Natura

Il lato oscuro delle foreste d'Italia: così il clima ha cambiato il paesaggio

Negli ultimi cinque anni il verde in Italia ha colonizzato più di trecentomila nuovi ettari. Fondamentale per habitat e stoccaggio di CO2 ma protetto solo per il 18% della superficie forestale
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Le foreste in Italia crescono ormai da quasi un secolo ma la salute non è più quella di una volta. Peggiora la qualità dell’ambiente, gli alberi sono più vulnerabili al riscaldamento globale e ai parassiti. Anche la geografia della natura è cambiata così come il paesaggio. Specie di piante un tempo maggioritarie nei nostri boschi come la farnia nella pianura padana o il pino silvestre sulle Alpi cedono il passo a quelle che si adattano meglio all’evoluzione del clima. Negli ultimi cinque anni il verde in Italia ha colonizzato più di trecentomila nuovi ettari. Oggi quasi il 40% del territorio nazionale è coperto da chiome o da macchia mediterranea secondo i primi dati dell’Inventario forestale nazionale che sarà presentato a fine anno. Ma è un dato che può ingannare perché spesso la consistenza mostra solo una parte del fenomeno.

Il lato oscuro delle foreste in Italia, e in generale nell’Europa continentale, è dovuto dall’aumento della stagione vegetativa e dei periodi di siccità prolungata, cambiamenti climatici che ne alterano l’orologio biologico esponendo gli alberi all’azione, per esempio, di insetti mortali. Come dimostrano il declino delle pinete costiere della Toscana decimate dalla cocciniglia corticicola o la crisi nazionale del castagno provocata dall’attacco di un insetto di origine asiatica.

"Le precipitazioni sempre più irregolari e l’innalzamento delle temperature medie modificano anche lo stato e la composizione delle superfici forestali. Nei boschi relitti della Pianura padana, per esempio, si è ridotta la concentrazione della farnia, la quercia simbolo di questo habitat planiziale, mentre sta diventando ormai dominante il cerro, una specie che ha meno esigenze idriche e maggiore adattabilità alle variabili ambientali" spiega il Generale Davide De Laurentis, vice comandate delle Unità forestali, ambientali e agroalimentari dei Carabinieri che cura il censimento e la tutela dei boschi italiani. Un fenomeno analogo accade in Piemonte e Val d’Aosta dove si dirada il pino silvestre, una specie presente soprattutto nelle zone umide, a favore dal leccio, un albero che cresce in habitat mediterraneo e che finora in quelle zone non si era mai visto.

 

I nostri boschi sempre più vulnerabili



Secondo un recente rapporto sullo stato di salute delle foreste italiane negli ultimi 20 anni pubblicato all’interno del progetto europeo Life Smart4Action, oltre alle pressioni climatiche hanno un peso specifico anche lo smog e gli inquinanti derivati dalle attività agricole. Le concentrazioni fuori controllo di biossido di carbonio e di azoto indeboliscono l’ossatura dei boschi che si scoprono poi disarmati di fronte ad eventi estremi. Senza rievocare il disastro della tempesta Vaia, è sufficiente dire che per due anni di fila, nel 2016 e nel 2017, il faggio, albero presente in tutta Italia, ha perso il 60% in più delle foglie a causa delle gelate tardive in primavera.

"Le foreste sono una risorsa insostituibile in termini di materie prime rinnovabili e per una serie di servizi ecosistemici come la tutela idrogeologica, la purificazione dell’acqua e dell’aria fino alla conservazione della biodiversità. -, aggiunge De Laurentis - Una funzione sempre più importante è il sequestro e lo stoccaggio dei gas serra che gli alberi accumulano naturalmente sottraendoli all’atmosfera". La quantità di anidride carbonica catturata nelle foreste italiane si aggira su 1,24 miliardi di tonnellate, ovvero in media a 141,7 tonnellate per ettaro in base all’ultimo aggiornamento del Rapporto annuale sulle Foreste (RAF), uno studio periodico coordinato dal ministero dell’Agricoltura.

"Solo il 18% della superficie forestale in Italia è regolata con piani di gestione sostenibile che ne potrebbero migliorare il rinnovamento. – spiega Raoul Romano, ricercatore del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria) e curatore del RAF – In Calabria, Basilicata, Sardegna e altre parti d’Italia ci sono aree di rimboschimento che hanno superato il secolo di età e sono al collasso. Oltre all’incuria, queste foreste sono deboli perché monospecifiche con presenza esclusiva di alberi non autoctoni come il pino nero o l’eucalipto. Oggi ci sono progetti di recupero che, al contrario, favoriscono la rinaturalizzazione del bosco agevolando specie endemiche come il faggio e l’ontano>>.