Il nuovo Tarzan, tra celebrazione dell'Africa e scelte ecologiste

Il film di David Yates veste di una nuova valenza simbolica il leggendario Uomo Scimmia di Edgar Rice Burroughs
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”Non sopravviveremo«
è una delle frasi più emblematiche del
Legend of Tarzan
di David Yates
. Il film del regista degli ultimi capitoli della saga di Harry Potter (e che ritroveremo prossimamente nello spinoff Animali fantastici e dove trovarli) è d'altronde un perfetto manifesto ecologista con il suo schierarsi a favore dell'eroe creato da Edgar Rice Burroughs.

Un giustiziere,
un paladino anticolonialista
, lo hanno definito, ma stavolta ancora di più. E proprio per il nuovo taglio dato alla storia ormai classica. La leggenda ci racconta del nobile rampollo di casa Greystoke allevato dalle scimmie nella giungla che torna alla civiltà per amore, ma qui il nostro John Clayton III (interpretato da Alexander Skarsgård) viene invitato dallo stesso Primo Ministro britannico a recarsi
in Congo per controllare dal vivo
le operazioni che il Belgio sta portando avanti, finendo per convincersi a partire.

Un espediente che, oltre a giustificare il successivo sviluppo degli eventi, si rivela perfetto innesco per rappresentare la
presa di coscienza
– del protagonista e (si spera) del pubblico – dello
sfruttamento del continente aricano
e della indispensabile e auspicata
lotta per difesa della Natura
contro gli interessi degli sfruttatori di turno. Al quale si aggiunge, come lo definisce Dario Edoardo Viganò nella sua critica del film, un ”messaggio interessante contro la logica dello scarto e dello sfruttamento«.

Tarzan in fondo è
la Natura che si ribella all'avidita dell'uomo
, e si vendica, è giustizia, è il paladino degli indifesi, il ”ritorno al Paradiso Perduto – secondo Pino Farinotti – e alla purezza primitiva ed ecologica, a fronte del degrado generale, morale e fisico che ci sta attorno. Un deterrente felice e utile e tutti«. E il ”Non abbiamo speranza« apparentemente suggerito dagli stessi realizzatori, viene presto soppiantato da tutt'altri insegnamenti. Che meglio e più coerentemente si sposano con la scelta narrativa di raccontare il suo ritorno alle origini.
Un messaggio ecologista e umanitario
che contiene
una lettera d'amore all'Africa
, che troviamo ribadita da regista e attori, ma soprattutto dalla produzione, impegnata in prima linea e tesa a ottenere risultati pratici che vadano oltre il successo al botteghino.

Tarzan è la celebrazione dell'Africa
– esplcita David Yates, – è la straordinarietà degli animali, la maestà dei panorami e la dignità e la grazia di chi vi vive. È il massimo dell'esotico e dell'incredibile dell'Universo, ed è proprio qui, sul nostro Pianeta«. ”Uno dei personaggi del film«, la definisce Samuel L. Jackson, ”uno spettacolo straordinario«, il ‘cattivo' Christoph Waltz, prima di lasciare la parola al consulente tecnico per l'Africa Josh Ponte, colui che ha fatto innamorare del continente proprio il regista. È lui, infatti, commentando le ”raccapriccianti« immagini delle zanne su un treno a ricordare che ”all'epoca
si uccidevano circa 200, 250 elefanti al giorno
”, e che ancora oggi non sono meno di 100, a ringraziare la Warner: ”Sono stato grato quando Warner Bros ha deciso di sensibilizzare e raccogliere
fondi per la protezione dell'elefante africano.
Le iniziative
Stop Ivory
e
The Elephan Protection
sono la componente africana di sforzi su scala mondiale per cercare di porre fine alla crisi degli elefanti«. Due iniziative che si spera trovino nuova linfa nella distribuzione di questo film, del quale una volta ancora – e per tutte – Yates svela la valenza esemplare: ”volevamo mandare il messaggio che
preserviamo e conserviamo e che trattiamo il regno animale con il massimo rispetto cura e amore
”. Nella speranza che arrivi a quanti più possibile…