L'intervista

Gretchen Daily: "Vi spiego come si calcola il valore della natura"

Le foreste aiutano a sottrarre CO2 all’atmosfera e proteggono le città da alluvioni e tsunami, i bacini idrici dissetano le città, le riserve naturali attraggono i turisti. Bisogna essere consapevoli di ciò che gli ecosistemi offrono all'uomo. Così la vincitrice del Tyler Prize per l'Ambiente, ha elaborato un sistema per tradurre in valore il capitale naturale. Vediamo come funziona
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Per proteggere in modo efficace la natura, bisogna essere consapevoli del valore dei servizi naturali che gli ecosistemi offrono all’uomo: le foreste aiutano a sottrarre CO2 all’atmosfera e proteggono le città da alluvioni e tsunami, i bacini idrici dissetano le città, le riserve naturali attraggono i turisti, e così via. Troppo spesso si ignora il valore della natura, e per questo negli anni è cresciuta l’importanza degli studi di Gretchen Daily, considerata tra le 50 donne più importanti nella scienza. Daily è docente di scienze ambientali al dipartimento di biologia dell’Università di Stanford, e ha elaborato un sistema per calcolare il valore degli ecosistemi. Ragione per cui è stata insignita quest’anno del Tyler Prize for Environmental Achievement, uno dei più prestigiosi riconoscimenti ecologici.
 

Perché è importante conoscere il valore degli ecosistemi?
Perché stiamo vivendo un momento cruciale. Per la maggior parte della storia umana non abbiamo avuto davvero bisogno di capire quanto profondamente fossimo connessi alla natura, perché la natura era così abbondante e l’impatto umano sul pianeta era così ridotto. Ma oggi, in un mondo che sovrappopoliamo, la nostra connessione alla natura è più evidente: dal nostro bisogno di acqua potabile, alla necessità di sicurezza alimentare che dipende anche dai tanti piccoli insetti che impollinano le nostre colture più nutrienti, alla necessità di proteggerci dall’innalzamento del livello del mare dovuto al riscaldamento climatico. Questo è un momento storico nel quale diventa fondamentale riconoscere la totale dipendenza del nostro benessere dalla natura. Potremmo dire che la natura è infinitamente preziosa perché non abbiamo un altro pianeta per vivere, ma questa risposta non sarebbe abbastanza informativa per chi deve prendere decisioni. Quello che dobbiamo sapere è cosa proteggere, dove proteggerlo, e come armonizzare la protezione della natura con la sussistenza economica delle comunità umane. Per questo abbiamo bisogno di un modo scientifico per valutare i servizi che la natura ci offre. Così che questa conoscenza possa ispirare le migliori politiche ecologiche.
 
Può farci qualche esempio dell’utilità di riconoscere il valore degli ecosistemi?
Il primo Paese a chiedere ai biologi e agli ecologi di stimare il suo capitale naturale è stato il Costarica. Aveva il più alto tasso di deforestazione annua mai registrato sul pianeta. Però la stima del suo capitale naturale ha fatto riconoscere quanto fossero importanti le foreste pluviali non solo per ottenerne legno, ma per limitare le alluvioni, per produrre energia idroelettrica, per mantenere le risorse di acqua potabile, per stabilizzare il clima. E perfino per garantire la fornitura di caffè. Il caffè che tutti amiamo dipende da miriadi di piccole api che, ogni anno, per una settimana, escono dalle foreste dove vivono e vanno a impollinare i campi del Costarica. Tenere conto di tutti questi aspetti e della loro importanza per il benessere ha portato il governo a sviluppare un sistema che retribuisce gli agricoltori per salvaguardare e ripristinare le foreste, invece di abbatterle per ricavarne terra arabile. Questo programma è stato un successo, ed è stato replicato in altri Paesi. Oggi nel mondo circa 40 miliardi di dollari ogni anno vengono investiti in oltre 550 programmi di salvaguardia ambientale etichettati come “Pes” (payment for ecosystem services). Un esempio ancora più chiaro riguarda New York…
 

Qual era il problema ambientale di New York che è stato risolto grazie al vostro approccio?
La qualità dell’acqua potabile, nella Grande Mela, negli anni ’80 era diventata pessima, c’era la minaccia di protozoi nocivi come quelli dei generi Giardia e Cryptosporidium. Il 90% di quell’acqua proveniva dalle montagne Catskill, che si trovano circa 100 miglia a nord della metropoli. Lì si praticava silvicoltura e altre attività agricole, c’erano allevamenti di bovini e una forte attività casearia. Inoltre nei primi anni ’90 c’è stato un boom edile perché molti hanno scelto di andare ad abitare lì per godere della natura. Tutte queste attività, con i relativi scarichi, riducevano la qualità dell’acqua. Seguendo l’approccio del calcolo del capitale naturale, l’amministrazione di New York ha capito che costruire un impianto di purifica e filtrazione dell’acqua sarebbe costato da 6 a 8 miliardi di dollari. Con un costo annuale di 400 milioni di dollari solo per tenere attivo l’impianto. Mentre invece pagare gli abitanti delle Catskill perché riducessero l’inquinamento e salvaguardassero l’acqua sarebbe costato solo 1,5 miliardi di dollari. Così a New York si è scelto questo secondo approccio. Che è stato replicato in circa 50 città in America Latina, è oggi adottato in molte città asiatiche e sta iniziando ad essere applicato anche in Africa. Abbiamo stimato che nel mondo circa il 25% delle maggiori città ottiene l’acqua da bacini idrici in una situazione analoga a quella di New York.
 
Questa logica di compensare le persone del luogo perché abbiano cura di risorse naturali è la stessa che viene usata anche con le comunità che vivono nei pressi delle riserve naturali, ad esempio in Africa, perché tutelino gli animali invece di cacciarli?
Proprio così. L’idea di fondo è rendere profittevole, e quindi attraente per le comunità locali, la protezione della natura. L’esempio più impressionante è quello della Cina. Come si sa, la Cina ha perseguito per diversi anni la crescita ad ogni costo del proprio PIL, e questo ha avuto effetti molto pesanti sull’ambiente. Nel 1997 la Cina è stata colpita dalla prima grande siccità. E nel 1998 ci sono stati inondazioni quasi bibliche, dovute alle deforestazioni selvagge intorno ai grandi fiumi, che hanno causato danni di almeno 35 miliardi di dollari alle infrastrutture. Il governo a quel punto ha reagito, dando retta ai suoi consulenti scientifici. Si è vietato da un giorno all’altro il taglio di alberi nella provincia dell’Hunan. E si è lanciato il programma “Pes” più grande del mondo, che ha coinvolto 120 milioni di famiglie. Che sono state incentivate economicamente a smettere le attività agricole sui pendii, dove è molto più preziosa la presenza di alberi che assorbano le forti piogge della stagione dei monsoni. Si è poi dato il via a un piano di riforestazione che ha ottenuto il più alto tasso di riforestazione mai visto nella storia. Con delle imperfezioni – ad esempio in molte aree si sono usati alberi diversi da quelli nativi – ma con un buon risultato complessivo. Sempre per salvaguardare i servizi naturali si sono ricompensati gli allevatori di capre cashmere sulle montagne perché limitino il pascolo e permettano ai prati di ripristinarsi invece di diventare suoli aridi: si è visto che questo riduce la quantità di sabbia e polvere che arriva col vento in alcune delle città a Nord Est della Cina. E questo sforzo di rivegetazione, insieme alla riforestazione nelle vallate, contribuisce a sottrarre CO2 all’atmosfera.