Messico, tre scheletri raccontano vita e sofferenze dei primi schiavi africani d’America

Il ritrovamento è avvenuto nella capitale nel 1992 durante i lavori per la metropolitana. Un'anomalia nei denti ha incuriosito i ricercatori: erano appuntiti artificialmente, pratica africana. L'analisi del Dna ha confermato la provenienza dal continente nel Sedicesimo secolo

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In Messico un team di studiosi ha esaminato tre scheletri ritrovati in una fossa comune e ha scoperto che si tratta di tre schiavi africani del XVI secolo, probabilmente tra i primi ad essere stati trasportati dagli europei in America dopo la scoperta del continente. Le informazioni ricavate dall’analisi delle ossa hanno reso possibile la ricostruzione della loro vita, aiutando a far luce sulla storia della schiavitù africana in America. Un passato fatto di sofferenze, malattie e violenze, che collega tre continenti e vede protagonisti i conquistadores spagnoli del Cinquecento.  

Le ricerche sono iniziate quando Rodrigo Barquera del tedesco "Max Planck Institute for the Science of Human History" ha notato qualcosa di anomalo sui denti di tre teschi che erano stato scoperti nel 1992 in una fossa comune a Città del Messico durante gli scavi per la nuova linea della metropolitana. I denti erano stati appuntiti artificialmente, pratica che li collegava ad alcune antiche tradizioni africane, e i resti umani erano stati ritrovati nei pressi dell’ospedale reale di San José de los Naturales, costruito nel 1530 per combattere le epidemie che stavano distruggendo la popolazione indigena.

Un team di studiosi ha quindi approfondito le indagini e ha condotto analisi osteologiche, genetiche e isotopiche. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Current Biology e hanno rivelato molte informazioni riguardo la prima generazione di schiavi africani trasportati in America. I tre uomini, tutti morti tra i 25 e i 35 anni, hanno vissuto in un periodo compreso tra il 1436 e il 1626, e hanno sofferto di traumi e malattie. Inoltre l’analisi del Dna conservato nei denti ha svelato che erano tutti nati in Africa, in particolare nella parte meridionale o occidentale del continente. Deformazioni ossee causate da carichi eccessivi e segni di malnutrizione, hanno confermato che si trattava di schiavi brutalizzati da un’esistenza ai limiti delle possibilità umane.

L’analisi del Dna ha evidenziato inoltre che questi individui soffrirono di malattie come l’Epatite B e la Framboesia. La scoperta non è di poco conto, poiché gli studiosi hanno trovato nei segni genetici di queste patologie delle somiglianze con i ceppi africani, fatto che testimonia come i primi schiavi fossero responsabili dell’introduzione di queste malattie in America. Mentre è risaputo che furono gli europei a portare nel Nuovo Mondo a bordo delle caravelle virus mortali per gli indigeni, poco si conosce sui patogeni che viaggiarono direttamente dall’Africa. Per uno strano gioco del destino, le stragi causate dalle nuove malattie decimarono la popolazione locale rendendo necessario l’importazione massiccia di schiavi africani.

Una storia, quella della tratta transatlantica degli schiavi, che iniziò nel 1518 quando Carlo I di Spagna autorizzò il trasporto dei primi africani nel Vicereame della Nuova Spagna, e che finì solamente dopo il 1860, con l’abolizione della schiavitù in gran parte dell’America. Oggi, tre di quei milioni di africani deportati con la forza dalle loro terre (tra i 10,6 e i 19,4 milioni secondo lo studio), possono raccontarsi, spiega alla Cnn il ricercatore Rodrigo Barquera: “Sapere che erano schiavi africani di prima generazione porta a una nuova prospettiva, perché sappiamo con certezza che sono stati rapiti e che hanno sofferto duramente nel corso della loro vita”.