Salvatore Rossi: “Rete unica strategica, giusto che il governo sia il garante”

Il presidente Telecom: investire per colmare i divari

«I divari digitali e tecnologici vanno colmati, la disponibilità della connessione e dei mezzi per usarla va diffusa. Uno strumento per fare questo é la cosiddetta rete unica. Una questione che è di interesse specifico del Paese tutto. Si tratta di un interesse pubblico strategico, ed è giusto che sia il governo a farsi promotore e garante della costruzione di questa rete». Salvatore Rossi, economista e presidente di Telecom Italia, risponde così a Marco Zatterin, vice direttore de La Stampa nella tappa conclusiva di «L'alfabeto del futuro», il viaggio tra le sfide dell’innovazione organizzato da La Stampa e dal gruppo Gnn (Gedi News Network).

Secondo Rossi «l'epidemia ha costretto tutta la popolazione italiana a fare un balzo in avanti nei comportamenti, che non erano ancora adeguati all'offerta tecnologica disponibile. È sotto gli occhi di tutti, ci si parla attraverso una connessione, un anno fa era impensabile, anche se era possibile. Dobbiamo fare di necessità virtù, dobbiamo usare questo balzo tecnologico cui siamo stati costretti per andare avanti, per sfruttarla davvero».

Dal suo punto di vista la rete unica serve «dare all'intera economia e all'intera società la possibilità di usare questa modalità a distanza». L’economista, però, riconosce «che probabilmente in questo momento questa modalità la stiamo usando al di là del limite del ragionevole. Dobbiamo quindi sicuramente pensare di tornare un pochino indietro rispetto alle cose che siamo costretti fare adesso. Però tornare indietro va bene ma non fino al punto di partenza». Dunque «una una buona parte di ciò a cui ci siamo abituati ha bisogna che resti, perché é più efficiente. È molto più efficiente fare qualche riunione, non dico tutte, da remoto. È molto più efficiente accostare all'insegnamento di persona, che rimane fondamentale, anche modalità da remoto». E tutto questo diventa più semplice e fattibile «quanto più la rete fisica fissa di comunicazione, di connessione é grande, larga e soprattutto diffusa, perché la cosa in cui ci siamo imbattuti e che stiamo soffrendo adesso, è il divario. Un divario tra aree geografiche del territorio italiano, tra classi sociali, tra chi dispone di mezzi più sofisticati e chi non ne dispone».

Se così stanno le cose, allora gli investimenti in tecnologia e digitalizzazione possono servire per colmare il divario che separa l’Italia dagli altri paesi europei. «Il 2020 - spiega Rossi - è stato un anno drammatico per le vittime, per i loro familiari ma anche per le conseguenze sociali ed economiche catastrofiche non solo per Italia ma anche per tutto il mondo». In questo conteso il nostro paese ha «sofferto di più per un calo del Pil mai visto dalla fine della seconda guerra mondiale».

Il problema, però, è che l’Italia è «arrivata già debilitata perché si trascina dietro un quarto di secolo di quasi stagnazione perché non abbiamo saputo cavalcare quella rivoluzione tecnologica degli anni Novanta». Una rivoluzione che «non è stata usata per aumentare l’efficienza del sistema paese perché la dimensione delle imprese è più piccola delle altre economie». Ma non è stato solo un problema di dimensioni: «L’Italia ha dovuto dare i conti anche con la non volontà di crescere da parte delle imprese spesso legata a ragioni esterne a partire dall’ostilità delle leggi e della loro applicazione fino all’imposizione fiscale».

Adesso, però, la svolta diventa possibile perché ci sono a disposizione i fondi in arrivo dall’Ue. Secondo Rossi «siamo di fronte ad un bivio e lo scenario diventerà favorevole se saremo capaci di utilizzare questa quantità di risorse inaudita, anche per l’importante ruolo che ha giocato e continuerà a giocare la Banca centrale europea». Dal suo punto di vista si tratta di una «grande opportunità di rilancio ma è fondamentale sapere usare quei fondi». Già, ma dove usarli? «Siamo di fronte ad una quarta rivoluzione tecnologica che questa volta può essere anche sfruttata dalle piccole e medie imprese che sono la spina dorsale della nostra economia ma questo implica determinazione e coerenza nei comportamenti». Ma se queste condizioni non dovessero realizzarsi allora «rischiamo la decadenza».

 

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