Coronavirus, Elon Musk si schiera con Trump: "I lockdown sono fascisti"

Il capo di Tesla e SpaceX, prossimo a un maxibonus da centinaia di milioni di dollari, chiede di “liberare l’America” e si scaglia contro i provvedimenti che impongono alle persone di rimanere in casa

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Elon Musk 
MENTRE si avvicina al maxibonus da centinaia di milioni di dollari proprio durante la peggiore crisi economica della storia dalla Grande depressione, un enorme benefit legato alla capitalizzazione di Tesla in borsa da 100 miliardi di dollari, Elon Musk si schiera dalla parte di Donald Trump e in particolare dei governatori statunitensi che stanno già riaprendo i propri stati. È accaduto nei territori del Sud governati perlopiù dai repubblicani, dalla Georgia al Texas, che sono già passati alla Fase 2 anche sotto le pressioni di movimenti di protesta, e stanno per seguire alcuni del Nord-ovest semi-disabitato come Alaska, Montana e Idaho. Come sempre su Twitter, suo mezzo di elezione, il vulcanico imprenditore di SpaceX e delle auto elettriche ha prima esordito rilanciando un "Free America Now" (tutto in maiuscolo), che riecheggia le posizioni trumpiane. E poi è tornato sul punto con parole ancora più dure durante la presentazione dei risultati del primo trimestre dell’anno proprio di Tesla. Le riporta Cnbc nel dettaglio.
 

"L’allargamento degli obblighi di rimanere in casa o, come li chiamo, di imprigionare le persone nelle proprie abitazioni, contro i loro diritti costituzionali significa, nella mia opinione, violare le libertà delle persone in modi sbagliati e orribili, distanti dalle ragioni per cui le persone sono venute in America e hanno costruito questo Paese" ha detto Musk, sigillando il tutto da un’esclamazione triviale. Non solo: se qualcuno vuol stare a casa affari suoi e va benissimo, ha spiegato l’imprenditore. Tuttavia, "dire che non possano lasciare le loro abitazioni e che saranno arrestati se lo faranno, questo è fascista. Non è democratico, non è libertà. Restituite alle persone la loro dannata libertà".
 
Alla base della rabbia di Musk c’è in realtà una questione molto pratica. Il principale impianto produttivo di Tesla si trova infatti a Fremont, in California. Dopo le resistenze iniziali alle misure di sicurezza e contenimento del coronavirus imposte dal governatore Gavin Newsom e dalla contea di Alameda (che ha esteso il lockdown fine alla fine di maggio), la società ha chiuso la fabbrica insieme a un altro impianto, la cosiddetta Gigafactory 2, che si trova a Buffalo, stato di New York. Evidentemente Musk si sente stretto nella morsa delle elevate misure di isolamento imposte dai governatori democratici sulle coste, le aree per il momento più colpite dall’epidemia. Per cui ha innescato un continuo braccio di ferro sfidando le misure, per esempio chiedendo ad alcuni dipendenti di tornare al lavoro a Fremont appena la scorsa settimana. In Nevada, invece, un’altra fabbrica – la Gigafactory 1 – è rimasta aperta in barba all’ordinanza del governatore locale di serrare ogni attività considerata non essenziale. Insomma, la partita è complicata per il re mida del tech e incrocia politica, economia, interessi personali e l’usuale, incontrollata tempra che lo porta a sparare alzo zero su praticamente tutto ciò che non gli vada a genio. Fra l’altro, nella Bay Area ai cittadini non è impedito circolare e il blocco riguarda fondamentalmente le attività produttive che, come detto, non rientrano nelle filiere considerate essenziali.
 
Se Tesla uscirà bene dal Covid-19, ha aggiunto Musk rispondendo agli analisti, per le altre società più piccole non sarà lo stesso: “Tutto ciò per cui le persone hanno lavorato nel corso della loro vita viene distrutto in tempo reale – ha detto commentando i provvedimenti che impongono la chiusura di impianti di produzione– penso che le persone si arrabbieranno molto”. La sua linea, dunque, non cambia di una virgola nonostante gli Stati Uniti abbiano superato la traumatica soglia psicologica dei 60mila morti, quelli causati dalla guerra in Vietnam fra anni Sessanta e Settanta. Fin dall’inizio critico su alcune delle misure stabilite nel suo paese per contrastare la pandemia, si è spesso allargato d ambiti che non gli appartengono, spiegando mesi fa (era marzo) che non occorreva farsi prendere dal panico (“Il panico da coronavirus è stupido”) e mettendo nero su bianco previsioni del tutto sballate su come si sarebbe evoluta l’infezione. Prevedeva per esempio una soglia di contagi a zero entro la fine di aprile: negli stati Uniti se ne contano 25mila al giorno e per difetto.
 
Non solo: fin dalle prime settimane ha dato risalto a presunti studi che suggerivano come i medici stessero gonfiando il numero dei casi per ragioni finanziarie o che la maggior parte dei morti in Italia fosse legata ad altre cause e non al virus. Ancora, ha promosso un paper del tutto screditato sui benefici dell’idroclorochina – altro pallino di Trump – ha paragonato il virus alla comune influenza e così via.