Vajont, oltre i luoghi della memoria un patrimonio naturale tutto da scoprire

Il Parco delle Dolomiti friulane nasconde tesori sconosciuti ai più. Eppure la zona è meta di turisti spesso attirati dai resti del disastro. Ma basterebbe spingersi oltre la diga per rimanere davvero meravigliati

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UN BACINO idroelettrico di 150 milioni di metri cubi chiuso da una diga alta 260 metri (la più alta del mondo, quando fu costruita) in una gola stretta e profonda, scavata dal torrente Vajont. Un disastro preannunciato da perizie geologiche approfondite che avevano individuato l'antica frana del monte Toc rimessa in moto dall'acqua del lago artificiale. I numeri della tragedia sono impressionanti: il 9 ottobre 1963, 263 milioni di metri cubi di roccia, ghiaia, boschi, pascoli, stalle e animali cadono a una velocità di 90-100 chilometri all'ora e sollevano 50 milioni di metri cubi d'acqua, un'onda alta 250 metri si abbatte su alcune frazioni del comune di Erto e Casso e, nella sottostante valle del Piave, distrugge Longarone, Castellavazzo, Rivalta, Pirago, Villanova e Faè. L'energia prodotta dall'ondata è pari a due volte quella della bomba atomica di Hiroshima. Quasi 2.000 i morti: Marco Paolini nel suo monologo teatrale Orazione civile l'ha definito "il più grande funerale in Italia dopo Caporetto".
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La diga è ancora là, opera della più avanzata ingegneria idraulica italiana, e incombe sull'abitato di Longarone. La sinistra "M" della frana si legge sul versante nord del monte Toc, al posto del lago c'è un paesaggio collinare formatosi in pochi secondi, in una notte d'ottobre di 52 anni fa. Quei luoghi devastati dalla tragedia attirano ogni anno migliaia di turisti e di curiosi e i segni sono indelebili: oltre all'immensa frana, capitelli, chiesette, scheletri architettonici e impressionanti pavimenti di case antiche che ogni anno gli abitanti della valle puliscono dalle erbacce per farli riemergere insieme ai ricordi. Le visite sul coronamento della diga sono in sensibile aumento dopo le celebrazioni del cinquantesimo: 53mila biglietti staccati nel 2014, ma più di 100mila le presenze stimate attorno al manufatto, che è di gran lunga il luogo più visitato, a volte l'unico, del Parco delle Dolomiti friulane. Turismo dell'orrore o della memoria? La risposta non è univoca e non è giusto generalizzare.

Le "altre" Dolomiti. Cosa perde chi sale sul Vajont solo per vedere i resti della catastrofe? Chi si spinge in queste terre prealpine, tra Bellunese e Friuli Occidentale, spesso ignora un piccolo-grande mondo attorno a quella diga, testimone imperturbabile dell'ingegno costruttivo e della scelleratezza dell'uomo. Il bacino del Vajont e la diga stessa fanno parte del Parco naturale delle Dolomiti friulane, che si estende fino a parte della Carnia (a Nord del fiume Tagliamento). Qui una natura selvaggia e aspra e un territorio poco antropizzato offrono posti unici nascosti ai più, che si svelano solo se ci si lascia guidare dalla curiosità e dallo spirito della scoperta. La dolomia friulana è la stessa delle vicine e più note cime venete, trentine e sudtirolesi, ma qui l'impatto dell'uomo è meno evidente, più discreto, a volte quasi impercettibile. Sembra impossibile a chi arriva dall'ambiente devastato del Vajont, però è così. Denuncia l'alpinista e scrittore Mauro Corona: "Esistono due tipi di montagne: quella di moda che non dice più niente perché ci vanno tutti e quella negletta, abitata dagli ultimi, che non è meno bella".

Nel 2009 l'Unesco ha dichiarato le Dolomiti friulane patrimonio naturale dell'umanità assieme ad altri otto sistemi dolomitici. "La particolarità è che nelle province di Pordenone e Udine il patrimonio parte dal fondovalle, diversamente da altre zone più famose come la conca di Cortina d'Ampezzo", afferma Graziano Danelin, direttore del Parco. Un riconoscimento, ambìto, che premia la natura incontaminata, dalle vette alle valli. Il paesaggio naturale e antropico è unico, come unici sono alcuni luoghi tutti da scoprire. Le impronte di dinosauro non lontane da casera Casavento, o i Libri di San Daniele, originali formazioni rocciose a nord di Erto, tanto per cominciare. Per non parlare di autentici scenari dolomitici: i Monfalconi di Forni, il Campanile di val Montanaia, la guglia calcarea simbolo della montagna friulana. L'incontro con branchi di camosci, cervi o stambecchi che popolano le alte terre è all'ordine del giorno. In ogni valle nidifica una coppia di aquile reali, segno della marcata biodiversità e dell'equilibrio dell'ecosistema. Non mancano autentici spettacoli della natura, come la Forra della Valcellina, scavata nella roccia da uno dei torrenti più suggestivi e impetuosi: un canyon alpino tra i più sorprendenti, percorribile lungo la storica strada, tortuosa e mozzafiato, intagliata sui versanti rocciosi all'inizio del Novecento e ora chiusa al traffico automobilistico che sale dalla pianura friulana.

