Plastica, il super enzima nemico del Pet

Si chiama PETase e riduce drasticamente i tempi di scomposizione del materiale inquinante. Lo hanno sviluppato i ricercatori dell'università di Portsmouth e del National Renewable Energy Laboratory (NREL)
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La ricerca di una soluzione chimica per lo smaltimento della plastica non si ferma. A fare un passo in avanti di recente sono stati i ricercatori dell'università di Portsmouth e del National Renewable Energy Laboratory (Nrel) sviluppando un enzima potenziato in grado di ridurre drasticamente i tempi di scomposizione del materiale inquinante. Secondo quanto descritto nello studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences in base agli espertimenti condotti dagli esperti del Center for Enzyme Innovation (Cei), la miscela di enzimi chiamata PETase assimila la plastica con una velocità fino a sei volte superiore rispetto alle soluzioni esistenti. "Combinando PETase con un altro enzima - spiega John McGeehan, direttore del Cei dell'ateneo Portsmouth - potrebbe essere possibile accelerare la decomposizione della plastica. PETase scompone il polietilene tereftalato (PET) nei suoi elementi costitutivi, il che potrebbe consentire il riciclo continuo dei materiali".

Il team ha progettato l'enzima naturale PETase in laboratorio, allo scopo di aumentare la scomposizione della plastica del 20% ma, grazie a questa nuova ricerca, il gruppo di accademici è stato in grado di combinare l'enzima con il MHETase e dimezzare così le tempistiche di scomposizione. "Il PET - continua l'esperto - è il termoplastico più comune, utilizzato per produrre bottiglie per bevande monouso, vestiti e tappeti. La sua decomposizione in ambiente richiede centinaia di anni, ma la nostra soluzione potrebbe portare agli stessi risultati in pochi giorni".

Il super enzima, sostengono gli esperti, potrebbe aumentare l'attività del batterio in grado di decomporre la plastica di ulteriori tre volte. "I primi esperimenti hanno dimostrato l'efficacia della combinazione dei due enzimi - aggiunge Gregg Beckham, Senior research fellow presso il Nrel - per cui abbiamo provato a collegarmi fisicamente. E' stato necessario lavorare duramente, ma ne è valsa la pena. Siamo davvero soddisfatti di questi risultati e crediamo che sia possibile pensare a ulteriori miglioramenti".

I ricercatori sottolineano che questi studi potrebbero rappresentare un balzo in avanti verso la ricerca di una soluzione alle problematiche legate ai rifiuti di plastica. "Abbiamo usato la Diamond Light Source, nell'Oxfordshire - precisa McGeehan - un sincrotrone che utilizza intensi fasci di raggi X circa 10 miliardi di volte più luminosi del Sole, per agire come un microscopio abbastanza potente da vedere i singoli atomi. In questo modo abbiamo risolto la struttura 3D dell'enzima MHETasi e progettato un sistema enzimatico più veloce". Il lavoro combina approcci strutturali, computazionali, biochimici e bioinformatici per rivelare intuizioni molecolari sulla struttura e sul funzionamento dell'enzima.
L'attivista Andy Costa, "cycling ambassador" in Africa, mostra la laguna Ébrié, in Costa d'Avorio, invasa dalla plastica (reuters)

"Credo sia davvero stupefacente - commenta Rosie Graham, studentessa di dottorato Cei-Nrel di Portsmouth e coautrice dello studio - riuscire a partire da una semplice idea per poi realizzare un progetto. Questa collaborazione tra Regno Unito e Stati Uniti rappresenta una grande testimonianza del valore della condivisione. Speriamo che questa ricerca possa contribuire a risolvere parte del problema dell'inquinamento".