo"

Firenze (Getty Images) 
"Molti sindaci non hanno avuto il coraggio di pedonalizzare quanto avrebbero potuto le loro città. Hanno troppo spesso avuto paura di perdere il consenso dei commercianti". Il colloquio con il presidente dell'associazione ambientalista
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"Bisogna moltiplicare le aree pedonali, favorire l'uso di mezzi elettrici, dalle bici, alle auto, ai monopattini, allestire un sistema di trasporto pubblico più efficiente e sostenibile, anche questo elettrico o alimentato con biocombustibili rinnovabili. E' questa la mobilità a cui si deve puntare nelle città italiane nei prossimi dieci anni". Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, festeggia i quarant'anni della prima isola pedonale italiana guardando al futuro.

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente (Facebook) 

L'Italia è sulla buona strada?
"In realtà abbiamo accumulato un grande ritardo. Molti sindaci non hanno avuto il coraggio di pedonalizzare quanto avrebbero potuto le loro città. Hanno troppo spesso avuto paura di perdere il consenso dei commercianti. Mentre se si va a parlare con chi ha potuto sperimentare la chiusura al traffico dei centri storici, penso a Firenze, si scopre che i proprietari dei negozi farebbero barricate piuttosto che tornare indietro".

E allora perché si fa così tanta fatica?
"Perché c'è un retaggio culturale difficile da rimuovere. Però negli ultimi anni è successo qualcosa che potrebbe accelerare il processo. All'inizio la pedonalizzazione era un obiettivo che aveva a che fare con la tutela dell'ambiente e dei beni culturali e le associazioni come la nostra intercettavano una fetta relativamente piccola di popolazione interessata a questa battaglia. Oggi ridurre il numero di auto ha a che fare anche con la salute e la vivibilità della città: argomenti che ormai stanno a cuore di gran parte dell'opinione pubblica, anche di chi non è interessato all'ambiente. Il problema resta chi governa le aree urbane, che è ancora ostaggio di vecchi modi di pensare".

Questo ritardo culturale riguarda tutto il Paese?
"Ci sono città più lungimiranti. Un caso è certamente Milano, dove le diverse amministrazioni hanno perseguito l'obiettivo della riduzione del traffico privato indipendentemente dal colore politico, a cominciare dalla giunta Moratti che introdusse la zona C. Nella maggior parte delle nostre città, però, la transizione verso una mobilità sostenibile è ancora troppo lenta".

Una accelerazione potrebbe arriva grazie alla pandemia.
"Già, ed è un paradosso. Nella scorsa legislatura ci siamo battuti senza successo per ottenere in Parlamento modifiche al codice della strada che favorissero mezzi di trasporto più sostenibili. Ora le 'corsie ciclabilì sono diventate realtà in una situazione di emergenza".

I soldi del Recovery Plan europeo potrebbero essere il punto di svolta?
"Me lo auguro, ma dai documenti che circolano emerge il solito approccio italiano in fatto di trasporti: si privilegiano i collegamenti tra città rispetto a quelli urbani. Intendiamoci, è sacrosanto realizzare ferrovie nel Centro-Sud per non avere un Paese a due velocità, ma è necessario anche destinare risorse alla mobilità sostenibile nelle grandi città. Tornando all'esempio di Firenze, la pedonalizzazione del suo centro storico sarebbe stata impossibile senza realizzare la tramvia, che pure scatenò polemiche. Per questo è importante spendere tutti e bene i fondi europei".

Insomma come ci muoveremo in città tra dieci anni?
"A piedi, in bici, con mezzi elettrici. A patto di recuperare i ritardi, per esempio nella diffusione delle colonnine di ricarica. E' oggi che si decide la mobilità di domani e da parte di chi governa occorre una visione che però, a parte Milano, non ci sembra di cogliere in nessun amministratore".