L'acqua ha disegnato e disegna il paesaggio, ininterrottamente. "Il Cellina scava la valle in gironi danteschi", scrive Claudio Magris. Sorgenti, torrenti, salti e cascatelle, laghi; ghiaccio e campi di neve in inverno. E l'acqua, ora, è tutelata, non come ai tempi della Sade (la società privata che ha costruito la diga). Pochissime le concessioni per lo sfruttamento dell'energia idroelettrica, una sola quella per l'imbottigliamento a scopo commerciale.

I segni della storia. Il paesaggio umano offre storie e vicende che sembrano appartenere ad altre ere. Fino a una cinquantina d'anni fa centinaia di valligiane scendevano e risalivano a piedi i sentieri con pesantissime gerle sulle spalle. Erano le sedonère, che camminavano per mesi e andavano a vendere o a barattare sedòns (cucchiai di legno) e altri poveri prodotti artigianali nei mercati del Nordest, mentre i loro mariti muratori, falegnami, carpentieri, minatori, migravano stagionalmente in Francia, in Svizzera o in Austria. A queste donne infaticabili e ai mestieri artigiani è dedicato uno dei musei del Parco, a Clàut.

La memoria storica, dunque, non si limita alla vicenda del Vajont. I luoghi della memoria sono numerosi quasi come i siti naturalistici, solo un po' meno evidenti. Scavando nella storia delle piccole comunità montane si trovano gli anfratti che furono rifugi sicuri per i patrioti risorgimentali, si riscoprono le vicende delle brigate partigiane braccate dai tedeschi, i paesi come Barcis, incendiati più volte durante le rappresaglie delle SS per fiaccare la Resistenza e la popolazione che la sosteneva. L'intero territorio del Parco delle Dolomiti friulane fece parte della Repubblica libera della Carnia, la più ampia zona del Nord Italia governata dai partigiani durante la Seconda Guerra mondiale. Fu strappata ai nazifascisti tra l'estate e l'autunno del 1944 in pieno Adriatisches Küstenland, il Land controllato militarmente dai tedeschi dal settembre 1943.

Si potrebbe continuare con altre mille storie, ma forse le più belle sono quelle leggibili nei prospetti e negli spazi delle antiche case tradizionali dei paesi montani: tra le alte case di pietra a Erto e Casso, tra quelle di Andrèis, tra gli archi a tutto sesto a Bàrcis e Clàut, e poi le corti, i ballatoi, le strade selciate che inquadrano vette e pascoli alpini. Raccontano di vite povere e umili, legate ai boschi e alla terra, aggrappate alle pendici di montagne aspre, che meritano tutela e valorizzazione.

Parco naturale, poche risorse. Il Parco, con tenacia e a piccoli passi, sta tentando di mantenere in equilibrio natura e cultura, memoria e futuro, ma da solo non ce la fa. Le visite ai luoghi come la diga del Vajont, la Forra della Valcellina, il sistema del Museo diffuso bastano appena a coprire il 20% delle spese. Attualmente mantiene in sicurezza una rete di più di 250 chilometri di sentieri, minacciata dagli agenti atmosferici. La Forestale fa il resto. Dopo anni di tagli dei fondi regionali che avevano messo in pericolo l'esistenza stessa dell'Ente, la Giunta Serracchiani sta dimostrando di puntare sulla tutela e sul turismo sostenibile. Ha invertito la tendenza al ribasso e da pochi giorni ha varato il nuovo Piano di conservazione e sviluppo per le aree del Parco, che apre all'ampliamento dell'agriturismo e ai piccoli allevamenti controllati di ovini e caprini. Tra Venezia e Cortina, sulle sponde del Piave, Longarone non è più, o non solo, il paese della tragedia. È l'accesso a un grande scrigno che contiene un tesoro di wilderness e cultura. E la diga del Vajont è la chiave per aprirlo.