Le tartarughe marine rischiano di scomparire: in Kenya un "ospedale" per salvarle

Ferite, avvelenate o aggredite: per le tartarughe marine la vita si fa sempre più difficile. Tanto che tutte e 7 le specie esistenti sono in estinzione. In Kenya, Paese che ogni anno accoglie migliaia di nidiate lungo le sue splendide spiagge, esiste uno dei pochi centri al mondo specializzato nel recupero, nella cura e nella rimessa in libertà di questi animali. Nella Giornata Mondiale delle Tartarughe Marine vi raccontiamo la vita di questo ospedale particolare

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Una tartaruga "ricoverata" a Watamu 
WATAMU (KENYA) - Una su mille ce la fa. La percentuale di tartarughe appena nate destinata a raggiungere l'età adulta è questa. Ogni nido può accogliere centinaia di uova e un solo animale può arrivare, in un anno, a deporne 2000, ma di queste solo un paio raggiungono la maturità sessuale. Da adulte, la vita è ancora più dura, tra imbarcazioni pronte a decapitarle o amputar loro un arto con un colpo di elica, rifiuti di plastica scambiati per pesci colorati e inghiottiti, olii, gas di scarico, reti da pesca, squali. Sopravvissute dai tempi dei dinosauri e tra le cinque specie animali più longeve mai esistite, le tartarughe di mare sono oggi, paradossalmente, tra gli esseri più fragili del Pianeta.
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Ecco perché a Watamu, in Kenya, grazie all'amore per l'ambiente di un gruppo di volontari, nel 1998 è nato il Watamu Turtle Watch, uno dei pochi centri al mondo specializzato nel recupero dei maestosi animali in via d'estinzione, celebrati in tutto il mondo il 23 maggio, in concomitanza con l'inizio del periodo di riproduzione degli esemplari dell'emisfero settentrionale.

Passeggiando lungo la splendida Watamu Beach, tra boungaville variopinte e noci di cocco, può capitare di incontrare uno di questi rettili centenari con il guscio ammaccato e sanguinante, o una buca scavata per deporre le uova appena saccheggiata da qualche predatore. I 13 membri del Local Ocean Trust, l'organizzazione no profit che ha fondato il centro di recupero, lavorano tutto l'anno vigilando su una cinquantina di nidi e prendendosi cura delle tartarughe ferite o avvelenate, per poi riportarle in mare una volta guarite. I rilasci delle "pazienti", per fortuna, aumentano di anno in anno: 1366 nel 211, 1680 nel 2012, 1330 nel 2013 e ben 1627 nel 2014. Tenendo conto che solo il 15% degli animali che arrivano all' "ospedale" riesce a salvarsi, è facile farsi un'idea di quante tartarughe in fin di vita vengano ritrovate ogni giorno e portate di corsa a Watamu.

Il centro non si occupa solo di curare e rimettere in mare gli animali, ma anche di sensibilizzare la popolazione locale a rispettarli, partendo proprio dall'educazione degli adulti di domani e collaborando, con visite guidate e laboratori, con bel 30 scuole elementari del Kenya. Il programma di sensibilizzazione al rispetto dell'ambiente coinvolge anche 400 pescatori, ai quali i volontari spiegano quanto possano essere pericolose per le tartarughe le reti a strascico o gli ami, e quanto esse siano importanti per la biodiversità e la ricchezza del pianeta. Ovviamente, essendo l'inquinamento una delle principali cause di morte per questi animali, i volontari del centro si occupano anche di ripulire le spiagge e il mare dai rifiuti, e con bottiglie, buste e altri oggetti di plastica (spesso ritrovati proprio nella pancia delle tartarughe) realizzano oggetti che poi vengono rivenduti per finanziare le attività dell' "ospedale".

Esistono al mondo 7 specie di tartarughe marine (5 delle quali si riproducono proprio in Kenya) e tutte sono a rischio di estinzione: la liuto (Dermochelys coriacea), la tartaruga verde o tartaruga franca (Chelonia mydas), la tartaruga comune (Caretta caretta), la tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata), la tartaruga di Kemp (Lepidochelys kempii), la tartaruga olivastra (Lepidochelys olivacea), la tartaruga a dorso piatto (Natator depressus).

Secondo stime del Wwf, ogni anno circa 150mila animali vengono catturati nelle reti da pesca solo nel mar Mediterraneo e di questi ne muoiono più di 40mila. Tra gli esemplari che nuotano ancora oggi negli oceani, alcuni hanno attraversato l'intero novecento. Chissà che molte quelle nate oggi non arrivino a vedere la fine di questo secolo, anche grazie all'aiuto dei volontari africani.