Il tesoro nascosto nelle alghe

La spiaggia di Fuerte San Gil a Santo Domingo, Repubblica Dominicana (ansa)
Per pulire gli oceani ci sono soluzioni che permettono anche di trarre profitti: una è quella di creare zone "free". E il grande alleato finanziario sono le alghe: più pesce,  più ricchezza
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E' trascorso un decennio da quando i politici, attraverso la diffusione di immagini penose che ritraevano balene e tartarughe, sono venuti a conoscenza della gravità della situazione sulla plastica. Eppure, da allora, nessuno ha ancora messo in atto una soluzione della portata adeguata. Il motivo è semplice: sino a quando i costi sono elevati e il risultato finale (un oceano pulito) incerto e remoto, è improbabile che qualcuno decida di investire del denaro, se non quanto basta a farsi un po’ di pubblicità.

Una nuova filosofia di gestione dei problemi dovrebbe distoglierci dal tentativo di individuare nuove tecnologie (e questa è la prima novità) e indurci piuttosto a trovare una soluzione che oltre a risolvere il problema della plastiche risolva anche altre questioni. La nuova filosofia deve generare un approccio capace di creare valore e generare guadagni. E questa è la seconda novità.

Il mondo deriva la propria intelligenza dall’inter-ligare, ovvero dalla capacità di scorgere dei nessi non ovvi e metterli in rapporto tra di loro. Un imprenditore, mosso dal fiuto per gli affari o dalla volontà di contribuire al bene comune, riesce a vedere delle opportunità che solo chi è capace di lasciarsi alle spalle ciò che è ovvio e scontato è in grado di cogliere.

Quando gli scienziati hanno intuito che le alghe, formando una sorta di cortina, possono bloccare e assorbire le microplastiche, la loro ipotesi è stata subito messa alla prova. E quando gli esperimenti condotti in Sudafrica, Indonesia, Irlanda e Marocco hanno confermato i dati iniziali ci si è chiesti cosa si sarebbe dovuto fare, in un secondo tempo, delle migliaia di tonnellate di biomassa composta da alghe e densa di microplastiche.

La prima proposta, emersa con immediatezza, suggeriva di trasferire sia le alghe che le microplastiche in un fermentatore e generare del biogas. Il metano cosi prodotto sarebbe bastato, da solo, a finanziare la pulizia degli oceani. Ma lo smantellamento delle scorie risultanti da tale procedimento (una melma densa di microplastiche) avrebbe poi implicato costi ulteriori.

Tutte le plastiche contengono degli additivi occulti, come sostanze ignifughe, bloccanti UV e ammorbidenti – per citarne solo alcune. L’unico sistema in grado di distruggere questa miscela di plastiche e additivi è la pirolisi: un procedimento di combustione ad alta temperatura e in assenza di ossigeno, il cui costo è molto elevato. La pulizia degli oceani richiederebbe quindi di trovare altre fonti di guadagno, e altri vantaggi. Gli esperti concordano nel ritenere che la pulizia degli oceani da tutte le microplastiche richiederà decenni, se non secoli. Una soluzione intermedia potrebbe essere quella di creare delle zone microplastic free”.

I pescatori lamentano un calo nella domanda e nella disponibilità di pesce, molluschi e crostacei. La causa del problema è da ricercarsi principalmente nella presenza di microplastiche nel mare. Osservando la situazione da un’angolazione diversa, si potrebbe ipotizzare che se fosse possibile certificare che il pesce proveniente dalle zone protette è privo di microplastiche, questo potrebbe essere venduto a un prezzo maggiorato.

In questo modo la pulizia del mare, che è di interesse pubblico, potrebbe generare maggiori margini di guadagno e favorire al tempo stesso la sussistenza dei pescatori. Ma non è tutto: la diffusione di varietà endemiche di alghe contribuisce a rigenerare la biodiversità dei mari a livello locale. La presenza delle alghe permetterebbe quindi di incrementare le scorte di pesce e favorire al tempo stesso la biodiversità.

Ecco come una proposta di soluzione al problema della pulizia degli oceani offre delle argomentazioni sufficientemente solide per finanziare i costi irrecuperabili e gli investimenti necessari a garantire il processo di pirolisi, i cui costi operativi possono essere invece coperti dalla produzione di idrogeno e metano (due ottime fonti di energia pulita) che si ricavano da questo procedimento. Questa sommaria descrizione di un modello di business pensato per ripulire gli oceani dalle microplastiche dimostra in che modo è possibile progettare e implementare un’imprenditoria che abbia come obiettivo il Bene Comune.

Non possiamo semplicemente introdurre una nuova tecnologia, limitandoci a sperare per il meglio.  Il nuovo approccio permette di affrontare due grandi temi anziché uno solo, dal momento che oltre a ripulire gli oceani si genera energia pulita, che non produce emissioni di carbonio. In pochi sanno a quale velocità crescono le alghe! E così, più eliminiamo le microplastiche, più generiamo biogas, più favoriamo la biodiversità e più creiamo nuovi posti di lavoro. Per applicare una logica simile a tutti i grandi problemi che affliggono il mondo dovremmo preparare una nuova generazione di imprenditori. Ma questo credo che sia il migliore dei problemi che si possano avere.